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Agosto … moglie mia non ti conosco…

I bimbi sono in vacanza in Italia con mia moglie. Sono solo. Solo da già tre settimane. Da quasi tre settimane la casa è sola , come me.  I bimbi hanno 6 settimane di vacanze mentre io ne ho solo 3, per questo abbiamo deciso di dividerci, di portare la truppa in Italia e io ritornare in Germania.

Non c’è nessuno che corre, urla e poi piange perché uno dei fratelli gli ha fatto male.

A mezzogiorno non c’è Sara, mia moglie, che a gran voce ci chiama a mangiare anche se la pasta è ancora sul fuoco. In tutto questo silenzio ho tempo per fare quei lavori in casa che sarebbero impossibili con la truppa in casa , come ad esempio dare l’ olio al parquet. Ci abbiamo provato e immancabilmente il giorno dopo c’ era qualche impronta qui e là … anche se ci eravamo raccomandati tanto. Tra i pennelli e gli stucchi ogni tanto però mi fermo e penso. Capisco quanto sia importante la famiglia ma sopratutto quanto mi manchi Sara e il solo parlare con lei.

E adesso qui come in un film di Tarantino inizia una storia che non centra nulla con quella prima…

Le notizie rimbalzano dall’Italia e in questi giorni si parla spesso del Cocoricò di Riccione. Quel nome, quella discoteca mi riportano indietro da 20 anni o più. Si anche io andavo in discoteca, avevo i capelli lunghi e guidavamo 2 ore, dal nostro paesino vicino a Bologna, per andare a Riccione. Per andare alla festa. La parte più bella era quando ci trovavamo nel bar, nella parte preparatorio, nell’ attesa. Tutti tirati, con vestiti a volte stravaganti ci trovavamo nel bar del nostro paesino per scherzare un po’ e fare due chiacchiere. Poi via in macchina. A Lugo ci fermavamo in un altro bar, era diventato quasi come una tradizione. Autostrada e quindi arrivavamo a Riccione, al diversifico. La parte bella era appunto quella preparatoria, quella che ci portava alla festa perché tra di noi si scherzava, ci si divertiva. Eravamo tutti maschi , tutti con il pallino di trovare la ragazza. Un sabato sera di quelli andammo al Cocoricò. Mi ricordo che da fuori, in coda per entrare, si sentiva il rimbombo della musica. Dai vetri traspariva una folla ondeggiante. E poi? E Poi dentro era come essere in una marmellata di persone, si diventava una cosa unica che si muoveva al ritmo dei potenti woofer. E puntualmente mi capitava di chiedermi : ma cosa ci faccio qui? Il caldo, la musica assordante e nauseante. L’ impossibilità di scambiare parole con nessuno se non a gesti. Il buio falcato con luci stroboscopie, le facce allucinate della gente. Ma perché cavolo mi sono vestito bene? Chi mi vede qui? Sono un fantasma come tutti gli altri, spersonalizzato. Giriamo in tondo in cerca di non si sa cosa. Poi uno dei miei amici ha una grandiosa idea : non ce la fà più e io mi offro di accompagnarlo fuori. Prima di uscire ci fanno un timbro, nel caso volessimo tornare dentro.

In altre discoteche ci sono spazi all’ aperto di solito , nel Cocoricò , in quel Cocoricò di 20 anni fa no. Usciamo e andiamo a sederci in macchina per respirare un po’. Un tipo passa davanti alla nostra macchina e si mette a vomitare. Due ragazze si acquattano al fianco di un cespuglio di fronte a noi e fanno pipì per terra… si proprio lì davanti a noi. Ripensando alla strada fatta, al fatto che mi sono sposato, che sono arrivati ben 6 figli, non posso pensar altro che qualcuno da lassù mi voglia bene, che mi abbia guidato, che non ha permesso di perdermi. E adesso posso dire che quel periodo forse era necessario, era dovuto, era come metter il naso fuori per poter accorgersi che la felicità in quella baraonda, in quella marmellata di persone ondeggianti, la felicità non c’è. E’ altrove. La felicità era nelle risate tra amici al bar, gli scherzi tra di noi, il canzonarci. Poi Dio ci chiama a un tendere , a un desiderare, purtroppo allora, come oggi, i ragazzi son soli ad affrontare questo desiderio. Sono soli a capire di che cosa hanno bisogno, sono soli a capire come andare oltre e sono portati a seguire la massa. Se la massa va in discoteca a sballarsi lo fanno tutti. Lo fanno tutti anche se non si divertono se non ubriacandosi o impasticcandosi. Ci vorrebbe qualcuno , fuori dalle discoteche , a distribuire formule per la felicità, a distribuire una mappa, una proposta per cercare la felicità. Quello mi piacerebbe fare. E lo farei gratis. Chissà …. Che formula? Il Vangelo!

Buone vacanze!

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A crepar di maggio…


Il cielo azzurro, di un azzurro speciale. Aria tersa e nessuna nuvola. Il meccanismo che Dio ci ha creato si muove attorno a me. Tutto sembra perfetto, tutto è perfetto a maggio. Che a crepar di maggio ci vuol troppo coraggio, come in quella canzone di De Andre. Anche Virginia è morta di maggio. Anche per lei tutto intorno era perfetto: i prati di un verde brillante e pieni di fiori e ancora in cielo un azzurro stupendo fatto di miliardi di sfumature. E la vita va avanti. Ma avanti dove? Che senso ha? Ci muoviamo nello spazio, che senso ha andare solo avanti? E dove sarebbe questo avanti? È questo il nostro scopo della vita? Andare avanti? Raggiungere la pensione? E poi mi accorgo che faccio parte di tutto questo, di tutto questo meccanismo e che è un meccanismo che ho scelto io, una strada che ho voluto percorrere fino in fondo. Ho deciso io di lottare, ho deciso io di mettermi di traverso al destini, al destini di Virginia  per poi all’ultimo accorgermi che lei voleva andare, che lei non era qui per troppo tempo, che lei voleva tornare al Padre e insegnarci a vivere. Allora tutto questo prende forma, ha un senso. Tutta questa composizione fatta di gioie e dolori, fatta di alti e bassi che è la vita ho un senso, ha un motivo di essere vissuta. Il motivo principale è proprio l’interazione che abbiamo con gli altri, il relazionarsi che non deve essere più un aggredire o un difendersi ma deve trasformarsi in un’accoglienza continua. In un cercare di capire, di rendersi umili e piccoli per capire che quando l’altro alza il pugno per colpire, ha un buco nel cuore, ha una ferita lacerante e se riuscissimo un giorno a sanare quella ferita, quel pugno si trasformerebbe in una carezza. Ma quanta fatica, quanta incomprensione, quanta banalità, quanta arroganza. Ma tutto fa parte della stessa trama , tutto fa parte di quel meccanismo che ci ostiniamo a non capire, a non vedere, che continuami ad opporvici. E a. Maggio mi accorgo sempre di come l’inverno sia davvero passato e di tutta la fortuna che il buon Dio ci ha dato.

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L’informazione uccide.

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Ho rivisto un po’ di volte il famoso video dell’ISIS dove i taglia-gole portano le loro vittime sulla spiaggia. La colonna procede lentamente, sembra quasi vadano a fare un picnic o una scampagnata. Le persone vestite di arancione camminano calme, hanno facce tranquille. Poi inizia la sceneggiata del tipo con il coltello che lo punta alla telecamera come uno scafato attore di Hollywood. I tipi in arancione sono in ginocchio ma sembrano estremamente calmi e tranquilli. Mi son chiesto più volte : ma lo sanno quello che gli capiterà? Come fanno ad essere cosi tranquilli? Non e’ che non sanno assolutamente nulla? Forse li hanno drogati? Forse non sanno che ci sono persone, mostri, che sono pronti a tagliargli la gola?

Nell’era di twitter e face book , possibile che ci sia qualcuno nel mondo che non sappia cosa sta succedendo? Ebbene penso che la disinformazione uccide. Quei poveretti ignoravano contro a cosa stavano andando.

Ogni tanto chiedo a qualche collega , tedesco, cosa ne pensano di questi pazzi che girano video a tagliar gole.

Loro sgranano gli occhi, cercano di capire meglio poi dopo 10 minuti iniziano a realizzare di cosa sto parlando e raramente hanno visto in TV i famosi video. E l’attentato di Parigi? Si , quello lo conoscono, la capitale francese dista 5 ore di macchina dalla nostra città e l’eco sui media e’ stato enorme. I piu’ hanno commentato che sono stati dei pazzi, che non hanno idea del perché, liquidando la discussione in pochi minuti. Solo il collega turco ha approfondito , accennando che l’occidente ha violentato parecchie volte il medio oriente e questi sono i risultati.

E se domani sbarcassero qui quelli dell’ISIS? Se domani il tipo che fa pizza e kebab si nascondesse dietro a un fazzoletto nero, prendesse un coltello e si mettesse a inseguirci? Se tirasse fuori un Kalashnikov? La media dei miei colleghi avrebbe la faccia inerme di quei poveri cristiani trucidati sulla spiaggia, sarebbero pecore pronte a farsi macellare senza nemmeno saperne il motivo. Vestiti anche loro nelle tute arancioni con facce fiduciose in attesa che qualcuno esca dicendo che e’ una candid camera. La maggior parte dei colleghi vive alla giornata, si lascia vivere, mette da parte le notizie che non piacciono ed e’ come se rifiutasse la realtà perché troppo scomoda , troppo ruvida, troppo sporca, troppo macabra, troppo impegnati sul lavoro, troppo impegnati sul’hobby, troppo impegnati in palestra. Semplicemente troppo.

La vita non la possiamo ignorare, non la possiamo nascondere, sbucherà sempre fuori sta a noi scegliere di vivere sul serio o girarci dall’altra parte ma prima o poi dovremmo chiederci … Ma stiamo vivendo davvero?

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Il mondo che vogliamo.

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L’oggi cambia in continuazione. Quello che e’ adesso, tra qualche tempo non e’ piu´. Il mondo e’ stato stravolto dai mezzi di comunicazione, e’ stato rimpicciolito. Noi occidentali ci troviamo in questo che e’ diventato come una piccola scatola. Una scatola dove tutto rimbalza a velocità supersonica contro le pareti della stessa e viene riflesso nella stessa. Ma dove sta andando questa scatola? Dove stiamo andando? La TV rimbalza filmati di poveri disgraziati che su delle bagnarole cercano di raggiungere l Europa. La vedono come la terra promessa, come il futuro, il loro sogno.

Ma noi i nostri sogni dove li abbiamo messi? La nostra terra promessa dov’è?  Siamo anche noi su una bagnarola , abbiamo anche noi un sogno in testa? Dove sono finiti i discorsi sull’uguaglianza la fraternità , su un posto dove abitare in cui non c’e’ povertà e fame? Erano tutti tanti bei propositi ma sono stati travolti dal capitalismo. Oggi non siamo per quello che proviamo , per quello che sappiamo o pensiamo ma per quello che facciamo per quello che abbiamo.

E adesso i sogni sono creare una app che faccia arricchire, un’idea per una aggeggio elettronico che si venda a milioni, non c’e’altro. Raggiungere uno status quo, un arrivare alla pensione prima del tempo. E’questo il nostro obiettivo? Vogliamo essere tutti americani? Lavorare per arrivare , per sentirci arrivati e in questo percorso non importa se calpestiamo , travolgiamo, distruggiamo un po’di persone sono danni collaterali, in fondo tutti accettano di combattere in questo dannato scatola-mondo e quindi tutti devono accettarne le conseguenze. Ma… spetta un attimo e quelli che arrivano sui barconi? Anche loro hanno accettato il gioco al massacro? Il gioco del capitalista? Anche loro hano un’idea per una nuova app? O forse loro non capiscono perché le granaglie che prima non costavano nulla ora non se le possono permettere. A noi servono per farci la benzina biologica e farci sentire un più puliti ma loro non riescono piu’ a mangiare. Loro sui barconi, la crisi i fine 2008 non l’hanno sentita. Per loro la vita non e’cambiata per colpa di qualcuno che ha giocato sporco in borsa e ha fatto cadere il castello di carte delle nostre banche. Loro sui barconi scappano, sono la’ perché se non scappano gli tagliano la gola o li bombardano. Loro che scappano da guerre causate da noi , da guerre combattute con armi made in Italy, Germany …. Loro sui barconi che seguono un sogno e sono disposti a morire per non far provare ai loro figli quello che hanno provato loro. Loro che noi invece non vogliamo, non li vogliamo accogliere, non abbiamo posto, non abbiamo lavoro, non abbiamo amore, non facciamo più figli,  non abbiamo fede, non abbiamo misericordia…. Se l’unico obiettivo , se quello a cui tendiamo e’il capitalismo più’ estremo, non dobbiamo stupirci degli “scarti” che facciamo ma sopratutto , non dobbiamo stupirci di diventare scarti noi stessi.

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Una morte vale una morte?

Qualche giorno prima di Pasqua, mi aggiro per casa dopo le 11 di sera. Silenzio intorno, la truppa dorme. Faccio scorrere il mouse per uscire dal salva schermo e spegnere il pc. Scorgo una pagina aperta in Firefox : qualcuno ha cercato su google la parola ISIS. Di sicuro non i bimbi, forse la mamma di mia moglie in visita in questi giorni. Google e´uno strumento fantastico e ha la possibilità di poter cercare fra immagini. Clicco per vedere che immagini di esaltazione possano essere legati alla parola ISIS. Invece no. Rimango stordito, ammutolito. Ci sono immagini di teste mozzate, messe in fila. In una un uomo riverso sul ventre ha la sua testa appoggiata sulla schiena. Una bimba sul pavimento senza testa. In una foto un tipo sorridente arabo tiene per i capelli la testa di una persona araba pure questa, molto simile a lui. Gia´ persona. Vale ancora quella parola in questi casi? Scorro più in basso e le immagini sono sempre più macabre fino ad arrivare a un paio in cui persone ancora vive , sgozzate per il collo , vengono messe a testa in giù per far in modo che il loro sangue vada in una specie di pentola. Ripenso quindi alla foto degli studenti in Kenya, tutti riversi a testa in giù come capre al macello.

La carica emotiva di questa serie di foto e´impressionante ma una morte non vale una morte? Che differenza c´e´tra una bambina annientata sotto la sua casa per un bombardamento aereo e la bambina della foto di cui sopra, a cui hanno mozzato la testa? Una volte che il corpo e´morto che differenza fa se si e´morti per un colpo in testa, un incidente in macchina, di schiantarsi con un aereo contro una montagna o per un attacco cardiaco,? Dal punto di vista dell´anima che lascia il corpo mi immagino sia uguale, che sia una specie di risveglio , un risveglio che faccia capire come fossero futili tutte le preoccupazioni che avevamo fini a quell´istante.

Se una differenza c´e´ sta dalla parte del carnefice, dalla parte di chi ha spinto quel bottone o da quale di chi ha brandito quel coltello. Il primo, il tipo del bottone, a lui non importa più di tanto. Non si sporca, sta a migliaia di metri di altezza, forse quando le pareti sono crollate su quella vittima lui stava gia´facendo rientro a casa, e che gliene importa a lui! Erano solo ordini, inquadrare il bersaglio, alzare la sicurezza rossa e premere quel dannato bottone. Poi chi se ne frega, lavoro e´lavoro. Per l´esaltato dell´ISIS invece e´diverso. Si sporca con il sangue della vittima, sente il suo sudore, il respiro di quella persona e poi dopo quella non sara più persona , sara´anima. Come nel caso del bombardamento ma quel pazzo esaltato dell´ISIS sara´li´. Sara´ li a provare in prima persona cosa voglia dire togliere una vita, avocarsi il potere di Dio e decidere di interrompere lo scorrere di un´esistenza. Magari un´esistenza piena di speranze , piena di sogni. E il sangue di quell´esistenza macchierà inesorabilmente e per sempre quel coltello.

Il sangue penetrerà nell´anima, nella mente e nei sogni di quell´aguzzino. Potra’ lavarsi le mani 1000 volte ma senza risultato, il sangue di quegli innocenti sara’ sempre nei pori della sua pelle. Perche’ che sia sangue innocente lo sanno benissimo, ma quello che non sanno e’che le nefandezze che fanno rimarranno per sempre, per sempre righeranno le loro anime.

Come potra´ridere? Come potra´essere felice una persona che ha compiuto gesti del genere? Per questo l´ISIS non potra´mai vincere, sara´sconfitto dallo stesso sangue innocente che versa sulla terra.

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Non c’e’ Pasqua senza la Passione.

Un copilota si schianta su una montagna in Francia trascinando con se altre 149 persone. In Germania non si parla d’altro. La TV, la radio, i colleghi che aggiungono dettagli, aggiungono supposizioni su quello che e’ stata una delle piu’ grandu tragedie aeree dell’Europa.
Ho immaginato nei gionri scorsi come deve essere stato. Come il capitano bussava a quella porta invano e gli altri paseggeri piano a piano in quegli ultimi minuti si rendevano conto di quello che stava succedendo. Su quell’aereo pieno di bambini. Mi immagino quella coppia con il bimbo di tre mesi, premurosi e affettuosi e poi enl momento del panico. Deve essere stato tremendo. Poi mi immagino l’impatto. Un impatto che ha compresso tutto insieme: allumino, plastica e carne tutto insieme fino ad esplodere e sparpagliare il tutto su quella montagna. Quella montagna da sempre li, che era tranquilla, luogo di lupi e falchi e a un certo punto vien cosparsa di morte, viene cosparsa della amalgama fatta di alluminio, plastica, passeggeri, sogni e sperante. Tutto vien messo allo stesso livello tutto viene azzerato in quel momento. Nel mio immaginare penso che quell’attimo , quel momento , sia stato cosi’ veloce e senza significato fisico per gli occupanti che si siano trovati direttamente davanti a Lui a chiedere al copilota perché lo avesse fatto.

Gia’ il perché. Tutti , ma proprio tutti, si chiedono il perché. Sulla stampa e le TV parlano delle sue condizioni mentali, che perdeva la vista e che avrebbe perso presto la possibilita’di volare. Questo sembra sia bastato per prendere la decisione di uccidersi , di schiantarsi contro un muro di roccia insieme ad altre 149 persone. Probabilmente si sentiva la vita e il successo scivolargli fra le mani. Un ragazzo di 27 anni con un possibile fulgido futuro che doveva rinunciarvi, che si sarebbe sentito uno scarto, messo a margine della nostra societa.

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Ho sentito in chiesa questa frase sta sera, durante l’omelia: non c’e Pasqua senza Passione. Non c’e’ ressurezione senza passare per la morte e non c’e’ vita che non abbia una croce che non abbia una Passione da affrontare e la Passione e’ commisurata alle nostre capacita’ .

Sabato abbiamo fatto una gita. La strada ci ha portato in mezzo a una serie di colline stupende. Non vi eravamo mai stati, il navigatore ci guidava. Usciamo dall’ennesimo paesino , saliamo un’altra collina poi finalmente ci siamo. Entriamo nella Westerwaldklinik. Una clinica per riabilitazione. Ci aspetta un’ amica. La moglie di un mio collega. Arriviamo dall’alto alla clinica e si presenta immensa posta quasi alla sommità di una collina. Contornata di strade pedonali che si inerpicano nel bosco. Trovato il parcheggio ci portiamo all’ingresso. Questo da’ su uno spazio al chiuso immenso pieno di piante e tavolini messi qui e la’. L’ atmosfera e’ rilassata, c’é chi legge, chi naviga in internet con il tablet, chi beve un caffè. Sentiamo dei bambini vociare e vediamo finalmente la coppia di nostri amici. Ci avviciniamo e facciamo i saluti di rito : sono passati quasi due anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Siamo in una clinica perché lei ha avuto un ictus. Lei madre di tre figli, quarantenne, laureata in economia, pronta , dopo l’ultima gravidanza , a tornare al lavoro, a ributtarsi a capofitto nella frenesia del lavoro, si e’ dovuta fermare. Poi ci racconta con estrema lucidità che si sente bene, che ha perso una piccola parte del cervello, che fa fatica a concentrarsi, che si e’ dimenticata completamente il Francese e non riesce più a fare di conto. Un mese dovrà stare in questa super clinica di lusso, tutto pagato dall’assicurazione della pensione. Un mese a quasi un ora di distanza dal marito e dai tre figli piccoli che la vedranno solo nel fine settimana. Nella clinica farà ginnastica, esercizi in piscina e altri per riabilitare quelle funzioni che ha perso e che riprenderà forse in tre o quattro anni.
La mano destra la muove poco, ne ha perso sensibilità e non riesce più’ a scrivere. Facciamo una passeggiata candidamente ci dice che e’ un segno di Dio che le intima di fermarsi, di occuparsi d’altro.

Anche questa vita poteva essere vista una vita da scartare, da buttare, da ritenersi inutile ma la nostra amica, forse perché’ piu vecchia del copilota Germanwings, trova un appiglio, trova al forza, l’umiltà di rivolgersi al Padre a fare un passo indietro e ce lo dice con il sorriso.

E tutti che si chiedo il perché del gesto del copilota, e tutti che non capiscono. Ho scritto altre volte su questo blog che non tanto lontano dalla nostra città vi e’ un ponte dell’ autrostrada che attraversa la Mosella. Il ponte corre a più’ di duecento metri sopra il fiume e regolarmente ogni anno si buttano di sotto 5 o 6 persone. Non lo scrivono sui giornali per non farne pubblicità’ ma continuano a chiedersi il perché senza avere una risposta. Ma come ? In Germania abbiamo tutto, soldi, lavoro, mangiare, tutti i diritti di questo mondo e … e ogni anno 5 o 6 persone nella mia piccola città’ si buttano di sotto. Si buttano di sotto senza speranza, senza avere più progetti , sentendosi inutili non riuscendo a vivere il prossimo secondo, pensando come se il prossimo secondo della propria vita non potesse che essere un’eterna tragedia.

La vita e’ come un battito di ciglia, si e’ bambini e poi d’incanto ci si trova adulti e poi padri. Non si ha spesso il tempo di fermarsi e pensare se stiamo andando nella direzione giusta ma prima o poi arriva in qualche modo la chiamata, arriva Lui che ci bussa sulla spalla. Lo fa in tanti modi diversi e dei più strani, sta a noi ascoltarlo e rimetterci sulla giusta strada.

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Il terrore sta vincendo. 

Era un po’ che non volavo.

Corro veloce in macchina, sono un po in ritardo per il volo. Cioè, non è che sia in ritardo ma da sempre ho la regola di arrivare un ora e mazza prima del volo, il navigatore impietoso mi dice invece che arriverò solo un ora e 10 minuto prima. Va beh, oggi era il compleanno di Annamaria, i preparativi e tutto il resto , ho perso quei venti minuto. È domenica e sulla A48 la maggior parte della gente resta nelle prime due corsie, guidando sonnecchiamente in un bel sole di fine marzo. Io e pochi altri sfrecciamo a quasi 170. Senza limite, autostrada senza limite. Come è possibile che sia senza limite questa autostrada, eppure è così. Si può sfrecciare anche ai 300 teoricamente. Mi sfiora questo pensiero mentre affronto l’ ennesima curva. Si infatti , anche se non c’ e limite è tutta una curva. Possibile? Penso quindi a cosa sia lavorare in Germania, dato che ci lavoro da quasi cinque anni. Effettivamente lavorare qui è come percorrere questa autostrada : si può andare veloci ma non ci sono rettilinei, non ci sono mai tratti in cui ci su può rilassare, si può tirare il fiato, no. Se si vuole essere sulla cresta dell’onda bisogna avere mille attenzioni, non ci si può rilassare. Arriva finalmente un tratto con limite ai 130 e posso appunto rilassarmi. Appena passato il cartello del limite la macchina inizia ad ondeggiare paurosamente. Mi guardo intorno e anche i guidatori delle altre auto sembrano sul tagada (beh per che non sapesse cosa sia… È una giostra fatta da una piattaforma circolare, ci si sale e questa piattaforma ruota si inclina e sobbalza per il piacere degli occupanti). Qui di anche andando piano non riesco. A rilassarmi e finite le onde sull’asfalto ritorno a spingere il pedale, sono in ritardo! 
Arrivo all’aeroporto di Colonia, tre mila svincoli e come solito prendo quello sbagliato, pazienza, parcheggerò nel parcheggio più caro. Mi accorgo pero di essere davanti al terminal sbagliato, rimpiango. Sempre quei trenta minuti di riserva che avevo per abitudine sempre tenuto in tutti i miei viaggi e che ora non ho. Non serve rimpiangere e mi affretto. 
Finalmente dopo quindici minuti riesco a fare il check-in e mi presento al gate, mi metto in fila per i soliti controlli. Vedo fuori dal gate dei disegni in cui spiegano che per 3 secondi devo alzare le braccia, boh. Sarà quando ti scannano che devi tirare su le braccia? Va beh, tanto negli stati uniti per il fatto che avevo il pizzetto e forse un’aria arabeggiante mi hanno sempre controllato fino all’ultimo pelo. 
Poso la mia roba sullo scivolo, estraggo l’ ipad, il tipo mi dice anche la cintura. Va beh, ribatto, non mi ha mai dato problemi. Lui insiste, io mi spoglio della cintura. Mi chiede se ho le tasche vuote. Beh ho un fazzoletto e… Una graffetta, come ci sarà finita li? Poso la graffetta, e faccio la finta nel riprendermi il fazzoletto. Il tipo insiste che invece devo posare anche quello. Eh? Ma è di stoffa? Lui dice che le tasche devono essere vuote per il personal scanner e qualcosa che non capisco. Mi giro e realizzo passo dentro a un cilindro di vetro, tiro su le braccia come nel disegno che avevo visto, e il tipo che mi aspetta fuori dal cilindro mi dice di non muovermi. Sono fuori e guardo insieme al tipo uno schermo lcd, compare il mio corpo con evidenziate delle parti gialle vicino al collo. Lui mi tasta li e poi dice che posso andare. 
  
Mi guardo attorno e solo in quel momento vedo tutta la polizia che c’e intorno, vedo tutti i passeggeri come topi messi in fila, passare tutti attraverso quel coso per essere scannati. 
Passo oltre e cerco di recuperare le mie cose, soppratutto la cintura per evitare che mi caschino i pantaloni. Aspetto paziente e una signorina molto gentilmente mi chiama, mi invita ad aprire lo zaino. Ci siamo, penso, lo hanno trovato. Apro lo zaino lentamente, so bene a cosa punta: estraggo il calibro e glielo mostro.
   

 

 Lei mi guarda strano ,io le dico che l’ho sempre portato con me in tanti viaggi. Lei ha dubbi e chiede a un collega che conferma che non ci sono problemi.
Possibile che per tutto il terrore che c’e’ nel mondo ci costringiamo a controllarci fino all’ultimo capello? Possibile che il terrore stia vincendo in questo modo su di noi? Come topi costretti in lunghe file, come topi a scappare dalle nostre paure. Controllare è giusto e sacrosanto penserà il lettore. Ma controllare cosa? E quanti sara’ abbastanza? Su un aereo salgono circa 2-300 persone, mettere una bimba su uno di questi , non sarebbe l’equivalente di mettere uno zaino pieno di tritolo in un cinema? Quando metteremo i personal scanner anche nei cinema quindi? E le discoteche? I palazzetti dello sport e gli stadi? Dove arriverà il terrore, dove si spingerà la mostra paura? Dov’e’ il limite? Mi immagino nel futuro voli in cui saremo divisi tra maschi e femmine e tutti in biancheria intima, per paura di nascondere qualcosa nelle tasche. E dopo essersi spogliati, una voce rassicurante dal microfoni dirà che potremo raccogliere i nostri indumenti nei contenitori com il nostro nome all’aeroporto di arrivo. 
Controllare è giusto. Una volta, in uni dei miei tanti voli, mi dimenticai il gps logger (praticamente una specie di porta chiavi che memorizza la posizione nel globo terrestre a intervalli regolari) che usavo con la mountain bike acceso nello zaino. Feci un volo, mi sembra bologna – colonia. Qualche giorno dopo trovai la traccia all’ interno del dispositivo e su google earth potevo vedere la rotta con una precisione di due metri , del mio volo. Potevo vedere a che altezza eravamo passati sulle alpi,  quando il pilota aveva virato per prendere la direzione dell’aeroporto di colonia.  Non basterebbe un pirla qualsiasi , appunto con un gps logger da 30€, tracciare un paio di rotte civili,appostarsi con un lancia razzi,che i terroristi anche se fanno morire di fame le loro famiglia hanno di sicuro,e tirare giu in un giorno prefissato tre o quattro aerei di linea? Non sarebbe l’ennesima vittoria del terrore? 
Ma noi preferiamo nasconderci, preferiamo metterci l’ennesima armatura,preferiamo ributtare a mare,preferiamo erigere muri, barriere con filo spinati , metal detector e il personal scanner. Non stiamo sbagliando tutto? Invece di proteggerci dall’altro non dovremmo tendergli la mano? 

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