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Passeggiata nel bosco.

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Mi inerpico per un sentiero coperto da aghi di pino. Qua e la spuntano radici. In ora fa è piovuto, l’aria è fresca e gli alberi perdono qualche goccia qua e la. Una divqueste s infila lungo la mia schiena e mi fa sentire ancor di più legato a questa terra. Penso. Il mio respiro aumenta a causa della salita. Penso che sono vivo. Che la gioia del Signore mi ha portato qui e mi fa apprezzare tutto quello che vedo e sento. Anche un sasso in questo sentiero in salita mi commuove. Anche una goccia d’acqua su una figlia mi commuove. I tronchi degli alberi più piccoli sono umidi dato che questi sono più lisci dei loro padri. Già i padri hanno una corteccia spessa e rugosa, dove l’acqua che vi si intrufola sparisce.
La vegetazione è mista: abeti e pino ma anche qualche albero a foglia larga che poco più in su poi sparirà.
L’odore del muschio e del legno bagnato mi penetrano i polmoni. Il rumore del ruscello che corre a valle è in lontananza e ad ogni tornante si spegne sempre di più. La via sale sempre, i miei passi sono regolari e lenti per non stancarmi troppo: non so dove va questa via. Cerco solo un po’ di silenzio per ascoltare la parola del Padre. Il sole manda un suo raggio a illuminare una zona della foresta li vicino, quasi a darmi una pacca sulla spalla. Salgo ancora. Vorrei togliermi gli scarponi, sfilarmi le calze, affondare i piedi nel muschio umido e freddo. Ma la scorza di razionalità che mi è stata costruita dal vivere civile me lo impedisce. Procedendo mi accorgo di avere addosso un sacco di ragnatele. Quello che poteva essere un fastidio lo accolgo come qualcosa di speciale : evidentemente da tanto tempo nessuno passava di qui, non è una cosa speciale? Continuo ancora e arrivo a una radura. La strada si allarga, anche se è sempre coperta da un misto di muschi, erba e aghi di pino. Infine vedo il tetto in legno, grigio perché consumato dalla pioggia: un rifugio alpino. Il cartello dice che sono a 1430 metri e che il rifugio è stato fatto all’inizio del secolo scorso. In tornò regna solo silenzio e qualche grillo. Il sole illumina la facciata di legno, una panchina , anch’essa di legno, mi aspetta sotto al portico… Anch’esso di legno. La calma regna sovrana e da seduti posso ammirare ancora meglio cosa Dio ha creato. Ma la cosa i m credibile che mi tormenta la mente è che Lui ha creato tutto questo e ci ha anche dato il do no di poter apprezzare tutto questo. Non è incredibile? Se ad esempio avesse creato queste stupende montagne ma non ci avesse dato il dono di apprezzare quanto sono belle, chi andrebbe in montagna in vacanza? A nessuno frugherebbe qualcosa di un ruscello che le attraversa o del verde degli alberi e avremmo da tempo deciso di asfaltare tutto per una miglior comodità oppure di radere al suolo le montagne per poterla coltivare a ortaggi o frutta. Il rovescio di questa ipotesi è ancora più tremendo : se ci avesse dato il dono di apprezzare il bello, ma ci avesse dato un mondo bruttissimo , grigio e pieno di asfalto? Già il finale sembra quasi sempre lo stesso : noi a girare tristi in un mondo piatto e pieno di asfalto, invece viviamo in una palla blu stupenda quasi dappertutto. E se un giorno finissimo così? Se in giorno decidessimo di farci sommergere dall’immondizia? Se permettessimo che i nostri boschi fossero distrutti? Lui si arrabbierebbe parecchio ma forse non sarebbe la peggiore delle cose. La peggiore delle cose è che poi noi ci sentiremo tutto lo schifo che abbiamo fatto e ci metteremo nel posto più lontano da Lui che potremmo trovare. Scorgo l’orecchio. Sotto al fruscio del ruscello lontanissimo ne sento un altro. Mi alzo dalla panchina , giro l’angolo e vedo una fontana. Bellissima. Di quelle in pietra e sempre accese. Se fossimo come quell’acqua pulita che sgorga, se gli assomigliassimo anche solo un po’, tutta quella catastrofe che ho pensato su quella panchina assolata sarebbe impossibile…. E invece, Lui ci ha dato TUTTO e anche la possibilità di buttare tutto. Ma quanto ci ama?

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