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Presa diretta su rai tre di ieri sera e le balle sul gender – autore Sara

Ieri sera e´ stato affrontato l´argomento tanto spinoso dei tabu´ del sesso.

Il tema e´ stato trattato nel modo piu´ disarmonico, confusionale e fazioso che io abbia mai visto. Forse perche´ conosco bene l´argomento “gender”, ma ho assistito al tentativo di confondere il tema dell´educazione sessuale nella scuola con quello dell´insegnamento (o meglio indottrinamento) della teoria del gender a cui molti genitori si sono opposti. Ho assistito alla giornalista scandalizzata perche´ un genitore si arrogava il diritto di educare il proprio figlio senza voler delegare alla scuola tutto l´argomento. Perche´ la sinistra da sempre vuole che la famiglia sia totalmente esautorata dall´educazione dei figli, e questo e´ cosa nota a tutti. Ho assistito ad una giornalista che rimaneva allibita di fronte alla risposta cristallina data dal papa´ che aveva risposto al figlio di circa quattro anni su come nascono i bambini, dicendo che vengono quando papa´ e la mamma si amano. Forse la laureata di turno, che non conosco, ma da come si comportava , credo non abbia figli e neppure immaginazione, pensava che ad un bambino di quattro anni, il padre si metta a spiegare tutto , camasutra compreso?

Ho assistito al tentativo diabolico di far passare il messaggio che la teoria del gender punta alla parita´ dei sessi nel mondo del lavoro e delle opportunita´. Cosa che ovviamente riguarda in prima persona il mondo degli asili e dei bambini di tre anni….. , per questo i vari governi pervertiti lottano tanto per introdurla nelle scuole dell´infanzia!!

Se fossero stati onesti avrebbero dovuto dirvi che la teoria del gender prende le mosse da molto lontano, dallo schifoso sessantotto, che cerca di instillare dubbi fin da bambini sulla propria identita´ sessuale fino a dirci che possiamo scegliere ogni giorno i nostri gusti sessuali. Ci dovevano dire che i programmi ministeriali, europei e italiani la prevedono come programma all´interno dell´educazione sessuale per corrompere ogni ingenuita´, ogni innocenza, per stimolare la sessualita´ fin dall´asilo. Perche´ chi la ha inventata e´ sicuramente un malato sessuale e pervertito.

La nostra bella e illuminante trasmissione, che paghiamo con i nostri soldi, ci ha infinocchiato e riempito di balle.

Ci ha fatto vedere poi l´esempio della Germania titolando “educazione alla affettivita´ e alla sessualita´. Io abito in Germania, e vi posso dire che di affettivita´ non si parla, che si inizia con l´educazione sessuale in quarta elementare dove a volte e´ capitato che vengano distribuiti preservativi (come al figlio di una mia amica) che il bambino si porta a casa e mostra ai genitori. Lo lascia sul tavolo e poi se ne va a giocare a pallone… Non si parla di affettivita´, si parla solo e unicamente di sesso dal punto di vista prettamente medico. Negli anni successivi si parla poi solo di contraccezione. Lo avete visto nell´intervista dove il responsabile del consultorio vi e´ venuto a raccontare che insegna tutto, sul piano tecnico, e che poi viene contattato anche per l´uso della pillola del giorno dopo. Gia´, lo ha detto come se avesse parlato del paracetamolo o dell´aspirina. Poi si ostinano a non capire perche´ i genitori possano essere preoccupati per quello che viene insegnato e detto a scuola. Anche perche´ io sono stata alunna e mi ricordo che quello che dicevano a scuola era vangelo, quello che dicevano i genitori sullo stesso argomento era ampiamente discutibile. Anche i miei figli mi dicono: “lo ha detto la maestra”. Se i mie figli venissero a scuola dicendo che la maestra ha detto loro che e´ normale innamorarsi di una persona dello stesso sesso, non avrei dubbi e ritirerei i miei figli il giorno stesso da quella scuola. Cosi´ come se venisse loro insegnato che non ci sono differenze fra uomini e donne, come quella meravigliosa filosofa, intervistata nella trasmissione ha provato a sostenere. Quella deve avere tanti problemi personali se sostiene che con il gender le ragazze impareranno che possono essere quello che vogliono e arrivare dove vogliono. Io conosco solo donne di quel tipo, libere e intraprendenti. Le donne hanno gia´ vinto tante battaglie ma spesso a discapito della loro femminilita´. Questo sostiene Costanza Miriano nel suo bellissimo libro “Sposati e sii sottomessa” che la giornalista della trasmissione ha cercato di svilire e distorcere in ogni modo.

Che schifo! che grosso schifo! Scusate lo sfogo ma di fronte a quella trasmissione non si puo´ rimanere in silenzio. Come ho sentito su  Radio Maria oggi: il 30 gennaio , con il Family day ,  e´ nato un popolo che si vuol far sentire, che non vuole piu´ restare in silenzio e continuare a tapparsi le orecchie per non sentire lo schifo che propagandano e cosi´ io parlo e voglio urlare che e´ tutto sbagliato e che fingere che sia tutto normale perche´ e´ politicamente corretto e´ solo ipocrisia. Pensate che Renzi dieci anni fa era in Piazza con il Family Day contro i  DICO e oggi propone e spinge una legge sul matrimonio delle coppie omosessuali. E` proprio vero che la politica corrompe tutti, anche i cattolici

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Renzi e l’esame di macchine utensili: i tedeschi ci mettono in riga.

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Purtroppo sono un vile ingegnere meccanico. Alla fine del corso di laurea vi era un esame, appunto di macchine utensili. Era temuto ma obbligatorio. Nessuno lo poteva evitare. Pochi frequentavano quel corso perché’ estremamente noioso: il prof in leggeva in aula il libro redatto da lui stesso per poi chiedere all’esame scritto 3 tesine da ricavarsi dallo stesso libro. Le tesine in totale erano quasi 100 e all’esame le tre chieste dovevano essere scritte in maniera perfetta, con virgole e disegni. Se mancava una virgola o il disegno ad esempio di un tornio intero, macchina molto complessa, aveva qualche virgola fuori posto calava drasticamente il punteggio finale. 
 
Dovuto a tutti questi fatti preparare l’esame non era molto stimolante ma nel nostro bel paese ci si adatta sempre e si trova la scappatoia. Il giorno dell’esame i vari candidati venivano chiamati in ordine alfabetico e davanti quindi finivano quelli con il cognome che iniziava con la “A” e gli altri via via in fondo all’aula. Il prof si sedeva nella sua cattedra leggendosi il giornale e li scattava l’azione: quelli dietro tiravano fuori prima qualche foglietto con un api di formule.
 
Ma mano che la nomea di questo esame si sparse, si passò a fotocopie rimpicciolite e rotoli di carta con su le tesina da copiarsi. Tutto è funzionato bene, nessuno si lamentava tantissimo. Vi era una gran disparità nei voti a seconda della lettera del cognome: quelli che iniziavano con la A o la B non andavano oltre a un venti o ventidue, quelli dietro invece dapprima viaggiavano tutti sul 28 ma poi era automatico prendere un 30. Qualche mugugno per quelli appunto che toccava stare davanti ma nulla più. I più scaltri di questi infatti aspettavano il giorno dell’esame dietro un angolo. Quando il prof arrivava alla lettera “M” si fiondavano correndo trafelati dicendo che avevano perso un autobus, in questo modo anche se avevano un cognome che iniziava con le prime lettere dell’alfabeto, venivano comunque messi dietro dove potevano fare con comodo il compito copiando. 
 
Un giorno il sistema si è rotto. Un giorno qualcuno si è alzato e ha puntato il dito, ha fatto notare al prof che tra quelli davanti e quelli dietro c’era un’abisso in termine di voto e che questo era dovuto al fatto che tutti quelli dietro copiavano (magari sbeffeggiano anche quelli davanti). Perché non se ne fosse accorto prima? Perché teneva sessioni d’esame così stupide e senza senso? Non mi è dato a saperlo. Quella che quasi era una reazione giustificabile, copiare a un esame estremamente stupido, era diventata qualcosa di assurdo, di sbagliato. Si era perso il senso di misura e prendere un 30 a quell’esame era diventato un diritto, un legittimo modo di alzare la media del libretto dato che nella mia facoltà i 30 erano estremamente rari. Da quel giorno quindi gli assistenti e il prof passavano tra le file dei banchi come guardie.
 
Da qui il paragone a cosa sta succedendo oggi. Dalla Germania ogni tanto perdiamo contatto con gli avvenimenti italiani ma ho letto un articolo sulla Repubblica in cui si denunciano i vari trucchetti usati dai nostri amministratori per diciamo… Arrotondare. Chi denunciava di abitare lontano dalla sede della regione per avere rimborsi, chi metteva in nota spese il banchetto di nozze dei figli, ecc…. Mi son chiesto, ma cosa ne penseranno i miei colleghi tedeschi, saranno al corrente di tutto questo marciume? Casualmente ci siamo comprati “Focus” , un settimanale simile a “Panorama”. In bel evidenza stava un articolo sulle spese folli dei nostri politici, quasi una fotocopia dell’articolo di Repubblica. Parlando infatti con i miei colleghi mi hanno confermato che secondo loro i nostri politici ce li siamo scelti e che sono sconvolti che nessuno faccia qualcosa per cambiare la situazione. Da li il paragone con l’esame di cui sopra. Essere politico infatti da la possibilità di maneggiare un sacco di soldi. Alcuni lo fanno in maniera onesta forse, fanno le note spese magari in maneiera approssimativa per mancanza di tempo per poi sbrigare meglio altri incarichi…. Ma la maggior parte si sentono in diritto di gestire i nostri soldi come vogliono. La maggior parte infatti sapevano come funziona, hanno agognato questo momento in cui sguazzare nell’oro e ora se ne sentono un diritto dato che sono stati votati. Ora tocca a loro arricchirsi, elargire soldi a parenti e amici. Gli anni passati l’hanno fatto altri ora possono farlo loro, ora è il loro turno. Quando finirà tutto questo? Quando ci sarà qualcuno che alzerà la mano e dirà basta? 
 
Che differenza c’è con i politici o i potenti delle altre nazioni? Non fanno porcate anche all’estero? Certamente anche qui in Germania si sente qualcuno pizzicato per evasione. Il risultato è che quello viene messo in carcere e non ricorre neanche in appello. Altri politici sono costretti a dimettersi perché pizzicati ad aver fatto la tesi di laurea con il copia e incolla. Sempre sullo stesso numero di “Focus” , si riporta che una nostra governatrice del Tirol (come lo chiamano i tedeschi, ossi il trentino) è stata scoperta per aver in nota spese un articolo acquistato in un sexy shop. Lo stesso articolo riporta che lei si è fatta una risata e che ha detto che per un regalo – scherzo è stato mandato qualcuno a comprare quell’oggetto e lei non immagina come possa esser finito in nota spese. L’articolo di Focus finiva dicendo che i tirolesi sono proprio simpatici ma quello che si leggeva tra le righe è ben diverso. Come paragone si può prendere un politico inglese di qualche tempo fa che, pizzicato per aver messo in nota spesa un DVD pornografico, si è dimesso nel giro di breve. Nel bel paese invece ci si fa una risata e si tira diritto!
 
Il tutto mi fa riflettere sulla moralità. La moralità media probabilmente del nostro bel paese è bassa. Come si spiegherebbero interi comuni commissariati per corruzione? Come si spiegherebbe un intero ufficio comunale nel napoletani sotto accusa perché facevano carte di identità false per la camorra? Questo ultimo punto in particolare lo ritengo un’aberrazione  e purtroppo un esempio di come siamo. In questo particolar caso infatti non si può puntare il dito su un politico , su un colore, su un imprenditore preciso: era la consuetudine. Era il normale vivere. Coprire malfattori guadagnandoci un po’. Gli impiegati di quel l’ufficio comunale hanno fatto lo stesso pensiero degli alunni dell’esame sopra da me esposto. Era arrivato il loro turno per pretendere un 30. Avevano faticato, si erano resi servili a più persone per prendere quel posto ma ora erano a posto. Ora potevano anche loro arrotondare servendo la camorra. E che male c’era? Che male c’era se poi alcuni degli utilizzatori di quelle false carte d’identità avevano ammazzato persone. Che male c’era? Questo fumo , questo coltre spessa e appiccicosa siamo ormai abituati a buttare sulle nostre coscienze, senza conversi del male che facciamo non facendo. E questa mancanza di moralità poi si estende a macchia d’olio e mina il vivere di tutti: chi paga l’idraulico in nero, chi non fa lo scontrino ecc…
 
Ora Renzi ha preso le redini dell’Italia per cercare di smuoverla. Ci riuscirà? O come dal gattopardesco detto : bisogna che tutto cambi perché’ nulla cambi?

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Manodopera altamente qualificata

Qualche giorno fa ho portato la nostra macchina a sette posti in officina per farla riparare. La luce della batteria era accesa e per fortuna che fra un discorso e l’altro con Michele del tipo : sai oggi la maestra ha messo Matilde in punizione perchè è disobbediente e non ascolta mai (il che succede anche a casa), Sofia ha finito i compiti e deve solo esercitarsi un po’ di più con il violoncello e, visto che sei lì che non fai niente , puoi cambiare il pannolone di Annamaria, gli ho detto: a proposito ( in effetti era proprio a proposito) lo sai che la macchina ha una nuova spia che si accende? Per fortuna che esistono gli uomini, in questi frangenti soprattutto. Quando una macchina ha qualche guasto, io mi sento più impotente che di fronte alla ennesima bronchite di Sofia. Fatto sta che Michele è uscito in fretta a guardare ed è rientrato con un pezzo di gomma in mano che sembrava una cintura, ma non di qualche figlio e ha sentenziato che io mi dovevo muovere solo a piedi e portare al più presto l’auto in officina. Quindi ho preso l’auto e la ho parcheggiata presso l’officina della concessionaria della nostra auto, non dirò il modello per non finire dentro. Mi aspettavo di trovare l’ambiente che nel nostro immaginario collettivo, deve essere un edificio dove si riparano le auto. Invece mi sono trovata in una sala luminosa e ben arredata e per un attimo ho creduto di essere nella sala d’attesa di un qualche notaio italiano. Non dico di qualche avvocato, perchè per mia esperienza personale, gli studi degli avvocati- categoria tirchia per definizione, non sono così ben curati (tranne forse quelli di qualche donna avvocatessa, ma non il mio, certo). I meccanici erano più puliti di me che avevo sicuramente qualche macchia da rigurgito o da manine sporche. Erano tutti dietro a computer.. Già da lì avevo capito che quell’esperienza non sarebbe stata economica, ma si sarebbe aggirata come una visita da un dentista o forse più. La macchina doveva rimanere solo poche ore e invece l’intervento a cuore aperto per l’ispezione e il cambio di quella cinghia ha richiesto tre giorni circa. Dopo tre giorni in cui ho riscoperto che in effetti senza macchina non è così comodo ma si potrebbe vivere, perchè a piedi o in bicicletta ho accompagnato i bambini a scuola e a fare sport, sono andata a prendere la mia auto. E’ costata come una vacanza di un mese al mare. Ma suvvia, mi sono detta, sono solo soldi, l’importante è la salute. Importante è la comodità di avere un’auto riparata e sicura. E così me ne sono tornata a casa con un motore quasi nuovo e il portafoglio leggero. La mattina dopo, sabato, abbiamo preso l’auto per uscire e abbiamo sentito uno strano rumore. Credevo che Michele nel far manovra dentro il giardino avesse fatto tutta la fiancata. Cosa strana, perchè sono io che detengo l’esclusiva in fatto di fiancate. Ed infatti, dopo un semplice sguardo dentro il cofano, l’occhi esperto dell’ingegnere ha trovato la cinghia appena cambiata in un altro posto e altri due pezzi si erano rumorosamente staccati e appoggiati sul fondo della macchina. Risultato? di nuovo a piedi il che fa bene alla salute e all’ambiente e stamattina di nuovo in officina. Qui ci ha accolto il meccanico in giacca e cravatta che ha sfarfugliato qualcosa in evidente imbarazzo dicendo che avrebbero provveduto a sistemare tutto e che non era ancora arrivato il ragazzo che aveva lavorato alla nostra macchina. Spero non lo appendano a testa in giù. Aggiungo poi che anche l’anno scorso per la stessa macchina in un’altra officina, il lavoro lasciava molto desiderare in quanto i pezzi erano stati rimontati in fretta e senza stringere i bulloni….

Poi mio marito dice che qui in Germania forse la cultura non conta molto ma formano manodopera altamente specializzata. Dice che qui gli operai sono competenti e super preparati. Studiano e lavorano contemporaneamente per essere così qualificati e fare della Germania quello che è. Sarà. Io lo ascolto. Si sa, le donne di auto non ne capiscono niente.  Io so di greco e di latino ma forse quel lavoro sotto il nostro cofano potevo farlo anche io preciso preciso

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Il signor “Piede dei monti”.

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Qualche mese fa ho scritto del progetto Caritas. Dopo qualche settimana ho iniziato: mi hanno affidato di visitare una o due volte a settimana un signore che soffre di Parkinson e lo possiamo chiamare “piede dei monti”, questo è più o meno il suo cognome tradotto in italiano.
Lo visito quindi ciclicamente e gioco a scacchi con lui, andiamo a passeggiare o giochiamo a memory. La malattia gli sta rendendo sempre più difficili i movimenti e gli indebolisce la memoria. Sua moglie si è rivolta a Caritas perché lei deve lavorare e lui rimane a casa tante ore da solo. La solitudine quindi è la grande malattia che attraversa la Germania. Tutti o quasi qui stanno bene, hanno una casa ma invecchiando si accorgono di rimanere soli anche se magari hanno due o tre figli. Il tenere compagnia a questa persona mi piace ma mi sento inadeguato e poco utile. Non conosco bene la malattia e cerco di fare quello che penso sia giusto. Quindi giochiamo a scacchi un po’, poi ci muoviamo nella stanza e gli faccio muovere le gambe o le spalle che tiene sempre più ricurve. Sua moglie mi ha detto che gli fa molto bene…. Ulteriore disturbo che gli deriva da questa malattia è il sentirsi perseguitato o avere altri tipi di allucinazioni. Con me non ha mai avuto problemi ma è stato in ospedale diverse settimane per poter migliorare questa situazione. Quando sono con lui vorrei fare di più, in particolare per salvargli anche l’anima ma parlare in tedesco su questi argomenti è sempre un’operazione difficile. Come ogni persona che è invecchiata senza accorgersene, pensa sempre alla prossima fase, a rimettersi,a fare una terapia nuova, una ginnastica nuova. Con sempre in testa il prossimo gradino, il futuro, un futuro su un prato verde a godersi la vita. E invece non è così. Non c’è sempre la luce dopo il tunnel. Non è sempre vero che dopo il peggio non possa esserci qualcosa di ancor peggiore. Non interpretatemi male. Non sono una persona pessimista, anzi! Non riesco però a capire come si possa sedere sempre sul tapisroulant della vita, vedere le immagini che scorrono, vedere non tanto lontani che il tappeto è finito ma come nulla fosse , si continua a guardare intorno, ad occuparsi per cose vane.

Domenica 24 novembre, in una pese vicino a Koblenz.
Apre la porta il figlio che si presenta. Mi presento anche io. Di solito c’è solo lui: il signor “Piede dei Monti”. Suo figlio è biondo e più alto di m di l’ameno 10 cm, direi sui vent’anni.

Sta volta non sono però da solo. Ho portato anche il Tancri. Gli ho detto che andavamo a giocare a scacchi e lui , dopo un po’ di storie, è venuto con me. Forse incuriosito per capire cosa faccio con questo famoso signore.

Una volta entrati il figlio mi chiede cosa vogliamo da bere: acqua e un caffè. Si infila quindi in cucina per preparare la mia amata bevanda scura.

Io preparo la scacchiera e ci mettiamo a tavola. Il signor “piede dei monti” contro il Tancri e io guardo. Il figlio mi porge il caffè fumante, aggiungiamo latte e poi lui sparisce al piano superiore.

Il Tancri ha una pazienza incredibile! Abbiamo iniziato a giocare a scacchi e lui aspetta paziente di fare la sua mossa. Lo vede che gli cola la bava dalla bocca ma non gli importa. Riflette composto ancora e poi fa la sua mossa. Chissà che gli passa in mente, chissà se si chiede perché l’ho portato con me! O forse come solito sono solo stupidi problemi che mi metto in testa, che per un bambino di sette anni non sono problemi. I pezzi affollano la scacchiera senza un apparente ordine logico, le mani tremanti di “piede dei monti” fanno cadere qualche pezzo. Tancri gioca con le labbra aspettando il suo turno. La radio da una musica con ritmo improbabile per quella situazione.

Già perché ho portato mio figlio qui? Mi piacerebbe che capisse che aiutare gli altri basta davvero poco. Che è più facile rimanere in casa al caldo a giocare ma con un piccolo sforzo si può fare qualcosa per gli altri, qualcosa che scalda il cuore, che rimane.

Lui ci mette sempre più tempo a muovere. Ha il Parkinson. Non ho idea che malattia sia ma fa quando vengo a trovarlo è peggiorato. Volta per volta. Nei movimenti, nel tremore, nella postura. Sempre più curvo sulla sedia. Quando l’ho conosciuto abbiamo dibattuto se dovevamo darci del lei o del tu. Lui non è tanto vecchio ma in Germania esistono delle regole abbastanza ferree su come trattare gli sconosciuti e abbiamo patto per darci del lei anche se a lui poi , sopratutto quando giochiamo a scacchi, gli scappa di darmi del “tu”. Poco male. La volta scorsa gli stavo facendo fare degli esercizi con le spalle. Lui era tutto curvo, cercavo di mostrargli come raddrizzare le braccia, ma nulla. A un certo punto ho varcato l’aurea di cortesia tra estranei che avevamo instaurato e ho iniziato con forza a spostargli le braccia. Mi ha sorriso. Ha visto che quel movimento che sembrava precluso poi sfotteva fare. Non sono un esperto ma sembra quasi che i movimenti sia il cervello a non volerglieli fare e che se poi si mostra la strada , qualcosa riparte.

Più guardo la partita di scacchi e capisco che le persone anziane e i bambini vanno d’accordo, si rispettano , si accettano e sono sulla stessa linea d’onda.

Fuori il tempo è inclemente e la domenica pomeriggio scivola via dolcemente.

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Paese che vai , scuola che trovi.

I nostri due figli più grandi frequentano la “Grundschule”, la nostra scuola elementare. Della mia scuola elementare ho un ricordo molto bello, sia delle maestre che di quello che si imparava. Ho, anzi abbiamo, comprendendo mia moglie, sempre pensato che sia una tappa fondamentale nello sviluppo e nella crescita dato che in quel periodo di vita si assorbe tutto come spugne.

Nella mia mente è scolpita quindi la mia maestra alla lavagna che ci introduce un argomento scrive la data in un angolo , ci descrive i Sumeri, facciamo qualche disegno di contorno. Tutto bello, tutto felice. Ai miei tempi i nati del ’73 sono stati tanti , quindi la scuola ci offrì di fare le elementari a tempo pieno in una sede staccata ma con l’assicurazione di avere per cinque anni sempre le stesse due insegnanti. L’esperimento fu per me davvero bello e infatti tutti ci affezionammo molto alle due maestre.

Ora che sono un genitore desidero per i miei figli un’esperienza simile ma le cose qui in Germania si sono presentate da subito diversamente. Il concetto di base è molto diverso e siamo stati scioccati dai primi anni che i bimbi hanno frequentato. La lezione non è più frontale, i banchi sono raggruppati a quattro e la maestra non spiega una vera e propria lezione ma vengono dati singoli compiti ai vari gruppi che sviluppano in autonomia. All’interno del gruppo ci sono bambini che hanno un livello di istruzione diversa ma questo è fatto di proposito e in questo modo quelli più bravi possono spiegare le cose a quelli meno bravi sviluppano quindi un vero proprio lavoro in team. Tutto bello? Questo il metodo. Purtroppo i contenuti sono differenti. Gli obiettivi principali sono matematica e tedesco, il resto è contorno, si fa se c’è tempo.

Questa situazione ci ha messo in crisi sulla scelta stessa ti rimanere in Germania. Vedevamo infatti inizialmente la scuola tedesca come qualcosa di portentoso per la diversità con la nostra. Questo si è poi tramutato in delusione vista la mancanza di contenuti, di quello che si può definire cultura di base. Lo scenario diveniva ancora più critico per quanto riguardava nostro figlio Tancredi. Lui ha iniziato quest’anno la seconda e nei primi due mesi della stessa oltre a ripassare la matematica fatta in prima, ha fatto sei lettere in corsivo. Nulla di più. Tancredi si lamentava anche di non aver abbastanza compiti, tutti finiti in 5 minuti. Alcuni bimbi della classe poi che volevano fare di più vengono ripresi dalla maestra con nota da far leggere ai genitori. Possibile!

Con questi dubbi nel cuore, alla fine delle ferie di autunno ( in Germania le scuole fanno 6 settimane di ferie in estate e 3 in autunno, le scuole iniziano a metà agosto più o meno e la pausa autunnale è circa a inizio ottobre, le date esatte cambiano di anno in anno) ho chiesto di incontrare la maestra di Tancredi per discutere i punti per noi importanti:

Programma scolastico,
– come mai lento
– obiettivi dello stesso
– dobbiamo insegnare noi mesi e giorni della settimana?
– quale supporto deve dare la famiglia?
– Lezione frontale? Perché lavora in gruppo con bambini così piccoli?
– faremo inglese?
Tancri come va? Disturba?

L’appuntamento con la metodica maestra (era quella che rimproverava Tancri perché il temperinonon era mai nel posto giusto!) è stato da noi ottenuto mediante forma scritta con i temi da trattare.

Sono giunto all’appuntamento in anticipo e pieno d’indignazione: le maestre qui guadagnano un sacco e dobbiamo noi a casa colmarne le lacune? La stessa era stata alimentata da una nostra vicina di casa, figlio nella stessa classe del nostro, che diceva che anche suo figlio avrebbe voluto lavorare di più ma che sovente riceveva note scritte dalla maestra per questo suo voler fare.

Poi ci siamo seduti con la maestra, in aula di Tancredi, esattamente dove siede lui io e Sara al mio fianco. Lei , la maestra, ha iniziato a spiegarci quello che fanno, ha tirato fuori dallo zaino di tancredi il suo astuccio, ha mostrato i foglietti che compilano insieme per memorizzare parole tedesche nuove insieme all’articolo. Ha proseguito mostrandoci compiti scritti dal Tancri, molto scarni e secchi ma fatti. Poi confrontati con quelli di altri alunni molto più estesi. Mi ha colpito quindi questo fatto. Questa maestra sembra che di ogni alunno, 19, sappia vita morte e miracoli. Di ognuno di loro infatti spiega un singolo esercizio che lo stesso deve fare nella mattinata ed è quasi sempre diverso da alunno ad alunno. Quando spiegava le cose lo faceva anche con passione e patos, come si prendesse a cuore davvero del nostro bimbo. Si era quello che volevo capire, che volevo sentire. Anche lei ha arguito con noi che i bambini a questa età osso i apprendere davvero in fretta. Lei comunque c’è la sta mettendo tutta.

Sono uscito da questo incontro con un’opinione diversa. Il metodo di insegnamento è diverso ma ora sono completamente neutrale. Siamo qui da tre anni e iniziamo a capire la mentalità del popolo indigeno. Mi è capitato al lavoro tanto spesso. Ci si trova davanti a problemi. Io da italiano penso sempre al modo di risolverlo, a come trovare la soluzione tecnica più elegante. Loro, da tedeschi, cercano sempre invece quello che è in più, che si può togliere. La stessa mentalità penso che l’abbiano applicata nel campo scolastico. Quindi , come da inizio, gli obiettivi chiari della scuola elementare sono la matematica, il tedesco e lavorare in gruppo. Il resto non serve. Il resto se c’è temo verrà dopo. Sbagliato?

Il mio pensiero continua e casualmente ho letto il post di un sito che seguo. Questo post parlava indignato di una trasmissione radiofonica su radio 24, in cui si sbandierava il fatto che avremmo bisogno in Italia di più idraulici e meno laureati. Non voglio scendere sulla disputa delle cifre ma fare un pensiero in altra direzione. In fondo cosa vuole la società moderna? Cos’è importante? La pancia è piena, la casa ce l’abbiamo, la macchina anche. Prossimi obiettivi quindi un tatuaggio, magari un pearcing che nessuno ha. Poi? Questo macinare di cose, questa abbuffata di materialità ha fatto molti erigere un vitello d’oro all’euro o al dollaro. Quindi l’unico metro è diventato produrre, produrre, produrre. Quindi si parla di PIL , spread e altri ammennicoli. I vincitori sono quelli. Quelli che hanno la BMW e che riescono a mettere la testa in folle per quasi tutta la vita. Da questo aspetto della società deriva quindi tutto il resto e la scuola stessa è parte del medesimo meccanismo. Non serve istruirsi, non serve curare la propria cultura. Tutto inutile. Stringere tubi, lavoro bellissimo che ho fatto anche io per qualche estate, serve di più rispetto a scrivere libri, dipingere quadri o ballare.

Quindi si deve andare a scuola per produrre, per mettersi su due binari, mettere la testa in folle e pedalare più forte che si può. Ma una volta giunti a fine binario…. Che faccia faremo?

I tedeschi stanno stravincendo questo gioco proprio per questo motivo: hanno individuato bene i loro obiettivi e non si curano di nient’altro. In azienda ci son o pochi posti da dirigenti un po’ di più da ingegneri ma un sacco per operai. Quindi loro creano operai molto bravi e specializzati, offrendo corsi a livello pratico direttamente in azienda, il resto non serve. In Italia invece viene offerta una cultura generalizzata lungo tutto il percorso scolastico. C’è un però. La mia cultura in una azienda italiana è stata forse utilizzata per un 20% e gli orari di lavoro sono sempre stati particolari. In quattordici anni ho lavorato un due aziende diverse in Italia ed in entrambe uscivo di casa alle sette di mattina e quando andava bene, rientravo alle sette di sera e non vi era nessuna possibilità di flessibilità. Questo mi obbligava ad esempio ad avere due ore di pausa in cui non sapevo cosa fare o quasi. In Germania gli orari sono invece flessibili e quasi tutti hanno 35 ore settimanali. La flessibilità significa che le ore in più vanno in banca ore e quando voglio, senza dire nulla a nessuno posso uscire due ore prima quando alla bisogna. Le strade infatti della nostra piccola Koblenz sono un caos dalle 4 fino alle 5:30, più tardi o prima tutto il traffico è scorrevole. Questo comporta che le persone hanno tempo per se stessi e le università popolari offrono un sacco di corsi per questo motivo. Corsi che vanno da quelli di lingue,storia e anche filosofia. Sono offerti anche corsi professionali : due colleghe che sono disegnatrici , frequentano una scuola serale per diventare tecnici.

Riassumendo questo articolo fiume: qual’è il metodo giusto? Meglio come in Italia spargere lungo il cammino la conoscenza e la cultura , per poi ridursi a lavorare con orari da schiavi per tutta la vita,oppure prendere le cose con calma, fornire prima gli strumenti essenziali e poi per chi vuole dargli la possibilità di approfondire nella vita adulta?

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Akkozaglia di pensieri e la Germania.

3 ottobre, tre anni in Germania.
L’ultimo 3 ottobre festeggio 3 anni in questo paese. È rimasto incastonato nella mia mente quel giorno. Un giorno di sole in cui sono atterrato all’aeroporto di Hahn. Il taxi mi aspettava agli arrivi, una delle poche volte che mi è capitato. Fuori dall’aeroporto c’era una giornata di sole stupenda. Il taxi viaggiava tranquillo tra la foresta verdissima. Il guidatore in un inglese stentato mi diceva che tra un mese tutto sarebbe stato grigio, lui che veniva mi sembra dal Sud America. Continuando il viaggio mi avvertiva che tra un po’ sarebbe stato un gran freddo con neve, avevo i miei timori e quello rincarava. In quel momento l’aria fuori era deliziosa e un solo davvero abbacinante rendeva bella la distesa di alberi attraverso cui si snodava la strada, tortuosa ma non troppo. Il 3 ottobre era domenica. Il contratto diceva che dovevo iniziare a lavorare il 1 ottobre, venerdì. Ma dalle mie parti si dice : “di Venere e di Marte non si da inizio all’arte”. Poi per essere al lavoro l’1 mi sarei perso un weekend con la famiglia. “In Germania siamo così, si inizia a lavorare dal primo del mese!”, mi era stato risposto dall’addetta del personale. Poi parlando con il manager di turno avevo ottenuto un indulto e potevo iniziare il 4. Già ero là da solo il resto della truppa sarebbe seguita dopo. Ero la da solo perché non avevamo un appartamento. La mia azienda ne aveva trovato uno temporaneo per me , per i primi tre mesi, tempo che dovevo sfruttare per trovare una sistemazione definitiva. Ricordo con piacere quei primi giorni in un mondo nuovo, pieno di sorprese e novità. La prima registrazione della mia venuta in Germania, la prima lezione di tedesco, il trovare una nuova strada anche solo per cercare una chiesa o per trovare l’Ikea.
Ripercorrendo con la mente quella strada fatta in taxi, è ovvio fare un bilancio. Un bilancio non fatto da pesi e contrappesi ma una considerazione su dove siano le ombre e dove siano rimaste le luci. Alla fine ci devono essere le ombre, altrimenti il quadro sarebbe tutto bianco.
Perché ero lì a percorrere quelle strade che si snodavano nella foresta? Fuggivo? Speravo? Avevo un buon lavoro, con uno stipendio buono. Mia moglie lo stesso. I bimbi erano ben inseriti a scuola. Avevamo vari amici vicini e lontani che frequentavamo regolarmente. La vite scorreva dolce tra qualche incazzatura mia al lavoro con il proprietari dell’azienda e una lezione di violoncello di Sofia. Stavo al lavoro parecchie ore : dalle 8 fino alle 7 di sera. Praticamente da sempre ho fatto orari del genere. Per emergere, per dare una mano, per colmare buchi lasciati da altri. Mi piaceva così, come a tanti altri che ho conosciuto.

È difficile capire cosa sia che fa saltare le vite da un binario all’altro. Non è mai una cosa sola, almeno per me. C’era da sempre in me la voglia di vivere al di fuori dall’Italia, di mettermi alla prova. Dopo tre anni sono ancora tanto orgoglioso di essere italiano. Ho scoperto che al di qua delle alpi le persone sono un po’ più tristi e fredde. Hanno regole che seguono in maniera ferrea ma passano parecchi con il semaforo rosso o fanno inversioni dove non è consentito. Ci sono anche qui persone che non salutano mai come un nostro vicino di casa in Italia, altre che si presentano alla porta facendoci una sorpresa, magari con 4 figli e noi li accogliamo con latte e biscotti. Facendo quella strada nella foresta non avrei mai pensato di andare incontro a tutto questo. A tutta questa vita. Ogni luogo in cui ci si rimane un po’ rimane un po’ nel cuore. Ora a Koblenza abbiamo ed avremo sempre una figlia che dimora nel camposanto e questa città, il lungo Mosella dove abitiamo, ci rimarrà sempre nel cuore. Il destino mi chiede forse ora di andare oltre, di tornare. Di essere italiano orgoglioso in patria. È forse quella la via giusta? Dio ti prego rispondimi! Non capisco cosa vuoi da me! Dopo il primo anno che è stato veramente tremendo per l’integrazione qui, abbiamo trovato un bellissimo bilancio fra famiglia e lavoro. Non lavoro più tante ore, otto di regola, qualche volta nove ma al venerdì alle tre sono quasi di regola a casa. Non mi incazzo più al lavoro. Però l’Italia mi manca. Mi manca il casino che c’è per strada, il sole , i parenti, mia mamma, il mare a poche ore di macchina e le montagne a poche ore di macchina. Lucio Dalla canta e nell’aria dice “Bologna mi sei mancata un casino”. Già Bologna. Un secolo che non ci vado. Le case con le pietre rosse. I portici e il porfido bagnato per terra. Attraversando la vita le regole , le fondamenta e i valori possono cambiare tanto. Quello che era fondamentale un anno, l’anno dopo non conta più nulla o viceversa. Virginia ci ha portato la fede e questa non andrà più via. È importante tornare in Italia? Riprendere le redini della propria carriera? Smettere di farsi portare dal vento? O aspettare ancora un’altra spinta in un’altra direzione? Qui in Germania la famiglia è davvero ben sostenuta a livello economico e di scuole. Che fare quindi? Economico perché ci danno sgravi fiscali consistenti per Sara che sta a casa e quasi 200 euro al mese per figlio. Tutto questo ha smorzato la frenesia che avevamo nel bel paese per il lavoro. Ha dato più tempo a loro, i nostri figli. Se torniamo sapremo ritrovare quell’incredibile equilibrio che abbiamo ora? E Virginia la verremo a vedere ogni due mesi? A rinfrescare un po’ i fiori e basta? Come dicevo sopra cose che un anno fa ritenevo importanti sono diventate nulla ora.

Il taxi arriva di fronte al cancello di quella che sarà la mia nuova azienda. È domenica, mi son chiesto se ci sarà qualcuno ad aspettarmi. Una curva e scorgo in quello che è il posto del portinaio una persona. Scendo. Pago in contanti l’autista che mi aiuta con la valigia. La trascino verso il portone e la persona dentro spingendo un pulsante lo apre. Dichiaro in inglese come mi chiamo , ma il guardiano di turno proprio l’inglese non lo parla. Tira fuori una busta con sopra il mio nome e le chiavi della macchina che mi servirà per i primi mesi. Volkswagen , che altro. Carico la valigia, accendo il GPS nel caso che il tipo dell’appartamento non sia in orario. Esco dal grande cancello che si chiude dopo il mio passaggio, apro il finestrino e il tepore della giornata mi investe il volto. Dopo pochi metri mi fermo, un tipo si sbraccia da una macchina. È il ragazzo che mi affitterà l’appartamento. Lo seguo in macchina nel vicinissimo paesino. Tutto è pulito e ordinato, mi sembra di guidare sulle uova per la paura di disturbare quel posto in ci regna solo silenzio. Entriamo in una zona residenziale. La macchina che seguo si ferma sul marciapiede. Io accosto dietro. Scendiamo a mi da le chiavi dell’appartamento. Mi accompagna alla porta e quindi su per le scale. Parla un inglese comprensibile ed è anche simpatico. Mi dice che affitta spesso appartamenti alla mia azienda. Apro la porta di quella che dovrà essere la mia dimora per i prossimi tre mesi. Moquette per terra, situato sotto al tetto. Ad occhio 20 metri quadri. Nella stanza principale un tavolino e il letto. Vicino alla porta frigo e un microonde. Una porta da sul bagno. È tutto li. Basterà alla grande. Quel microonde! Ci ho fatto anch’egli spaghetti una sera! Saluto il tipo simpatico, sistemo la valigia reclinandola per poi aprirla. Ho la macchina del caffè dentro e il caffè stesso. Ma come faccio domani se non ho nè latte nè un fornello?

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Al buio è meglio e altre stranezze.

24 settembre 2013 – Wiesbaden, Germania.
Oggi gita a Wiesbaden con la EIKKK (Eltern Initiative Krebs Kinder Koblenz – iniziativa dei genitori dei bambini con cancro di Koblenz – http://www.eikkk.info/Willkommen.html). È una associazione dei genitori che hanno avuto un bambino ammalato di cancro. Ritrovo all 9:30 e partenza in bus da 40 posti anche se saremo solo 10 o 12. Tempo incerto con qualche raggio di sole. A Bad Ems andremo nella casa dei 5 sensi. Per fortuna ci sono altri bambini oltre ai nostri. È bello stare con questa gente: ha un linguaggio e un atteggiamento simile al nostro anche se hanno una lingua e una cultura diversa. Queste famiglie infatti fanno parte di questa fondazione perché hanno perso un bambino per cancro, son passati per la malattia e il travaglio che ne consegue, chi più chi meno. La prima volta che ne abbiamo fatto parte è stato per noi molto interessante. Virginia , nostra figlia, quando è diventata un Angelo aveva appena imparato a parlare. Diceva poche parole: si, no, mamma, pappa, cacca e baba (che sarei io). Quindi non potevamo scambiare tante informazioni con lei e il nostro travaglio come sopra, è stato limitato. È stato un leggere i suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue smorfie. Oppure capire certi movimenti che piano a piano venivano a mancare o altri che non erano come dovrebbero essere.

Ogni famiglia ha affrontato la tragedia in maniera diversa e speciale. C’è chi ha rifiutato Dio e se ne sta allontanando e c’è chi invece lo sta abbracciando. Scendere nei dettagli di questi percorsi è molto difficile , sopratutto per la barriera culturale. I tedeschi infatti sono noti per essere tutti d’un pezzo e quindi mostrare debolezze, sentimenti o anche parlare di religione non è da loro. È da pazzi, beh noi lo abbiamo fatto in alcuni di questi incontri. A faccia aperta, spiegando cosa abbiamo ora nel cuore.

Una di queste mamme , nel l’incontro che abbiamo parlato di religione, ha ammesso che si sta allontanando da Dio, che è arrabbiata con Lui ma che allo stesso tempo sta cadendo in una depressione senza fine. Vedendo noi si interrogava se stava andando nella direzione giusta. Noi non possiamo esprimere in tedesco facilmente queste cose, quindi ci limitammo a dire che ognuno ha la sua strada e che non ce n’è una giusta. Mi son chiesto tante volte se feci la mossa giusta, se non avessi dovuto magari invitarla a dire il Rosario con noi.

Un’altra signora di queste ha perso la figlia quando aveva otto anni circa, dopo quasi due anni di malattia. Ci ha raccontato cose incredibili di sua figlia: che creava sempre di consolare i fratelli o i genitori e che non si sentiva tanto sfortunata, anzi. Ci ha anche raccontato che un anno prima di ammalarsi, sua figlia ha disegnato un castello. Nello stesso ha disegnato i genitori e i fratello,lei invece si era disegnata sulle nuvole. La mamma le ha chiesto perché, si era disegnata là: lei ha risposto naturalmente che lei sarebbe stata la regina del cielo. Un anno prima di ammalarsi. Non è incredibile? Non riempie il cuore? Non da la continuità al nostro essere? Non proietta oltre il nostro vivere?

Un’altra ragazza ci ha raccontato invece che sua figlia aveva circa dieci anni quando è diventata un angelo. Anche lei non aveva paura della morte ma era serena. Dopo la morte questa mamma, ci ha raccontato che ciclicamente a una certa ora qualcuno suona il campanello di casa. Vanno ad aprire, guardano fuori e non trovano mai nessuno. Hanno fatto controllare il campanello più volte ma non hanno mai trovato nulla fuori posto. Questa mamma pensa che sia la figlia, che la viene a salutare.

Torniamo alla gita quindi. Saliti sul pullman le organizzatrici distribuiscono ai bambini dei sacchetti sorpresa, ricolmi delle solite schifezze a base di zucchero. Io devo fare il papà cattivo e quindi dopo i primi cinque minuti di euforia, sequestro i sacchetti. Dopo un’ora o poco poi arriviamo a questo castello a tema. Lo circonda un parco bellissimo. Al di fuori della struttura sono piazzati vari giochi peri bimbi: altalene, scivoli, trampoli, giochi di equilibrio, ecc… All’interno invece ci sono vari esperimenti da fare utilizzando i sensi. Quindi giochi ottici, campane da suonare, ecc..

La sorpresa per noi è sempre doppia dovuta anche alla barriera linguistica/culturale. Io e i tre bimbi più grandi, infatti, ci aggiravamo per le segrete di questo castello, quando ho visto un cartello che diceva “Dunkle Bar” ( bar scuro). Incuriosito siamo entrati attraverso a una pesante tenda nera. Dopo la tenda non si vedeva più nulla, poi a tastoni ho proseguito attraverso una semi curva e sono entrato in una stanza. Almeno mi sembrava di essere entrato in una stanza. La vista li non serviva a nulla, tutto era totalmente buio. Il cameriere ci ha accolto gentilmente chiedendoci di accomodarci. A tastoni ho sentito quello che doveva essere il bancone, un po’ umidiccio e appiccicoso, come tutti i banconi. Me lo sono immaginato di legno, color nocciola chiaro. Le ginocchia hanno urtato quindi quella che era una sedie. Morbida, mi sembrava di quelle girevoli che li tornano in posizione. L’ho pensata di colore verde. Il cameriere ha sistemato Tancredi e Matilde su altre due sedie verdi presunte e mi ha detto di prendere in braccio Matilde. I bimbi sono scoppiati a ridere e a far casino, il cameriere li ha zittiti subito dicendo che in quel bar bisognava far silenzio ed ha iniziato a decantare le varie bibite li presenti. Io non capivo più effettivamente se era un bar vero o una farsa. Mi ha chiesto se volevamo qualcosa da bere. Avevo il portafogli, ma con quel buio, gli ho chiesto come avrei fatto a pagare. Lui ha detto che si può pagare solo con moneta, dato che quelle riesce a riconoscerla. Ho avuto la scusa quindi per non prendere nulla. La conversazione con il cameriere è proseguita e ci ha detto che lui è cieco e per quel motivo lavora in quel bar. Nel bar c’erano altri che conversavano due toni più in basso di noi italiani. A quel punto siamo usciti, abbastanza divertiti della cosa.

Usciti dal bar abbiamo incontrato una mamma del nostro gruppo con bramino al seguito e mi ha mostrato il “Dunkel Weg” (la via buia)…. Mi ha detto che insieme ci andava volentieri. Già che venivo dal bar buio, perché no quindi. Parto davanti imboccando una porta fatta di pietra che scende un mezzo piano ancora più in basso nelle segrete. La via di uscita dovrebbe essere alla mia destra, quindi mi aspetto che il tunnel sia più o meno diritto. Dopo una curva c’è un’altra curva, siamo già da qualche metro nel buoni o più completo. Alla sinistra ho la mano di Matilde e con l’altra cerco di capire cosa ho davanti. Mi sento però solo nel buio e ho paura di perdere l’orientamento. Siamo sicuri di venirne fuori? Avanzo, urto con la faccia contro quello che sembra un palo messo di traverso. Mi serve un piano di emergenza. Faccio un flash con il telefono e mi rimane tutta la stanza stampata nella retina. Si al piano di sopra ci avevano detto che non si poteva, ma caspita! Dovevo capire se era uno scantinato lasciato deserto o se era qualcosa di predisposto. Per fortuna era la seconda situazione. Quello che era un palo, in realtà era un grosso ramo di un albero messo di traverso. Nella stanza ce ne sono altri messi alla rinfusa, il ricordo nella retina svanisce a poco a poco e riemergo nel buio i più fitto ma con la consapevolezza che è solo un gioco e che se non usciamo per un po’, qualcuno verrà. Avanziamo quindi e sotto i miei piedi sento anche sassi che si muovo al nostro passaggio. Cerco sempre di tenere una mano fissa sul muro per avere una direzione. A volte la mia mano scorre quindi su una parete liscia, altre volte le dita si incanalano nelle fessure che sono tipiche di un muro fatto di cemento. Mi sembra quindi che la stanza diventi un corridoio, sempre più stretto. Ora si sale anche e il pavimento è molto inclinato. I bimbi ridono e si divertono, chiamandosi a vicenda per farsi coraggio. Arrivo alla fine di quello che è diventato uno stretto corridoio in salita, quasi un imbuto. Giro l’anglo poi un altro e intravedo la luce. Siamo fuori. Fatto una volta i bambini sono incontenibili e lo rifacciamo altre due volte, anche in senso contrario. Nelle volte seguenti in realtà facciamo percorsi diversi, salendo anche su un piccolo ponte.

Dopo questa esperienza siamo tornati al bus per il viaggio di ritorno. Come ogni volta ci siamo salutati con grossi e sinceri abbracci con la promessa di rivederci presto. Quasi come fossimo sopravvissuti a un naufragio, a una strage aerea o una esondazione. In realtà siamo solo sopravvissuti ai nostri figli. Per alcuni ha significato il voltare completamente pagine nella propria vita e capirne il significato. Per altri li ha precipitati nel baratro più nero degli sconfitti del mondo.

Ho pensato e ripensato a quei momenti in cui mi trovavo al buio, con la paura di perdere l’orientamento, di mettere in pericolo i bimbi, di non farcela. A volte è come se mi sedessi sulla cima di una montagna e guardassi l’orizzonte, come se riguardassi indietro. Ho 40 anni, ho viaggiato mezzo mondo, ho perso una figlia, ho visto la vita scivolarle via. L’ho vista chiuderla in una cassa e l’ho portata in una buca in un prato bellissimo. Sono stato l’ultimo a ricoprire quella bara bianca di petali di rose gettandovi sopra una manciata di terra. Non voglio vedere l’altro mezzo mondo che mi manca perché non mi serve e mi sembra quasi di esserci già stato.
Qualsiasi esperienza che io faccia la vivo come un bambino che la fa per la prima volta, con occhi nuovi, che si sorprende di qualsiasi cosa e ha un sorriso stampato in faccia. Senza di Lui che mi ha preso e portato sulle sue spalle, non sarei mai riusciti a sopportare tutto questo vivere. Lo ringrazio ogni istante per tutto quello che Lui ha fatto in me.

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