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Sempre avanti, anche sotto le bombe.

E’ passato un po di tempo, la polvere si e’ depositata , come fa’ su tutto. Un commento a quell’espressione del Papa che invitava a non essere conigli. Frase che ho visto in tv, non l’ho letta, non me l’hanno riferita ma l’ho vista con i miei occhi. Forse non ho capito bene la situazione , il paese in cui il Papa invitava a non essere conigli.
Sul momento ci sono rimasto male: attualmente abbiamo 4 figli terreni e una bimba in cielo. Ci sentiamo una famiglia numerosa, atipica. La gente , a volte, quando passiamo per strada ci contano e poi strabuzzano gli occhi. Come fossimo un fenomeno, un caso strano. Noi siamo innamorati dei bimbi, della vita che portano, dell’energia, del consumarsi nel vivere per loro, nel cercare di farli buoni cristiani.
La frase del Papa e’ stata ingigantita dai media come sono stati tenuti sotto la sabbia i vari distingue che ha fatto seguire e di tutti gli appelli che il Papa fa’ a sostegno della famiglia. I giornalisti gongolano quando possono far un torto, quando possono metter un po’ di zizzagna.
Come capo famiglia pero’ quella frase mi ha fatto pensare. Pensare se stiamo conducendo bene la nostra famiglia, se riusciremo a occuparci di ognuno dei nostri bimbi. Riguardo la nostra storia. Ci siamo sposati che non avevamo proprio una casa nostra e ce la siamo divisi con la mamma di Sara. La prima bimba, Sofia, nello stesso stato. Poi e’ arrivato Tancredi che stavamo facendo i lavori per dividere la casa di mia suocera in due. Poi Matilde, poi trasferimento in Germania mentre Sara aspettava Virginia…. Effettivamente non abbiamo mai aspettato di avere un po di tranquilita’, di essere “a posto”. Ci siamo sempre buttati, siamo sempre andati avanti quasi nella consapevolezza di essere protetti da qualcuno, come se sapessimo dove stavamo andando.

E cosi’ capita che ci sia in arrivo un altro bimbo… anzi , fatta l’ecografia del quarto mese, siamo certi che sta arrivando un’altra bimba! Io e Tancredi tifavamo un po’ per avere un maschietto, giusto un po’ per bilanciare le cose ma il Padre ha deciso in altro modo.

Mi sento quindi innamorato della vita e dei figli che Dio mi ha dato, non coniglio. Mi sento di voler condividere il pane che Dio mi da ogni giorno con i bimbi che mi ha dato e mi vorrà  dare. Perche’ avere paura? Perche’ fermarsi? Perche’ rinunciare al dono della vita che Lui ci ha fatto?

E se qualcuno ha un consiglio sul nome… ben venga, ne abbiamo gia’ usati tanti!

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Al buio è meglio e altre stranezze.

24 settembre 2013 – Wiesbaden, Germania.
Oggi gita a Wiesbaden con la EIKKK (Eltern Initiative Krebs Kinder Koblenz – iniziativa dei genitori dei bambini con cancro di Koblenz – http://www.eikkk.info/Willkommen.html). È una associazione dei genitori che hanno avuto un bambino ammalato di cancro. Ritrovo all 9:30 e partenza in bus da 40 posti anche se saremo solo 10 o 12. Tempo incerto con qualche raggio di sole. A Bad Ems andremo nella casa dei 5 sensi. Per fortuna ci sono altri bambini oltre ai nostri. È bello stare con questa gente: ha un linguaggio e un atteggiamento simile al nostro anche se hanno una lingua e una cultura diversa. Queste famiglie infatti fanno parte di questa fondazione perché hanno perso un bambino per cancro, son passati per la malattia e il travaglio che ne consegue, chi più chi meno. La prima volta che ne abbiamo fatto parte è stato per noi molto interessante. Virginia , nostra figlia, quando è diventata un Angelo aveva appena imparato a parlare. Diceva poche parole: si, no, mamma, pappa, cacca e baba (che sarei io). Quindi non potevamo scambiare tante informazioni con lei e il nostro travaglio come sopra, è stato limitato. È stato un leggere i suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue smorfie. Oppure capire certi movimenti che piano a piano venivano a mancare o altri che non erano come dovrebbero essere.

Ogni famiglia ha affrontato la tragedia in maniera diversa e speciale. C’è chi ha rifiutato Dio e se ne sta allontanando e c’è chi invece lo sta abbracciando. Scendere nei dettagli di questi percorsi è molto difficile , sopratutto per la barriera culturale. I tedeschi infatti sono noti per essere tutti d’un pezzo e quindi mostrare debolezze, sentimenti o anche parlare di religione non è da loro. È da pazzi, beh noi lo abbiamo fatto in alcuni di questi incontri. A faccia aperta, spiegando cosa abbiamo ora nel cuore.

Una di queste mamme , nel l’incontro che abbiamo parlato di religione, ha ammesso che si sta allontanando da Dio, che è arrabbiata con Lui ma che allo stesso tempo sta cadendo in una depressione senza fine. Vedendo noi si interrogava se stava andando nella direzione giusta. Noi non possiamo esprimere in tedesco facilmente queste cose, quindi ci limitammo a dire che ognuno ha la sua strada e che non ce n’è una giusta. Mi son chiesto tante volte se feci la mossa giusta, se non avessi dovuto magari invitarla a dire il Rosario con noi.

Un’altra signora di queste ha perso la figlia quando aveva otto anni circa, dopo quasi due anni di malattia. Ci ha raccontato cose incredibili di sua figlia: che creava sempre di consolare i fratelli o i genitori e che non si sentiva tanto sfortunata, anzi. Ci ha anche raccontato che un anno prima di ammalarsi, sua figlia ha disegnato un castello. Nello stesso ha disegnato i genitori e i fratello,lei invece si era disegnata sulle nuvole. La mamma le ha chiesto perché, si era disegnata là: lei ha risposto naturalmente che lei sarebbe stata la regina del cielo. Un anno prima di ammalarsi. Non è incredibile? Non riempie il cuore? Non da la continuità al nostro essere? Non proietta oltre il nostro vivere?

Un’altra ragazza ci ha raccontato invece che sua figlia aveva circa dieci anni quando è diventata un angelo. Anche lei non aveva paura della morte ma era serena. Dopo la morte questa mamma, ci ha raccontato che ciclicamente a una certa ora qualcuno suona il campanello di casa. Vanno ad aprire, guardano fuori e non trovano mai nessuno. Hanno fatto controllare il campanello più volte ma non hanno mai trovato nulla fuori posto. Questa mamma pensa che sia la figlia, che la viene a salutare.

Torniamo alla gita quindi. Saliti sul pullman le organizzatrici distribuiscono ai bambini dei sacchetti sorpresa, ricolmi delle solite schifezze a base di zucchero. Io devo fare il papà cattivo e quindi dopo i primi cinque minuti di euforia, sequestro i sacchetti. Dopo un’ora o poco poi arriviamo a questo castello a tema. Lo circonda un parco bellissimo. Al di fuori della struttura sono piazzati vari giochi peri bimbi: altalene, scivoli, trampoli, giochi di equilibrio, ecc… All’interno invece ci sono vari esperimenti da fare utilizzando i sensi. Quindi giochi ottici, campane da suonare, ecc..

La sorpresa per noi è sempre doppia dovuta anche alla barriera linguistica/culturale. Io e i tre bimbi più grandi, infatti, ci aggiravamo per le segrete di questo castello, quando ho visto un cartello che diceva “Dunkle Bar” ( bar scuro). Incuriosito siamo entrati attraverso a una pesante tenda nera. Dopo la tenda non si vedeva più nulla, poi a tastoni ho proseguito attraverso una semi curva e sono entrato in una stanza. Almeno mi sembrava di essere entrato in una stanza. La vista li non serviva a nulla, tutto era totalmente buio. Il cameriere ci ha accolto gentilmente chiedendoci di accomodarci. A tastoni ho sentito quello che doveva essere il bancone, un po’ umidiccio e appiccicoso, come tutti i banconi. Me lo sono immaginato di legno, color nocciola chiaro. Le ginocchia hanno urtato quindi quella che era una sedie. Morbida, mi sembrava di quelle girevoli che li tornano in posizione. L’ho pensata di colore verde. Il cameriere ha sistemato Tancredi e Matilde su altre due sedie verdi presunte e mi ha detto di prendere in braccio Matilde. I bimbi sono scoppiati a ridere e a far casino, il cameriere li ha zittiti subito dicendo che in quel bar bisognava far silenzio ed ha iniziato a decantare le varie bibite li presenti. Io non capivo più effettivamente se era un bar vero o una farsa. Mi ha chiesto se volevamo qualcosa da bere. Avevo il portafogli, ma con quel buio, gli ho chiesto come avrei fatto a pagare. Lui ha detto che si può pagare solo con moneta, dato che quelle riesce a riconoscerla. Ho avuto la scusa quindi per non prendere nulla. La conversazione con il cameriere è proseguita e ci ha detto che lui è cieco e per quel motivo lavora in quel bar. Nel bar c’erano altri che conversavano due toni più in basso di noi italiani. A quel punto siamo usciti, abbastanza divertiti della cosa.

Usciti dal bar abbiamo incontrato una mamma del nostro gruppo con bramino al seguito e mi ha mostrato il “Dunkel Weg” (la via buia)…. Mi ha detto che insieme ci andava volentieri. Già che venivo dal bar buio, perché no quindi. Parto davanti imboccando una porta fatta di pietra che scende un mezzo piano ancora più in basso nelle segrete. La via di uscita dovrebbe essere alla mia destra, quindi mi aspetto che il tunnel sia più o meno diritto. Dopo una curva c’è un’altra curva, siamo già da qualche metro nel buoni o più completo. Alla sinistra ho la mano di Matilde e con l’altra cerco di capire cosa ho davanti. Mi sento però solo nel buio e ho paura di perdere l’orientamento. Siamo sicuri di venirne fuori? Avanzo, urto con la faccia contro quello che sembra un palo messo di traverso. Mi serve un piano di emergenza. Faccio un flash con il telefono e mi rimane tutta la stanza stampata nella retina. Si al piano di sopra ci avevano detto che non si poteva, ma caspita! Dovevo capire se era uno scantinato lasciato deserto o se era qualcosa di predisposto. Per fortuna era la seconda situazione. Quello che era un palo, in realtà era un grosso ramo di un albero messo di traverso. Nella stanza ce ne sono altri messi alla rinfusa, il ricordo nella retina svanisce a poco a poco e riemergo nel buio i più fitto ma con la consapevolezza che è solo un gioco e che se non usciamo per un po’, qualcuno verrà. Avanziamo quindi e sotto i miei piedi sento anche sassi che si muovo al nostro passaggio. Cerco sempre di tenere una mano fissa sul muro per avere una direzione. A volte la mia mano scorre quindi su una parete liscia, altre volte le dita si incanalano nelle fessure che sono tipiche di un muro fatto di cemento. Mi sembra quindi che la stanza diventi un corridoio, sempre più stretto. Ora si sale anche e il pavimento è molto inclinato. I bimbi ridono e si divertono, chiamandosi a vicenda per farsi coraggio. Arrivo alla fine di quello che è diventato uno stretto corridoio in salita, quasi un imbuto. Giro l’anglo poi un altro e intravedo la luce. Siamo fuori. Fatto una volta i bambini sono incontenibili e lo rifacciamo altre due volte, anche in senso contrario. Nelle volte seguenti in realtà facciamo percorsi diversi, salendo anche su un piccolo ponte.

Dopo questa esperienza siamo tornati al bus per il viaggio di ritorno. Come ogni volta ci siamo salutati con grossi e sinceri abbracci con la promessa di rivederci presto. Quasi come fossimo sopravvissuti a un naufragio, a una strage aerea o una esondazione. In realtà siamo solo sopravvissuti ai nostri figli. Per alcuni ha significato il voltare completamente pagine nella propria vita e capirne il significato. Per altri li ha precipitati nel baratro più nero degli sconfitti del mondo.

Ho pensato e ripensato a quei momenti in cui mi trovavo al buio, con la paura di perdere l’orientamento, di mettere in pericolo i bimbi, di non farcela. A volte è come se mi sedessi sulla cima di una montagna e guardassi l’orizzonte, come se riguardassi indietro. Ho 40 anni, ho viaggiato mezzo mondo, ho perso una figlia, ho visto la vita scivolarle via. L’ho vista chiuderla in una cassa e l’ho portata in una buca in un prato bellissimo. Sono stato l’ultimo a ricoprire quella bara bianca di petali di rose gettandovi sopra una manciata di terra. Non voglio vedere l’altro mezzo mondo che mi manca perché non mi serve e mi sembra quasi di esserci già stato.
Qualsiasi esperienza che io faccia la vivo come un bambino che la fa per la prima volta, con occhi nuovi, che si sorprende di qualsiasi cosa e ha un sorriso stampato in faccia. Senza di Lui che mi ha preso e portato sulle sue spalle, non sarei mai riusciti a sopportare tutto questo vivere. Lo ringrazio ogni istante per tutto quello che Lui ha fatto in me.

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Annamaria che dorme!

Non è bella? Pulita, serena,dolce? È il nostro quinto figlio e in questi momenti mi sorprendo sempre a pensare : come sarà il suo futuro? Diventerà selvaggia come Matilde? Le piacerà suonare uno strumento come Sofia e Tancredi? Lei mastica il ciuccio incurante di tutto il mondo che la passa vicino. Grazie Padre. Grazie di tutto.

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mia figlia Matilde, seconda parte

Sapessi come mi hanno fatto male quelle parole, forse non pensate a sufficienza o forse semplicemente dette da un uomo, da un dottore, che nulla sapeva realmente della maternità. Matilde era mia figlia e io non potevo ucciderla né permettere che altri la uccidessero. Se una mamma permette questo, allora tutto diventa veramente lecito. Anche uccidere il primo che incontri per strada.

Ma Dio mette la verità dentro ciascuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla. Possiamo solo tapparci le orecchie per non sentire e chiudere gli occhi per non vedere, ma ci stiamo solo prendendo in giro.

E mentre mi parlavano io continuavo a stare in silenzio, giocherellando con il bottone del maglione grigio che anni fa mia mamma mi regalò. Mi sentivo una bambina indifesa e sperduta ma anche testarda e cocciuta nel proprio proposito.

Di che si muore? In quell’ambulatorio, attorniata dal fior fiore dei ginecologi di Padova, circondata dalle più avanzate tecnologie di diagnosi, mi ponevo questa domanda. Si muore solo di paura. Ma io non avevo paura. Potevo morire di tumore. Ma potevo morire anche per un banale incidente. Sacrificare Matilde per prolungare la mia vita…. mi risuonava nelle orecchie quel detto latino: “mors tua, vita mea”. Poche parole, sintetiche, efficace, rapide, come rapido sarebbe stato l’intervento di aborto, ma poi le sue conseguenze sul resto della mia vita? Sapevo che se avessi permesso quell’omicidio, io, la mamma di quella creatura, avrei pagato per sempre quel gesto, quella decisione. Ma io non avevo paura per me, il tumore mi spaventava meno dell’idea di uccidere mia figlia, volevo uscire da quell’ospedale e il prima possibile e confondermi con la gente per strada, sentire il sole sulla pelle e dimenticare tutto.

Di che si muore? La domanda mi balenò appena tornata a casa. Credevo allora che si morisse sempre da soli. Perchè ogni individuo fa storia a sé e a parte. Perchè si può condividere una vita insieme, le gioie ma non la morte o il senso della perdita. Questo era quello che credevo allora. Ora invce sono convinta che se credi in Dio non hai più paura di niente , neppure della morte.

E per la prima volta nella mia vita, di fronte alla possibilità che una creatura così piccola, non ancora nata potesse morire mi fu chiaro che siamo qui anche per morire, prima o poi.

Non ebbi mai dubbi, neppure per un secondo. La mia unica forza in quella situazione era che non avevo incertezze né ripensamenti.

Ero triste, quello sì, triste per quello che personalmente potevo perdere, perché rischiavo di non vedere crescere i miei figli, triste perché potevo lasciare mio marito solo a crescere bambini piccoli. Mi sentivo in colpa verso mia mamma che sarebbe stata costretta a fare la madre dei suoi nipoti.

Ma pur avendo grosse responsabilità nei confronti dei miei figli e di mio marito e di mia mamma, queste impallidivano di fronte alla mia coscienza. Come avrei potuto essere una buona moglie e una buona mamma e pormi come esempio per i mie i figli se avessi eliminato Matilde? Come avrei potuto insegnare loro i valori in cui credevo se non fossi riuscita a rispettarli quando la vita mi metteva alla prova? È così facile parlare e consigliare gli altri ma è così difficile affrontare la propria vita!

Passai notti indimenticabili chiedendo a Dio cosa volesse da me. Ricordandogli che gli avevo sempre chiesto di dare una vita meravigliosa alle persone che amavo e che in cambio prendesse la mia, se necessario.

Pensieri troppo grandi per una trentunenne.

Mi interrogavo se questa fosse una prova o una punizione. La mia mente vagava nel buio della notte, resa ancora più confusa dal fatto che dentro di me scalciava una creatura che in quel modo mi diceva che voleva vivere. Che non ero sola. Che Lei mi avrebbe reso forte. I figli rendono sempre forti i genitori!

Mi chiedevo se fosse lecito pensare che se non avessi ambito ad avere un terzo figlio tutto quello non sarebbe successo. Ma qual era la mia colpa? Ero stata egoista ad aver cercato di avere un terzo figlio? Ora ti posso dire che non si può ragionar in termini di colpa né di punizione e che ciò che viviamo è un dono di Dio, di Nostro Padre che mai ci assegna pesi più pesanti di quelli che possiamo sopportare. E detti pesi servono solo per aiutarci ad elevare lo sguardo verso il cielo. Troppo spesso noi uomini passiamo la nostra vita con lo sguardo rivolto solo alla terra.

Decisi di farmi seguire a Bologna, un istinto o il semplice fatto che all’inizio là ero andata per i primi controlli e poi la disponibilità del dottore a seguirmi nella gravidanza nonostante le incognite e il rischio.

Di giorno lavoravo nel mio studio legale fingendo che non stava capitando nulla. Ogni settima mi sottoponevo a prelievi di sangue in due ospedali diversi (per paura di errori) per controllare che il valore del BHCG non esplodesse, ciò avrebbe significato che il tumore alla placenta era andato in metastasi. Ricordo che il mio cuore quasi si fermava nell’aprire la busta dell’ospedale che conteneva il referto del mio esame del sangue.

E di notte pregavo in ginocchio ai piedi del letto di Sofia, la mia primogenita, chiedendo alla Madonna la grazia di non farmi morire e di far nascere sana la mia bambina. Le chiedevo incessantemente di salvare Matilde, di farmi soffrire se necessario ma non morire.

Ogni mese venivo ricoverata per un paio di giorni per fare tutti i controlli e nel frattempo facevo il mio conto alla rovescia nella speranza di arrivare alle settimane in cui Matilde avrebbe potuto sopravvivere anche in caso di emorragie del mio utero e di parto prematuro spontaneo.

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“Ognuno ha ciò che ha donato”

I figli di oggi sono indiscutibilmente belli; indiscutibilmente intelligenti e bravi in tutto. Non è mai colpa loro ( semmai sono gli insegnati il problema o il compagno di giochi). A loro è sempre tutto permesso. ma sopratutto non ricevono mai abbastanza e  si dice loro sempre di sì.

E così ritorniamo a parlare dell’amore, di come noi genitori( ma anche i nonni e i parenti in generale) mal interpretiamo questa parola. Si sa, o si dovrebbe sapere, che il troppo storpia sempre. Gli eccessi provocano sempre danni, anche sul campo affettivo. Di troppo amore si può morire, e se non si muore fisicamente, si muore spiritualmente. Ricopriamo i nostri figli di così tanti oggetti e regali che sono sazi, indifferenti a tutto. Le nonne chiamano i miei figli e una delle prime domande è: ” che cosa ti porto? che cosa ti compro quando ci vediamo?”. I miei figli le guardano a volte perplessi, a volte provano a concentrarsi per interrogarsi sui propri desideri. a volte dicono la prima cosa che viene loro in mente perchè è, in fondo, tutto ugualmente indifferente. “Andiamo al mare? andiamo in montagna? “, ma sì, va bene tutto, abbiamo tutto, una cosa vale l’altra. Non chiedono quasi più quando è il loro compleanno, perchè non hanno grandi desideri agognati da lungo tempo. Ogni giorno è natale.

La mia famiglia non va quasi mai fuori a mangiare. Io sono contraria, non sono stata abituata ad andare a ristorante o in pizzeria, un po’ perchè per fortuna mia a casa si mangiava sempre benissimo un po’ perchè i soldi andavano risparmiati e spesi con ponderazione. E così facciamo noi. Se restiamo fuori per una gita, facciamo un picnic: più divertente e più economico ( con tutte le bocche che ci sono!). E così la prima e unica volta che Sofia è rimasta fuori a mangiare una pizza con il suo papà è rimasto un evento, un ricordo bellissimo. perchè? perchè è qualcosa di raro, e perciò di vissuto intensamente, gustandolo, assaporando ogni secondo di quel momento speciale. E’ la qualità che fa la differenza. E la qualità di assapora quando si è a digiuno, non quando si è satolli di tutto. In un telefilm per ragazzi andava in onda la puntata di una famiglia che festeggiava una qualche ricorrenza facendo un viaggio ai Caraibi. per tutta la settimana i figli rimanevano chiusi in albergo per giocare ai videogame….. Sofia era esterefatta, scioccata, per fortuna. Ma questo telefilm dovrebbe farci riflettere.

I nostri figli hanno tutto, tutto a portata di mano, tutto facile. ogni desiderio è un ordine. Li amiamo così tanto che li ricopriamo di cose. le loro stanze traboccano di giochi e vestiti.  Li abituiamo alla cultura dell’avere, del ricevere, dell’amore che si compra con gli oggetti. I nostri parenti arrivano sempre con qualcosa per i bambini. Io sono contraria ma la risposta è spesso la seguente: ” e’ un regalo che costa così poco! (come s ei bambini valutassero gli oggetti che ricevono in base al prezzo pagato)” , “è solo un pensierino per i miei bambini, non può una nonna viziarli un po’?” e così viene vanificato il lavoro dei genitori. Il “sabato del villaggio”, il fascino dell’attesa se ne va dritto nel cesso. A natale scartano i regali e poi li buttano in un angolo. Il gioco più bello è strappare selvaggiamente la carta, il contenuto è quasi irrilevante. Ci giocano un paio d’ore e poi tornano a giocare con il divano. Il divano è il cavallo delle loro avventure, la nave dei pirati, la casa perfetta….

Questo mal inteso amore uccide la fantasia e il desiderio dei miei figli. Ma soprattuto li mette al centro del mondo e fa crescere il loro ego. Io vorrei rilanciare la cultura del donare, del dare e non del ricevere. Un poeta famoso ha detto: “ciascuno ha ciò che ha donato”. E così ora cerchiamo di farci aiutare dai nostri figli quando regaliamo qualcosa a qualcuno, anche una semplice fetta di torta portata al vicino di casa. Vogliamo che i bambini percepiscano quando ci si sente bene a donare, la felicità e la serenità che ne nasce. e questo è il più bel regalo che i miei figli devono avere: la felicità di donare. Quando doni, smetti di pensare a te e inizi a pensare agli altri, ti concentri sui loro desideri e diventi automaticamente felice. Cosa donare? approfittiamo della crisi e tornaiamo a donare un sorriso, un foglio con un bel disegno,il proprio tempo o una torta fatta in casa con amore, una semplice telefonata fatta spontaneamente ad una nonna per salutarla e per chiedere come sta.

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Definizione di Amore…

Si parla spesso di Amore , ma il significato e’ sfuggente, almeno al sottoscritto. Quindi ho cercato di guardarmi dentro e caprie cosa vuol dire. Gesù dice che dobbiamo amarci l’un l’altro. Gesu’ nel Vangelo parla in generale, del prossimo quindi questo dovrebbe andar bene per tutti i tipi di Amore possibili. Ma di che amore si tratta e dove sono i limiti? Ma se quello che dice Lui deve andar bene per tutti deve essere un amore altruista, che non vuole il possesso ma che lascia l’altro libero. La stessa liberta’ che nell’atto di creazione il Padre ci ha dato. La liberta’ di scegliere e di poter scegliere di sbagliare. e invece leggo sul giornale troppo spesso numerosi casi di violenza dentro le mura domestiche: mariti o fidanzati gelosi che uccidono o maltrattano le loro “amate”. la parola Amore è quindi troppe volte abusata. Ritengo che se si vuole amare, bisogna essere disposti anche a soffrire. Che l’amore deve essere un sentimento eterno che nulla a che vedere con i sentimenti annacquati che spingono le coppie a fare tentativi di convivenza “finchè durano”….

ricordo le meravigliose parole di Madre Teresa:

il vero amore deve far sempre male.

Deve essere doloroso amare qualcuno,

doloroso lasciare qualcuno.

Potresti dover morire per lui.

Quando ci si sposa si rinuncia a qualsiasi cosa per amarsi reciprocamente.

La madre dà la vita a suo figlio e soffre molto.

Solo allora si ama sinceramente.

La parola amore è così mal interpretata e abusata.”

E quando si parla invece dei figli? Cosa significa amore? Infatti anche loro sono creature libere e che hanno la facoltà di scegliere e di creascere sviluppando le loro peculiarità. Ma nei primi anni di vita devono essere guidati per non precipitare a terra una volta fuori dal nido. Quindi amare significa accurdirli, scaldarli, rifocillarli e poi? Meglio tanti “no” o danno piu amore tanti “si”? Comprare loro qualsiasi cosa desiderano o far loro sognare quel particolare giorco magari per 6 mesi prima di regalarglielo e solo a Natale o per il compleanno? L’amore per loro passa attraverso gli oggetti? Passa anche attraverso il cibo?

Oltre a dare al prossimo la liberta’, e aiutarlo in ogni sua richiesta, come trasmettiamo amore?

Sono padre da 8 anni e prima di diventarlo pensavo che sarei stato molto piu’ buono di mia moglie. Pensavo che mi sarei coccolato il mio bambino/a lo avrei riempito di baci. Sul lato pratico, tutto e’ apparso un po’ diverso e mi sono riscoperto amante delle regole. Ma ho anche notato che anche i miei figli mi amano di più e mi rispettano se do loro regole chiare… Quindi per amare bisogna abituarsi a soffrire , a camminare sui carboni ardenti, a stare sulle spine, a chinare la testa, a visitare un ammalato anche se vorremmo stare comodamente in casa a bruciar i il cervello davanti alla TV….. Alla fine di tutto questo si ritorna esattamente al punto di partenza ossia a quello che diceva e che dava Gesù: assolutamente tutto per gli altri.

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