Archivi categoria: Pensieri

Il terrore sta vincendo. 

Era un po’ che non volavo.

Corro veloce in macchina, sono un po in ritardo per il volo. Cioè, non è che sia in ritardo ma da sempre ho la regola di arrivare un ora e mazza prima del volo, il navigatore impietoso mi dice invece che arriverò solo un ora e 10 minuto prima. Va beh, oggi era il compleanno di Annamaria, i preparativi e tutto il resto , ho perso quei venti minuto. È domenica e sulla A48 la maggior parte della gente resta nelle prime due corsie, guidando sonnecchiamente in un bel sole di fine marzo. Io e pochi altri sfrecciamo a quasi 170. Senza limite, autostrada senza limite. Come è possibile che sia senza limite questa autostrada, eppure è così. Si può sfrecciare anche ai 300 teoricamente. Mi sfiora questo pensiero mentre affronto l’ ennesima curva. Si infatti , anche se non c’ e limite è tutta una curva. Possibile? Penso quindi a cosa sia lavorare in Germania, dato che ci lavoro da quasi cinque anni. Effettivamente lavorare qui è come percorrere questa autostrada : si può andare veloci ma non ci sono rettilinei, non ci sono mai tratti in cui ci su può rilassare, si può tirare il fiato, no. Se si vuole essere sulla cresta dell’onda bisogna avere mille attenzioni, non ci si può rilassare. Arriva finalmente un tratto con limite ai 130 e posso appunto rilassarmi. Appena passato il cartello del limite la macchina inizia ad ondeggiare paurosamente. Mi guardo intorno e anche i guidatori delle altre auto sembrano sul tagada (beh per che non sapesse cosa sia… È una giostra fatta da una piattaforma circolare, ci si sale e questa piattaforma ruota si inclina e sobbalza per il piacere degli occupanti). Qui di anche andando piano non riesco. A rilassarmi e finite le onde sull’asfalto ritorno a spingere il pedale, sono in ritardo! 
Arrivo all’aeroporto di Colonia, tre mila svincoli e come solito prendo quello sbagliato, pazienza, parcheggerò nel parcheggio più caro. Mi accorgo pero di essere davanti al terminal sbagliato, rimpiango. Sempre quei trenta minuti di riserva che avevo per abitudine sempre tenuto in tutti i miei viaggi e che ora non ho. Non serve rimpiangere e mi affretto. 
Finalmente dopo quindici minuti riesco a fare il check-in e mi presento al gate, mi metto in fila per i soliti controlli. Vedo fuori dal gate dei disegni in cui spiegano che per 3 secondi devo alzare le braccia, boh. Sarà quando ti scannano che devi tirare su le braccia? Va beh, tanto negli stati uniti per il fatto che avevo il pizzetto e forse un’aria arabeggiante mi hanno sempre controllato fino all’ultimo pelo. 
Poso la mia roba sullo scivolo, estraggo l’ ipad, il tipo mi dice anche la cintura. Va beh, ribatto, non mi ha mai dato problemi. Lui insiste, io mi spoglio della cintura. Mi chiede se ho le tasche vuote. Beh ho un fazzoletto e… Una graffetta, come ci sarà finita li? Poso la graffetta, e faccio la finta nel riprendermi il fazzoletto. Il tipo insiste che invece devo posare anche quello. Eh? Ma è di stoffa? Lui dice che le tasche devono essere vuote per il personal scanner e qualcosa che non capisco. Mi giro e realizzo passo dentro a un cilindro di vetro, tiro su le braccia come nel disegno che avevo visto, e il tipo che mi aspetta fuori dal cilindro mi dice di non muovermi. Sono fuori e guardo insieme al tipo uno schermo lcd, compare il mio corpo con evidenziate delle parti gialle vicino al collo. Lui mi tasta li e poi dice che posso andare. 
  
Mi guardo attorno e solo in quel momento vedo tutta la polizia che c’e intorno, vedo tutti i passeggeri come topi messi in fila, passare tutti attraverso quel coso per essere scannati. 
Passo oltre e cerco di recuperare le mie cose, soppratutto la cintura per evitare che mi caschino i pantaloni. Aspetto paziente e una signorina molto gentilmente mi chiama, mi invita ad aprire lo zaino. Ci siamo, penso, lo hanno trovato. Apro lo zaino lentamente, so bene a cosa punta: estraggo il calibro e glielo mostro.
   

 

 Lei mi guarda strano ,io le dico che l’ho sempre portato con me in tanti viaggi. Lei ha dubbi e chiede a un collega che conferma che non ci sono problemi.
Possibile che per tutto il terrore che c’e’ nel mondo ci costringiamo a controllarci fino all’ultimo capello? Possibile che il terrore stia vincendo in questo modo su di noi? Come topi costretti in lunghe file, come topi a scappare dalle nostre paure. Controllare è giusto e sacrosanto penserà il lettore. Ma controllare cosa? E quanti sara’ abbastanza? Su un aereo salgono circa 2-300 persone, mettere una bimba su uno di questi , non sarebbe l’equivalente di mettere uno zaino pieno di tritolo in un cinema? Quando metteremo i personal scanner anche nei cinema quindi? E le discoteche? I palazzetti dello sport e gli stadi? Dove arriverà il terrore, dove si spingerà la mostra paura? Dov’e’ il limite? Mi immagino nel futuro voli in cui saremo divisi tra maschi e femmine e tutti in biancheria intima, per paura di nascondere qualcosa nelle tasche. E dopo essersi spogliati, una voce rassicurante dal microfoni dirà che potremo raccogliere i nostri indumenti nei contenitori com il nostro nome all’aeroporto di arrivo. 
Controllare è giusto. Una volta, in uni dei miei tanti voli, mi dimenticai il gps logger (praticamente una specie di porta chiavi che memorizza la posizione nel globo terrestre a intervalli regolari) che usavo con la mountain bike acceso nello zaino. Feci un volo, mi sembra bologna – colonia. Qualche giorno dopo trovai la traccia all’ interno del dispositivo e su google earth potevo vedere la rotta con una precisione di due metri , del mio volo. Potevo vedere a che altezza eravamo passati sulle alpi,  quando il pilota aveva virato per prendere la direzione dell’aeroporto di colonia.  Non basterebbe un pirla qualsiasi , appunto con un gps logger da 30€, tracciare un paio di rotte civili,appostarsi con un lancia razzi,che i terroristi anche se fanno morire di fame le loro famiglia hanno di sicuro,e tirare giu in un giorno prefissato tre o quattro aerei di linea? Non sarebbe l’ennesima vittoria del terrore? 
Ma noi preferiamo nasconderci, preferiamo metterci l’ennesima armatura,preferiamo ributtare a mare,preferiamo erigere muri, barriere con filo spinati , metal detector e il personal scanner. Non stiamo sbagliando tutto? Invece di proteggerci dall’altro non dovremmo tendergli la mano? 
Annunci

1 Commento

Archiviato in Germania, Pensieri

Come faccio a tacere?

Si tratta di una prof. che in un liceo esprime la sua opinione. Ricalca l’ ondata della tragedia di Charlie Hebdo in cui, dopo questa, si sono sentiti in dovere quasi di poter esprimere la propria opinione, su tutto, a qualsiasi costo. Per dimostrare al mondo che l’Europa è il posto dove tutto si può dire, tutto si può esprimere. Questa prof. addirittura firmandosi, va contro al pensiero di moda, si espone, va allo scoperto contro il pensiero dominante che l’omosessualità’ non va fermata, non va criticata ma anzi va spinta: tutto è concesso.Nell’articolo poi si parla di un ragazzo che viene ferito dalla presa di posizione della prof. Lui viene ferito perché si sente omo-affettivo, si sente nel giusto , si sente legittimato dal clima di oggi a rivendicare tutti i suoi diritti, a ergersi paladino della libertà’ di fare e di essere, si sente convinto e arcisicuro dei suoi sentimenti dato che appunto la società in cui viviamo non ha dubbi ad affermare che sono buoni e puri senza ombra di dubbio. Io come cristiano non sono contro, sono contento che questo si senta libero di esprimersi ma se affermo che nel Vangelo , ci sta scritto che la sodomia non va bene… subito questo si sente offeso, si sente discriminato, si parla di vecchio retaggio. Ma non eravamo partiti da Charlie Hebdo? Dal fatto che si e’ liberi di dire quello che uno vuole, che ognuno ha la suo opinione? Non posso allora leggere liberamente le lettere di San Paolo ai romani in cui scrive contro ai comportamenti omosessuali? E cos’è un vecchio retaggio? Le lettere di Paolo hanno 2000 anni?!?!
Nell’articolo sopra prende poi posizione una ragazza facendo un paragone tra la sessualità e gli spaghetti allo scoglio. Secondo lei gli spaghetti allo scoglio sarebbero buoni perché ci stanno cozze e vongole e … con questo? Mia figlia Matilde odia gli spaghetti allo scoglio e per questo non lo può dire? Se a sta ragazza piacciono tanto gli spaghetti allo scoglio, perchè non si può urlare ai quattro venti che non sono nulla rispetto ai tortellini? La stessa nell’ articolo dice che va beh la libertà di espressione ma va usato il pudore. Eh? Ma come , i tipi di Charlie Hebdo calpestano tutti i pudori possibili e invece non si può affermare che , sempre secondo me , essere gay non va bene?E questo finto liberismo sfrenato dove ci guiderà, avremo dei limiti? O i limiti sono dettati solo da un senso del pudore , un senso del pudore del pensiero dominante? Un senso del pudore che se poi non sei d’accordo automaticamente sei bigotto, xenofobo ed omofobo? Che appunto loro possono fare vignette della trinità’ composta da 3 omosessuali ma a noi e’ vietato dire che facendo i gay forse non si va in paradiso. Ma se sono cosi sicuri di essere nel giusto, di fare tutto secondo natura, perché’ se la prendono allora se diciamo che e’ peccato? E il pudoreMa chi ci da’ questo senso del pudore? il credere comune? Io preferisco mettermi in secondo piano, preferisco leggere la parola di Dio e seguire quella, quella ci ha dato per millenni la strada, ci ha guidato fino a qui.
La mia speranza e’ che tra i giovani di quel liceo ci sia qualcuno che colga con senso critico tutta la faccenda e che magari stia un po’ dalla parte della prof.

3 commenti

Archiviato in Pensieri

“Avventura 1” e la macchina del tempo.

I nostri bimbi più grandi hanno quasi dieci anni e con la mente vagavo sempre tra i miei ricordi, pensavo a come avevo passato quegli anni. Anni per me felici, anni in cui avevo entrambe i genitori, in cui ero spensierato e in cui avevo scoperto il computer. Purtroppo o meno male, il mio papà aveva comprato un commodore 64. Lo avevo ammirato per mesi sulle riviste, avevo fantasticato di risparmiare la paghetta per comprarlo ma poi un giorno me lo ritrovai a casa finalmente. Ed era per me nato un mondo fantastico un mondo fatto di riti, di fantasia, di mistero. Il rito era quello di aspettare che il mangia cassette ad esempio caricasse il programma senza problemi. A volte , ricordo, trattenevamo il respiro perché non sempre andava tutto a buon fine. Fantasia e mistero perché i giochi di allora non erano dotati di grafica 3d, effetti mozzafiato e musica a manetta come quelli di oggi. Molti erano scritti, erano testuali. Da questi miei ricordi ho ritrovato su internet qualche giorno fa ‘avventura1’. Ai più sarà sconosciuto ma si tratta di un’avventura testuale, tutta in italiano. Il rivedere la schermata d’inizio mi ha proiettato indietro di 30 anni, mi ha riportato a una schermata cubettosa che una volta consideravo fantastica, consideravo l’apoteosi della tecnica.

avventura1_01

Si sceglie un personaggio e si va nella mitica locanda del gobbo ad ascoltare altri avventurieri e a scegliere una missione. Una volta un licantropo che terrorizza un paese, un’ altra volta è stata rapita la moglie di un mago. Tutto scritto , nessuna immagine. Il giocatore ha a disposizione per le varie avventure azioni semplici come evitare l’ imboscata, presentarsi amichevolmente o fuggire…. Non ho resistito quindi: mi son messo di buzzo buono e sono riuscito a far giocare anche i miei figli ad ‘avventura 1′ ! Eh? All’inizio hanno avuto qualche difficoltà a leggere sullo schermo, a non sentirsi trascinati da ritmi frenetici di altri giochi che ogni tanti gli consentiamo di sperimentare. Ma poi si sono immersi nel personaggio, hanno capito che devono gestire le risorse che hanno a disposizione, che devono ragionare sui vari enigmi. Poi Sofia, la più grande, mi ha candidamente chiesto se prima o poi ci siano immagini. Già , oggi giorno siamo invasi dalle immagini e lei era curiosa di vedere come fosse un ragno gigante o un coboldo. Io le ho risposto che deve immaginarsi tutto da sola e lei mi ha detto che è un gioco bellissimo. Non sarebbe appunto bello tornare ai contenuti? A far divertire i nostri bimbi facendoli pensare? Solo pensare?

Forse sto cercando di far rivivere ai miei bimbi quello che ho vissuto, sto cercando forse di incanalarli nelle vie che ho percorso ma che male c’è’? Quello che vorrei e’ che aspettassero a buttarsi nel mondo tecnologico di oggi dato che e’ alla portata di tutti e che lo imparerebbero in fretta. Vorrei d’altro canto invece che imparassero ad usare le mani, che fossero capaci di creare con le mani, creare con il mouse c’è’ sempre tempo!

Lascia un commento

Archiviato in Pensieri

Sacchetti di sassi.

sassi
Li immagino bianchi, splendidi ma inerti.
Domenica sera, dopo che i bimbi sono a letto accendiamo su Rai3…. Presa diretta. Puntata sul lavoro. Raccontano sempre le solite tragedie, i tafferugli, le prove di dialogo, la gente si spinge per le strade, la polizia che usa il manganello. Poi un flash su un ministro, il ministro del sviluppo economico, una certa Guidi. Purtroppo non sono riuscito a seguire la politica da un po’ di tempo e questa donna me l’ero persa. Tronfia e contenta racconta, incalzata dalla giornalista, che il famoso ‘Job act’ è stato fatto perche’ se l’economia va male, le aziende si possono facilmente alleggerire di qualche sacchetto di sassi. Mi si è gelato il sangue. Sarei voluto balzare dentro lo schermo e chiedere a quella tipa se si rendeva conto di cosa stava dicendo. Sacchetti  di sassi. L’argomento mi sta particolarmente a cuore.
Nel 2008 lavoravo per una multinazionale americana in Italia. La stessa aveva rilevato l’azienda da una famiglia italiana nel 2000. In quel lontano anno , ormai, in cui nel passato si immaginava chissa’quale apoteosi ecnomica,  quella piccola azienda italiana a conduzione familiare dava filo da torcere a concorrenti americani , tedeschi e svedesi. Eravamo in quasi 300 e si fatturavano 150 miliardi… mezzo miliardo a testa. L’ azienda americana ci compra, fa sfarzo di progetti grandiosi, il futuro sembra roseo e sfolgorante, nessuno ci potra’ fermare ora che abbiamo il colosso americano alle spalle. Passano gli anni, i progetti si accavallano, il sucesso tanto sperato sul mercato sembra si allontani, si annebbia. Poi a inizio 2008 finalmente si riesce a convincere il management oltre oceano a finanziare un progetto nuovo, non un progetto , un progettone: 40 milioni di euro da investire in una linea nuova di machine. Siamo presi dal panico, l’ uficio tecnico da riorganizzare, persone da assumere. 20 nuove persone, forse 30. Studi tecnici da contatare, da convincere a darci personale per un tempo lungo. 2 ragazzi americani vengono trasferiti in Italia per supportare il progetto, trasferiti con mogli e bambini.Tutto sembra pronto, il razzo e’ sulla rampa, il fumo esce dai motori, sono pacche sulle spalle e sorrisi. Poi, poi arriva la crisi. Poi il mio capo di allora mi chiama e mi dice.. che il progettone non si fa piu’, tutto slitattato. Ma e i due ragazzi che sonoi qui da qualche mese? Torneranno indietro. Ma come? hanno appena aperto i container con la loro roba, hanno appena sistemato casa, i figli a scuola, le lezioni di italiano… non c’e’storia. Dopo un mese esatto facciamo una cena per salutarli. E le 20-30 persone da assumere? Non se ne fa piu’  niente. Ok, abbiamo sempre fatto salti mortali per far progetti nuovi, lo faremo anche sta volta.
faccia-con-gli-sassi
Poi l’aministratore delegato della nostra azienda un gionro ci invita a una riunione importante, noi dell’ ufficio tecnico, tutti e quasi 50. Ci fa vedere un video. Nello stesso c’e’una persona che viene inquadrata. Non ha bisogno di presentazioni : e’il presidente, il presidente della multinazionale americana. Un presidente che per comunicare alla sua forza lavoro di quasi 100mila persone si fa dei video. Il presidente che ho incontrato personalmente una volta, alla fine di un corso e quando e’ arrivato sembrava arrivasse il Papa : la gente stipata in una specie di cinema a mettersi in piedi, ad applaudirlo. Il presidente che la magior parte di quei 100mila lavoratori non lo vedranno mai dal vivo in tutta la loro vita lavorativa.
Questa star e’seduta e con calma tibetana inizia a mostrare grafiic. Fa vedere come sono precipitate le produzioni nelleminiere, come sono calati i prezzi. I nostri clienti vivono con le miniere, vivono vendendo argento, oro, e metalli vari. Se il loro profitto cala del 33% anche noi dobbiamo calare del 33%.
Quel 33% delle miniere, il 33% dei sassi, dei sassi che appesantiscono si trasformano. I sassi vengono come tirati da questa rock star canuta e mentre attrsversano l’ aria, lo schermo, l’oceano si trasformano in persone. I sassi che ammazzano altri sassi, i sassi che come legati l’uno con láltro in una enorme montagna franano tutti insieme: i sassi delel miniere e i sassi fatti persona, i sassi ritenuti inutili.
Alla fine dell’eccitante video , il nostro amministratore delegato ci dice che non sara’ piu’ facile lavorare nella nostra azienda, che sarebbe meglio che trovassimo un altro lavoro, che ci levassimo dai coglioni insomma.
I giorni passano sempre piu’ grigi. La gente in ufficio non sa’ piu’ cosa pensare, le voci che passano sono terribili. Dopo il famoso video i consulenti sono stati messi a casa in una settimana. Noi , dipendenti, facciamo qualche gionro di cassa integrazione, era gia’ successo ma sta volta  e’ diverso.
Poi un giorno succede. Capita. Nella mia memoria e’ come se fosse capitato di punto in bianco. Vengono chiamati i colleghi uno a uno nell’ufficio del capo. Gli viene data una lettera, gli viene detto che sono in cassa integrazione per un periodo indefinito. Ci drovranno essere delle discussioni con il sindacato. 50 persone, 50 famiglie, chiamate una per una. 50 famiglie che avevano un lavoro, un mutuo , un appogio sicuro, una prospettiva per il futuro. Io non vengo chiamato. Io non sono nei sassi superflui. Rimaniamo in 5. Il nostro capo si e’ battuto per far rimanere una spia pilota, un lumicino, alimenta la speranza.
Sono desolato, tutto e’ deserto intorno. Ho ancora un lavoro ma a quale prezzo? Come si fa a guardare quelli che sono stati mandati via? Come si fa a pensare ancora a un futuro? Mi guardo intorno : nel 2000 eravamo quasi 300 ora forse passiamo a malapena i 100. La decisione e’ tratta e da li a pochi mesi trovero’ un altro posto dando la possibilita’ a uno degli esclusi di tornare nella “casa”, come si diceva a quei tempi una una famosa trasmissione.
E gli altri? quesi sassi pesanti? Chi ha aperto un negozio di bici e si e’ rifatto una vita, chi ha fatto lavoretti qui e la’ , chi e’andato in Inghilterra ad apreire una gelateria…. tutte persone a me care, che fanno parte della mia storia e che un giorno, si e’deciso che erano di troppo. Senza una discussione, senza trovare una mezza via per continuiare a lavorare insieme. Hanno applicato in Italia quello che fanno in america ma , come diceva una canzone di Lucio Dalla , l’America e’ lontana e loro si sono sentiti relitti, falliti, si sono sentiti come aver puntato tutto sul cavallo sbagliato. Ogni tanto ci sentiamo, io qui in Germania, gli altri la’ dispersi, non piu’ gruppo ma se la sono cavata. Sono riusciti a tirare avanti.
Pero’….Non chiamateli sassi, per favore.

4 commenti

Archiviato in Pensieri

La Cina ai piedi.

11 ottobre 2014, zona commerciale di Koblenz.

Cina.-Gli-operai-alzano-la-testa-e-fanno-sciopero.-I-colossi-delle-scarpe-rischiano-la-paralisi

 

Ci siamo, purtroppo ogni tanto dobbiamo farlo. Si dobbiamo infilarci in un negozio di scarpe per calzare i nostri bimbi. Non possiamo più rimandare: l’inverno alle porte, Sofia che deve fare una gita con la classe, Matilde che ha quasi i buchi.

Negozio prescelto fa parte di una catena, specializzato in scarpe. Ci siamo stati già altre volte è di solito le scarpe sono tutte ammassate su scaffali e gli stessi suddivisi per taglia. Per ogni tipo di scarpa non c’è sempre lo stesso numero e quindi bisogna un po’ arrangiarsi. Commesse e commessi ci sono ma dispersi in quel marasma non è facili trovarli.

Entriamo e ci dividiamo. Per fortuna c’è sempre un angolo del negozio dedicato ai bambini con tv , giocattoli, proprio vicino alla loro area. Anche io ho bisogno di scarpe! Per fortuna riesco a ritagliarmi il mio spazio, Sara si accolla i bimbi e io girovago tra gli scaffali pieni di scarpe nel settore degli Herren.

Trovo una scarpa che mi aggrada, la provo…. Bo dentro sembra ci sia una specie di tappeto attaccato. Fuori dice vera pelle. Cerco dove la fanno… Nulla. Forse devo smontarla ma non mi sembra il caso. 40 euro, caspita che prezzo. Mi guardo intorno. Prendo altre scarpe, sempre tutte sotto ai 50€. Tutte fatte all’interno similmente. Tutte senza la nazione di provenienza. Possibile? Anche quelle con il pelo dentro, purtroppo qui popolari, risultano senza una provenienza. Ma non siamo in Europa? Boh forse le regole valgono solo era la carne. Non mi accontento, cerco la zona del locale delle scarpe firmate. Tutte firme italianizzanti, finalmente , un design in o meglio. Ne calzo una, il gusto è comunque discutibile, mi sembra che all’interno la soletta non ci sia. La esamino bene. Una grossa scritta in inglese posta sulla soletta, dice che è coperta da un brevetto italiano. Già… Bello. Però mi puzza. Tiro su la fibia è sotto alla tabella delle taglia sta un bel ‘Made in China’. Ma come ? Questo marco italiano , famoso?

A fianco un altro marchio del Made in Italia, provo una scarpa anche di questo e faccio le stesse osservazioni sulla soletta. Possibile che non riusciamo più a fare scarpe? Questa però è fatta in Vietnam.

Sono nella parte ‘costosa’ del negozio, infatti sono equipaggiate con un chip antitaccheggio…. Costose? 60€, 20€ in più di quelle ‘fatte non si sa dove’. A fianco un’altra esposizione di scarpe molto eleganti. Marca dal nome non famoso…. Guardo… Fatte in Germania. Scarpe dagli 80 ai 100€…. Fatte decentemente ma non speciali. Sembrano quasi meglio delle italiane fatte in Cina. Possibile? Possibile che ci siam giocati le scarpe così facilmente?

I bimbi hanno finito. Sara è riuscita nel solito miracolo di comprare in meno di 1 ora le scarpe alle due bimbe grandi. Anche Tancredi si è comprato un paio di scarpe. Il tutto per un centinaio di euro. La volta prima ero riuscito a strappare a Sara di comprare delle “Primigi” per quasi settanta euro per Sofia e che detengono per ora il primato di durata: 1 anno intero senza buchi nelle suole! Il quelle belle scarpe capeggiava nella suola un bel ‘Made in italy’ è un confortante ‘vero cuoio’ … Si in italiano, qui in Germania! Purtroppo a distanza appunto di un anno la su detta marca non sembra comparire più sugli scaffali e… La Cina ai piedi. E´pero´ triste pensare che il tutto e´ dovuto per una differenza di pochi euro per il consumatore che , moltiplicata per i consumatori fanno un sacco di euro per le aziende produttrici.

2 commenti

Archiviato in Germania, Pensieri

Il rito.

IMG_1435.JPG

Ho cominciato un mesetto fa e ora lo faccio tutte le mattine. Tutte le mattine, prima di andare a lavorare. Per fortuna è cambiato l’orario e alle 7:30 ora c’è luce. Esco , attraverso la strada è imbocco il portone del cimitero. A quell’ora non trovo mai nessuno, solo un paio di volte ho incrociato una signora. Ci siamo salutati, quasi con orgoglio, un orgoglio per dire che anche l’ora era strana eravamo lì per i nostri cari. Attraverso quindi un prato costeggiato da alberi altissimi. Alberi che sono lì da sempre. Poi imbocco un vialetto tra varie tombe, tutte per terra, come va qui. In lontananza si vedono le luci fievoli della città , poco più sotto , che si sveglia. Infine entro tra un rettangolo fatto di alberi. Un rettangolo che delimita quello che è un cimitero seperato dal resto. Un parco dentro al parco per delimitare, per sottolineare, per innalzare. Si , in quel recinto naturale fatto di alberi e cespugli ci sono solo bambini. Bambini che sono andati in cielo. Alcuni sarebbero più vecchi di me, altri avrebbero qualche anno. Arrivo di fronte a Virginia, la mia bimba, la Sua bimba, il nostro angelo in cielo. Leggo il suo nome sulla croce. Una croce di legno, piccola e semplice che già dopo qualche anno denota il passare del tempo. Questo rito a che serve? Lei è là felice, che ammira la luce di Dio , che serve venire qui, rileggere le date in cui è nata e in cui ha raggiunto il Padre? Essere lì mi fa guardare dentro, mi obbliga a fermarmi a pensare alla mia vita. A chiedermi perché sono li. Andare al cimitero non serve per chi c’era. Loro sono nella vita eterna, per loro non è più un problema se Renzi c’è la farà a riparare l’Italia o se domani piove. Loro sono a posto, hanno passato l’esame. Andare li serve a me al mio egoismo, a curare il mio egoismo e farmi sentire umile, a farmi sentire uno qualsiasi e un passo dietro l’altro migliorare il mio cammino nel mondo.

3 commenti

Archiviato in Pensieri

A duecento chilometri all’ora.

mercedes-benz-w-125-4327-km-h-di-velocita-su-strada-aperta-un-record-imbattuto-da-75-anni-r16104

 

8 settembre 2014, nord di Amburgo, su un’autostrada a due corsie che si snoda pochi chilometri all’interno della costa del mare del nord.

La Mercedes grigia appena passa il cartello di fine dei limiti di velocità accelera mordendo la strada. Il conta chilometri segna quasi i duecento. In lontananza un tir compie un sorpasso, la scena si avvicina terribilmente in fretta. Marcus, alla guida, frena, io mi attacco alla maniglia poco più in alto. La macchina si inclina un po’ , gongola sulle sospensioni e ci accodiamo al tir. Questo sorpassa una macchina che procedeva lentamente. Il tir torna nella sua corsia e la corsa pazza dell’auto grigia riprende. Mi aspetta un treno, un treno per tornare vero il sud della Germania, verso casa. Da qualche minuto avevamo iniziato un’amichevole conversazione sulle vacanze appena trascorse. Ovviamente ho parlato a Marcus della nostra visita ad Assisi. Lui è un tedesco atipico. Per prima cosa perché parla un buon italiano, anche se ultimamente è arrugginito. Poi è estremamente flessibile a dispetto di altri colleghi. Nel lavoro però pretende il meglio, come quasi tutti i tedeschi biondi che si rispettino. Gli ho raccontato anche della Verna, dove Francesco ha combattuto il diavolo. Lui alla guida sbuffa, ringhia un po’ ma almeno diminuisce la velocità con cui consumiamo la strada. Poi sottoposto a mie domande non c’è la fa più e se ne esce dicendo che Francesco era toccato come tanti ragazzi ricchi di oggi che si drogano, si danno all’alcool, si suicidano da un cavalcavia o aiutano i poveri. Per Marcus Francesco ha scelto questa ultima via ma non è diverso da tutti gli altri e la storia che alla Verna abbia combattuto il diavolo è solo una leggenda. Effettivamente non posso contradirlo. Francesco sicuramente è stato spinto a cercare qualcosa e quella cosa, quella risposta la cercano in tanti anche oggi. Alcuni appunto si buttano dai cavalcavia, altri si drogano , altri si danno all’alcool, altri ancora trovano la risposta diventando fondamentalisti islamici e tagliando teste. Queste azioni, queste re-azioni quasi esplosive hanno una sola e unica domanda, sono risposte o punti di fine di una sola e unica domanda che tutti abbiamo dentro ma che pochi ascoltano o si pongono…. Il senso della vita, qual’è?

Quando mi guardo indietro, quando penso a quello che ho passato non riesco altro che affermare di aver avuto proprio una gran fortuna. Ero disperso e Maria mi ha raccolto, ricordandomi perchè siamo qui, rimettendomi sulla giusta via, dandomi la possibilità di rispondere il maniera umana, sensata e positiva a quella domanda che anche a me girava in testa da tanto tempo.

Io e Marcus entriamo in un piccolo Inbiss (piccolo negozio dove servono da mangiare, di solito Würstel) a conduzione familiare. In pratica una stanza con due sedie e un balcone dove fanno pasta che da fuori sembra pasta pasticciata e würstel con patate fritte. Lui continua dicendo che da piccolo lo obbligavano ad andare in chiesa e che non capisce il fatto di portar rispetto ai Santi, che sono tutte fandonie e che il Dio che ci siamo creati è solo per manipolare le persone, “e quando morirai che succede?” … “Torneremo cenere” replica. Mi dice che anche lui ha pianto, anche lui ha perso anni fa una cara amica per un cancro. Quasi ad avvicinarsi alla mia storia, alla mia bambina diventata un Angelo. Poi aggiunge che in natura l’animale tonto o più debole prima o poi muore. Se invece si è forti si riesce a costruire una famiglia , fare dei figli. È una legge di natura, funzioniamo così e basta. Lo ha affermato anni fa Darwin. Io lo subisso di domande tra una patatina e un pezzo di würstel: “come mai essendo valida la famosa legge di Darwin ci siamo differenziati dalle scimmie avendo la testa più grande? La testa più grande crea problemi alla nascita, aumentando la mortalità dei parti e la presunta maggior intelligenza serve in un secondo tempo… Peche noi umini ci prendiamo cura dei deboli e indifesi, chi ci dice di farlo? …. Se Dio non esiste chi ha messo in ordine le cose? Chi ha creato il triangolo ad esempio, in cui vige la legge per la quale la somma degli angoli fa 180 gradi? …

Si lo so sono pedante a volte e lui non sa come rispondere.

“E la sacra Sindone che nessuno è mai riuscito a riprodurla se non con un raggio laser?”

Scrolla le spalle. Lui della chiesa non ne vuole sapere, pensa che i vescovi e i Papi vogliano solo accumulare ricchezze per vivere nell’agio e tenere gli altri nella povertà e nell’ignoranza. Io gli dico che tutti hanno un sacco di peccati sulla coscienza, anche i vari vescovi e Papi sono uomini, commettono sbagli. Io per primo sono un peccatore e che cerco di aiutare il prossimo. Gli racconto delle visite che faccio a un malato di Parkinson per tenergli compagnia, che in Germania la gente non è povera ma è sola. Sola come la gente degli ospizi, tutti uguali, tutti pieni di gente sola dondolante davanti a televisioni urlanti. Tenute accese per non far sentire i lamenti di chi ci dondola davanti ai pochi visitatori. I suoi occhi sfuggono i miei e non sa più cosa dire.

Marcus è un bravo ragazzo qualche anno più vecchio di me, con una moglie e due figli piccoli, che si impegna a morte per il lavoro e sa benissimo purtroppo di trascurare la famiglia. Semplicemente vive. Vive viaggiando a più di 200km/h e in quei momenti… Meglio non porsi domande.

2 commenti

Archiviato in Fede, Germania, Pensieri