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Vivi e …. Lascia morire.

Questo non è un articolo. È una reazione, un’esplosione. Ho letto il blog di una nuova arrivata: https://sefosseche.wordpress.com/2013/11/26/unamica-e/

Ho pensato… Ma si dai faccio finta di non aver letto, vivi e lascia vivere… Poi mi son ridetto, ma stai rincoglionendo? Sono sempre più convinto che la malattia dei giorni d’oggi sia il continuo permanere in uno stato di digestione eterna degli stomaci e delle menti. Tante sono le cose che ci siamo creati, tanti sono i bisogni di inserire tutte queste cose in tutti gli spazi vuoti che abbiamo. Ingurgitiamo , leggiamo , scopriamo, … Tutto alla velocità delle luce, senza pensare. Senza riflettere. Questa tiepidezza dell’uomo ci ammazza. Questa indifferenza ci distrugge. Ricordo la scorsa estate la notizia di un morto in spiaggia in Calabria: il cadavere coperto da un telo e qualche turista li vicino che chiacchierava sotto l’ombrellone… Già vivi e …. lascia vivere…. O vivi e lascia morire sta bene uguale.

Leggendo i commenti dell’articolo di cui sopra mi sono cadute le braccia e altre parti del corpo. Ma dove stiamo andando? Cosa vogliamo farci di peggio?

Ho visto qualche tempo fa una replica di Ulisse sulla rivoluzione francese. In questa si evidenziava che un gruppo di soldati che avevano combattuto per la rivoluzione, in un secondo tempo erano stati messi a morte perche’ accusati ingiustamente, come avveniva spesso in quegli anni. Nella prigione in cui erano stati imprigionati era poi stata trovata una scritta : ” libertà, quando smetterai di essere una vana parola?”

Sono contro …. Sono contro la libertà, perché l’uomo non sa che farne. Sono contro questa libertà usata male in un momento di estrema confusione e relativismo. Siamo contenti solo se la catena che ci portiamo al collo ce la scegliamo noi. Se ci scegliamo di comprarci l’iphone8 per poi essere condannati , ad esempio, ad aggiornare il software in continuazione ci va benissimo. Se ci viene imposta, tutti ci ribelliamo. Hai citato tutti i progressi che abbiamo compiuto, delle libertà conquistiate come l’aborto: http://uli.popps.org/2009/10/abtreibung/

Non vi scandalizzate della foto, è un aborto, una delle libertà conquistate. Guarda te bene che si vedono gli occhi e si contano le dita. Nella prima ecografia si sarà visto di sicuro anche il cuore battere. Non si tratta di una fotto dell’Uganda o altro paese sub Africano, ma viene dalla civilissima Germania. È questo che vogliamo? È questa la libertà che abbiamo scelto? E il bambino della foto fatto a pezzi che libertà ha avuto? Che cosa ha scelto? Che differenza fa uccidere un bambini nato di sette mesi e compiere un aborto con un bambino di sei mesi? Nel primo caso il bambino è fuori dalla pancia della mamma, quindi dalla nostra legge è considerato un omicidio. Il secondo caso, il bimbo viene fatto a pezzi nella pancia della mamma e questo cambiamento di contorno, questo essere in una stanza diversa, fa si che per la nostra legge sia perfettamente legale e normale. È questa la libertà che vogliamo? Perchè prima di inneggiare un viva alla tecnologia e al progresso non si vada un ginecologo a chiedere i particolari dell’intervento dell’aborto? Lo sapete che il feto viene fatto a pezzi per essere stratto dalla pancia e che soffre? lo sapete che il feto è già in grado di soffrire dopo poche settimane di gestazione? ma perchè la gente fa delle affermazioni così superficiali, per non dire criminali, senza sapere di cosa parla? A riprova del tutto negli USA stanno rivedendo verso il basso le settimane di gestazione in cui per legge è consentito l’aborto dato che hanno scoperto appunto. Che dopo 5 settimane il feto sente dolore.

Anche a noi per una nostra figlia, avevano consigliato l’aborto. Mia moglie non ha avuto dubbi e ha portato a termine la gravidanza. La diagnosi era sbagliata: https://inviaggioversolaltro.wordpress.com/a-matilde/

Ora quella bimba sta imparando le canzoni da Natale con il piano, ha imparato a nuotare a rana e il prossimo anno inizia le elementari. Che cos’è quindi la libertà? La libertà è la pillola del giorno dopo? Facciamo il bimbo sempre a pezzi ma più piccolini , così mi sento meno in colpa?

Ma dal nord europa, sempre più avanzato, non si fermano nelle meraviglie del progresso. Notizia di oggi che in Belgio è stata approvata una legge per l’eutanasia per i bambini. I minori chiaramente non possono decidere, quindi sarà lo stato o i genitori 1, 2, 3 o a,B e c a deciderne la sorte. Così se il pargolo rompe i maroni, come diciamo noi di Bologna, si stacca la spina. Pensa che bazza! I pezzi del pargolo poi si possono utilizzare per salvare altre persone…. Che stiano pensando magari anche a un mercato degli stessi organi? Questa società senza Dio non smette mai di sorprendermi.

Tempo fa un signore andò su un monte e  ritornò con dieci tavole su cui erano scritte delle leggi. Dio ce le aveva date perché avevamo dimenticato cosa era giusto, quali erano i valori. Avevamo dimenticato che cos’era l’amore. C’era chi ripudiava la moglie, chi prendeva quella del fratello, chi rubava, chi ingannava o diceva bugie, chi si era fatto un arem di giovani donne. Un quadro non tanto lontano ad oggi. Nella Bibbia sta poi scritto che il praticare la sodomia porta ai imputridire la società a distruggerla. Bada, ho detto praticare. Infatti anche Papa Francesco non ha nulla contro i gay, ma contro il peccato di sodomia si. Anche io non ho nulla contro i gay: l’omosessualità è una tendenza. A me piace la cioccolata e ad altri la crema. Sta bene, però la crema, seguendo l’esempio, la Bibbia dice che non la si deve mangiare altrimenti tutta la società soccombe. E come ? La sodomia porta alla lussuria e pornografia più sfrenata con uno sconvolgimento dei valori. Ho anche io amici gay e pure loro mi hanno confermato ad esempio che è impossibile essere fedeli.
E lo stesso dice il fondatore di Young Gay : http://lauracorsaro.wordpress.com/2013/07/31/usa-il-fondatore-di-young-gay-america-diventa-etero/.
I gay sono sempre esistiti, non c’è in questo nessuna conquista. Ciò che è discutibile è sostenere che possano contrarre matrimonio. Matrimonio deriva infatti dal latino “mater”, non aggiungo altro….. Diciamo che possono tutelare i loro problemi economici (eredità..) con un contratto. La gente non fa altro che ripetere acriticamente quello che sente per TV e poi pensa di averlo partorito da sola, visto che tra il nostro cervello e la televisione non c’è soluzione di continuità.

Quindi se come società approviamo i matrimoni gay è come se approvassimo comportamenti pornografici e lussuriosi che poi condurranno la stessa società in rovina. Come? Se i ragazzi di sedici anni hanno dubbi sui loro gusti sessuali ma noi oggi gli diciamo che possono provare tutto senza problemi, che succederà? Che si toglieranno i dubbi? Questa è una grande menzogna, non si torna indietro da certe cose e rimangono a fuco nella coscienza e nell’anima. La prova di quel gay che ha cambiato sesso e poi si è suicidato perché non poteva più tornare indietro…. Storia vera. È questa la libertà che cerchiamo? Cambiare sesso con un pulsante a seconda di quello che vogliamo? Come un vestito?

Ma nel senso della libertà c’è chi è avanti, sempre verso nuove conquiste tecnologiche , in cui si offre anche a pagamento una ragazze virtuale: Fake Girlfriend So You Don’t Have to Appear Alone | TIME.com
http://newsfeed.time.com/2013/11/26/never-be-alone-again-because-now-you-can-buy-an-invisible-girlfriend/

Non si parla di sesso a pagamento o robe del genere , ma di una relazione fatta di vari pacchetti di prezzo che a seconda del pacchetto acquistato da diritto a ricevere sms, telefonate registrate , messaggi su Facebook … E per i più spendaccioni vere e proprie telefonate. Che bello il progresso! È questa finalmente la vera libertà? Così quando la ragazza virtuale rompe, basta non pagarla più? Ma che serve questo servizio? Così davanti agli amici ci si può vantare di aver sms dalla propria ragazza o far vedere che lei ci scrive su Facebook… Figo eh?

In realtà la libertà che cerchiamo è da Dio. Cerchiamo di sfuggire a Lui e alla sua luce. Lui che quando ci ha creati ci ha dato il soffio vitale. Quello stesso soffio che ogni tanto si agita dentro le nostre coscienze e ci fa rinsavire per pochi istanti, ci fa capire di quale povertà umana siamo fatti, ma poi ci giriamo dall’altra parte e diciamo…. Quante conquiste abbiamo fatto….Siamo nella miseria nera dello spirito, mai l’uomo è stato più in basso. La tristezza spirituale emerge negli scritti di chi ha commentato il sito che ha dato il via a questo mio sfogo. Dire che l’aborto è una conquista significa non sapere quello che si dice, significa essere ignoranti. Significa non essere andati a fondo sul tema, aver lasciato che altri (diabolicamente) preconfezionino per noi slogan aberranti. Perchè nessuno invece dà eco alle complicazioni psicologiche, alle conseguenze devastanti che l’aborto porta alle donne? Ed è aberrante che siano donne a sostenere l’aborto. Anche le donne stanno snaturando se stesse in una mal intesa emancipazione che non affascina, nè mai affascinerà, l’universo maschile. Forse è per quello che tanti uomini diventano gay? perchè le donne hanno smesso di essere donne? Hanno smesso di tutelare la vita? rinnegano  la funzione di cui per loro natura sono depositarie? Una legge non rende giusto un atto intrinsecamente sbagliato. la legge che aveva previsto la possibilità di andare in pensione dopo pochi anni di lavoro era intrinsecamente in mala fede. La gente è andata in pensione, ancora giovane, dicendo che era la legge che lo permetteva… Quelle stesse persone rimangono colpevoli di egoismo e menefreghismo nei confronti delle generazioni successive che hanno dovuto mantenerle. Se solo iniziassimo a pensare criticamente con il nostro cervello, se smettessimo di credere supinamente a tutto quello che i media ci propinano…. il mondo andrebbe sicuramente meglio.

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mia figlia Matilde, terza parte

 

Lottavo per non cedere alla tristezza, lottavo per non credere alle diagnosi, per me mai certe, dei dottori, continuavo a pregare con la convinzione che Dio mi avrebbe ascoltata. A pregare un Dio che non capivo ma che ugualmente rispettavo, un Dio così lontano in quegli ambulatori dove mi facevano le ecografie.

Io e Michele non parlavamo molto. Silenziosi, timorosi di farci reciprocamente del male esprimendo con parole i timori che si celavano nel nostro cuore. Forse per lo strano convincimento che le cose che non si dicono sono meno reali e fanno meno paura.

Mia mamma dice che la parola ha un potere creativo e forse anche per questo motivo non volevo parlarne e non dissi a mia mamma la verità.

La notte prima del definitivo consulto con i medici dell’Ospedale di Bologna ,Michele mi disse che sentiva che stavamo crescendo. Trent’anni e di fronte la prospettiva di dover scegliere fra la mia vita e quella di Matilde, fra la nascita di una nuova creatura e il pericolo di far perdere la madre a Sofia e Tancredi e la moglie a Michele.

E solo tu, mio piccolo ascoltatore, nascosto nel mio ventre, solo tu puoi capire che a quei dottori che mi suggerivano di abortire, sfuggiva un particolare: nella mia pancia non c’era un feto, non c’era un ammasso di cellule, ma una bellissima bambina, con un visetto paffuto e dolcissimo, dolce come Sofia e affettuosa come Tancredi. E così all’epoca scrissi sul mio diario, nel descrivere la bambina che portavo in grembo: “una bambina silenziosa ma volitiva. Una bambina che quando sente il vento fra i capelli dice che c’è Dio lì vicino a lei. Una bambina che quando appoggia la testa sul mio petto e ascolta il battito del mio cuore sa cosa abbiamo passato insieme. Una bambina che sa guardare negli occhi e leggere ogni più segreto sentimento. Una ragazza che sogna ad occhi aperti, che si perde a guardare le nuvole che corrono veloci nel cielo. Che non ama studiare perchè non vuole restare chiusa in una stanza. Ma che canta con voce inecessante. E ama viaggiare, conoscere, muoversi e amare. Cìè una donna con tutta una vita che la aspetta, che né io né lei conosciamo ma che sarà bello scoprire, giorno per giorno, insieme. Una donna e tutta la sua vita, che i dottori vogliono toglierle. Se i dottori vedessero con i mie i occhi Matilde non parlerebbero con tanta facilità di aborto. Ma loro vedono in me solo un caso, raro e difficile sa studiare”.

Arrivai alla 36 settimana così temprata da quasi 5 mesi di inferno e di paura ma anche così rinforzata dalle preghiere e dal rapporto costante con la Madonna con cui parlavo quotidianamente che quando venni ricoverata per il cesareo programmato ero disposta a tutto. A subire l’isterectomia, la chemioterapia o emorragie di ogni tipo , arrivai a pregare anche che mi si tagliassero le gambe purchè la mia bambina nascesse sana e salva.

Io che avevo sempre considerato la maternità come qualcosa di normale e forse anche scontato mi sentivo veramente per la prima volta consapevole del suo reale significato e del compito che Dio affida alle mamme: essere strumento per donare al mondo nuove anime. E io quell’anima la volevo proteggere e veder nascere. Matilde, nascosta e protetta nella mia pancia, mi stava insegnando cos’è l’amore:quello vero. Quello che fa dimenticare se stessi e il proprio ego. Doveva arrivare Matilde perchè io potessi definitivamente spogliarmi della mia vecchia pelle per rivestire abiti nuovi e leggeri, per entrare in una nuova dimensione.

La sera prima dell’intervento telefonai a mia madre per salutarla. Lei non sapeva niente, neppure dell’intervento del giorno dopo ma volevo sentirla e salutarla ancora una volta in modo affettuoso. In fondo poteva essere l’ultima volta che ci parlavamo.

Ricordo infine il cesareo, le preparazioni effettuate all’alba del 2 luglio 2008. era la mia prima operazione. Michele arrivò presto per salutarmi. Io non avevo paura personalmente, una quiete invadeva il mio cervello. La mia anima non aveva paura.

Fu la prima volta che vidi una sala operatoria. Avevo perso la sensibilità della gambe a causa della anestesia spinale, un telo mi impediva di vedere cosa facevano i dottori. Quando mi tagliarono, la mia pressione calò improvvisamente e mi sentii svenire. Mi avevano avvertito che sarebbe potuto succedere. Il problema è che fu così rapido il calo che io non avevo la forza per dire che non mi sentivo bene. L’anestesista era però vicina a me e se ne accorse e mi avvicinò l’ossigeno e mi ripresi subito. La sensazione era stata dolce ma terribile. Ma la sua mano mi accarezzava il volto dandomi quel calore di cui necessitavo. E poi hanno estratto Matilde. Me l’ hanno fatta vedere per un secondo: Matilde, piccola nelle braccia della pediatra che la portò via d’urgenza per ricoverarla in terapia intensiva nella culla termica. Non ricordo nulla di quel primo nostro incontro, solo quel mucchietto di ossa e carnina che stava all’interno di due mani e che sfilava via veloce davanti ai miei occhi.

Mi fecero un raschiamento dell’utero per evitare che il diagnosticato tumore potesse rimanere nel mio utero. Portarono via la mia placenta per analizzarla e mi ricucirono.

quella fu la pima volta che piansi nel dare alla luce un bambino.

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mia figlia Matilde, seconda parte

Sapessi come mi hanno fatto male quelle parole, forse non pensate a sufficienza o forse semplicemente dette da un uomo, da un dottore, che nulla sapeva realmente della maternità. Matilde era mia figlia e io non potevo ucciderla né permettere che altri la uccidessero. Se una mamma permette questo, allora tutto diventa veramente lecito. Anche uccidere il primo che incontri per strada.

Ma Dio mette la verità dentro ciascuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla. Possiamo solo tapparci le orecchie per non sentire e chiudere gli occhi per non vedere, ma ci stiamo solo prendendo in giro.

E mentre mi parlavano io continuavo a stare in silenzio, giocherellando con il bottone del maglione grigio che anni fa mia mamma mi regalò. Mi sentivo una bambina indifesa e sperduta ma anche testarda e cocciuta nel proprio proposito.

Di che si muore? In quell’ambulatorio, attorniata dal fior fiore dei ginecologi di Padova, circondata dalle più avanzate tecnologie di diagnosi, mi ponevo questa domanda. Si muore solo di paura. Ma io non avevo paura. Potevo morire di tumore. Ma potevo morire anche per un banale incidente. Sacrificare Matilde per prolungare la mia vita…. mi risuonava nelle orecchie quel detto latino: “mors tua, vita mea”. Poche parole, sintetiche, efficace, rapide, come rapido sarebbe stato l’intervento di aborto, ma poi le sue conseguenze sul resto della mia vita? Sapevo che se avessi permesso quell’omicidio, io, la mamma di quella creatura, avrei pagato per sempre quel gesto, quella decisione. Ma io non avevo paura per me, il tumore mi spaventava meno dell’idea di uccidere mia figlia, volevo uscire da quell’ospedale e il prima possibile e confondermi con la gente per strada, sentire il sole sulla pelle e dimenticare tutto.

Di che si muore? La domanda mi balenò appena tornata a casa. Credevo allora che si morisse sempre da soli. Perchè ogni individuo fa storia a sé e a parte. Perchè si può condividere una vita insieme, le gioie ma non la morte o il senso della perdita. Questo era quello che credevo allora. Ora invce sono convinta che se credi in Dio non hai più paura di niente , neppure della morte.

E per la prima volta nella mia vita, di fronte alla possibilità che una creatura così piccola, non ancora nata potesse morire mi fu chiaro che siamo qui anche per morire, prima o poi.

Non ebbi mai dubbi, neppure per un secondo. La mia unica forza in quella situazione era che non avevo incertezze né ripensamenti.

Ero triste, quello sì, triste per quello che personalmente potevo perdere, perché rischiavo di non vedere crescere i miei figli, triste perché potevo lasciare mio marito solo a crescere bambini piccoli. Mi sentivo in colpa verso mia mamma che sarebbe stata costretta a fare la madre dei suoi nipoti.

Ma pur avendo grosse responsabilità nei confronti dei miei figli e di mio marito e di mia mamma, queste impallidivano di fronte alla mia coscienza. Come avrei potuto essere una buona moglie e una buona mamma e pormi come esempio per i mie i figli se avessi eliminato Matilde? Come avrei potuto insegnare loro i valori in cui credevo se non fossi riuscita a rispettarli quando la vita mi metteva alla prova? È così facile parlare e consigliare gli altri ma è così difficile affrontare la propria vita!

Passai notti indimenticabili chiedendo a Dio cosa volesse da me. Ricordandogli che gli avevo sempre chiesto di dare una vita meravigliosa alle persone che amavo e che in cambio prendesse la mia, se necessario.

Pensieri troppo grandi per una trentunenne.

Mi interrogavo se questa fosse una prova o una punizione. La mia mente vagava nel buio della notte, resa ancora più confusa dal fatto che dentro di me scalciava una creatura che in quel modo mi diceva che voleva vivere. Che non ero sola. Che Lei mi avrebbe reso forte. I figli rendono sempre forti i genitori!

Mi chiedevo se fosse lecito pensare che se non avessi ambito ad avere un terzo figlio tutto quello non sarebbe successo. Ma qual era la mia colpa? Ero stata egoista ad aver cercato di avere un terzo figlio? Ora ti posso dire che non si può ragionar in termini di colpa né di punizione e che ciò che viviamo è un dono di Dio, di Nostro Padre che mai ci assegna pesi più pesanti di quelli che possiamo sopportare. E detti pesi servono solo per aiutarci ad elevare lo sguardo verso il cielo. Troppo spesso noi uomini passiamo la nostra vita con lo sguardo rivolto solo alla terra.

Decisi di farmi seguire a Bologna, un istinto o il semplice fatto che all’inizio là ero andata per i primi controlli e poi la disponibilità del dottore a seguirmi nella gravidanza nonostante le incognite e il rischio.

Di giorno lavoravo nel mio studio legale fingendo che non stava capitando nulla. Ogni settima mi sottoponevo a prelievi di sangue in due ospedali diversi (per paura di errori) per controllare che il valore del BHCG non esplodesse, ciò avrebbe significato che il tumore alla placenta era andato in metastasi. Ricordo che il mio cuore quasi si fermava nell’aprire la busta dell’ospedale che conteneva il referto del mio esame del sangue.

E di notte pregavo in ginocchio ai piedi del letto di Sofia, la mia primogenita, chiedendo alla Madonna la grazia di non farmi morire e di far nascere sana la mia bambina. Le chiedevo incessantemente di salvare Matilde, di farmi soffrire se necessario ma non morire.

Ogni mese venivo ricoverata per un paio di giorni per fare tutti i controlli e nel frattempo facevo il mio conto alla rovescia nella speranza di arrivare alle settimane in cui Matilde avrebbe potuto sopravvivere anche in caso di emorragie del mio utero e di parto prematuro spontaneo.

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Mia figlia Matilde

Martedì 2 luglio mia figlia Matilde festeggerà 5 anni. 5 anni che potevano non esserci. Per consiglio medico mia figlia non sarebbe dovuta nascere… e così invece il 2 luglio in questa casa si festeggia non solo un compleanno, ma la vita, la carità, l’amore e l’accoglienza. E voglio condividere con chi legge la storia della mia terza gravidanza. La ho scritta in un libro, il titolo è “la nostalgia del ritorno”. In questo libro mi rivolgo al mio quinto figlio che ancora era nella mia pancia e racconto la mia storia, la storia della nostra famiglia e descrivo i componenti della nostra famiglia. Il libro è stato scritto nei mesi successivi alla morte di Virginia quando ero incinta di quella che sarebbe diventata Annamria, la nostra quinta figlia. Prima o poi deciderò di pubblicarlo, per il momento vi faccio leggere le pagine relative a Matilde, la mia terza figlia. Per questioni di lunghezza, la pubblico a puntate. Spero la troverete interessante e vi farà pensare.

PRIMA PARTE

 

il fanciullo è innocenza, oblio,

un nuovo inizio,

un gioco,

una ruota che gira su se stessa:

una santa affermazione”

Nietzsche

Ricordo che l’incubo è iniziato con una ecografia al quarto mese durante la quale il ginecologo dell’ospedale della mia città mi disse che la placenta appariva strana e non lo convinceva. Mi mandò ad un centro specializzato a Bologna per fare una ecografia tridimensionale. Ci andai accompagnata da Michele. Ricordo che ci fece vedere tutte le parti e tutti gli ossicini della creatura che cresceva dentro di me. Ci mostrò il visetto in tridimensione e disse che era una bella bambina.

Ricordo poi la stanza buia, ricordo lo sguardo ad un tratto serio della ginecologa, ricordo che si interruppe più volte e ci mandò fuori varie volte per telefonare ad un collega con il quale si consultava. Ci fece entrare dopo una lunga attesa e ci disse che molto probabilmente avevo un tumore alla placenta. Rivedo Michele che si accascia su se stesso e lo sdraiano su un lettino. Ricordo poco di me e delle mie sensazioni. Sembrava che parlassero della vita di un altro e che la morte o la sua eventualità non mi riguardasse. Fissavo la dottoressa dritta in volto e nel buoi di quella stanza sentivo solo un grande silenzio. Adesso solo forse capisco che era il mio spirito a provare questo senso di distacco, lo stesso che ho rivisto in questi ultimi mesi nello sguardo sereno di Virginia. Al nostro spirito non può capitare nulla di male, la malattia non la riguarda né la morte del corpo che la ospita. Il mio pensiero era per Michele, lo vedevo così impotente di fronte ad un dolore così grande. Non so quali pensieri passassero per la sua testa: la paura di rimanere vedovo, di perdermi, la paura che io prendessi decisioni contro di me o al contrario contro suo figlio che portavo in grembo…

Uscimmo muti da quella stanza con in mano solo un’altra data per un nuovo controllo presso il ginecologo capo del reparto: un luminare.

Ci andai e mi disse le stesse cose: probabile mola vescicolare con feto coesistente. Una di quelle eventualità rare ma possibili. Ed era capitata a me . Rischio di metastasi del tumore per la mamma e di morte fetale. Il rischio principale era il mio. La preoccupazione dei medici era tutta rivolta a me. Forse perchè in un modo dove gli aborti arrivano a 40.000.000 all’anno, questo non faceva di certo la differenza ed anzi rientrava tra quelli che la legge italiana “perdona” alle coscienze delle donne e degli uomini e legalizza. E consigliava vivamente di interrompere la gravidanza. Io ascoltavo quell’uomo vestito con un camice bianco con lo sguardo serio e la voce bassa. Guardavo i suoi occhi buoni ma non riuscivo a soffermarmi su nessuna parola di quelle che mi venivano dette. Mi sentivo immensamente fragile di fronte a quella diagnosi. Uscii da quel colloquio con la certezza che non sarei riuscita ad interrompere la gravidanza ma persa nella disperazione in cui mi sentivo affondare.

Piansi , questo lo ricordo, piansi per il dispiacere. Sono sensazioni e sentimenti indelebili nella mia mente. Una notizia così capitava proprio quando mi stavo innamorando della vita, forse per la prima volta veramente iniziavo a sentirmi a mio agio in qeusto mondo, nella esistenza che mi stavo creando in mezzo alle creature che erano capitate nella mia vita. Che beffa! Se ci pensi.

Superato il primo shock, presi il telefono in mano e chiamai mio cugino medico di Padova e raccontata la diagnosi, lui mi fissò un appuntamento rapidissimo presso un’equipe di ginecologi della mia città natale.

Mi feci accompagnare da mia zia alla quale fui obbligata a raccontare tutto. Mi piangeva il cuore perché non volevo rattristarla e aggiungere altra sofferenza a quelle che già aveva vissuto nella sua vita.

I dottori furono molto gentili. Non mi fecero aspettare. Mi presentavo con un biglietto da visita di tutto riguardo: una malattia rara da poter studiare e vedere in prima persona. Ero sdraiata sul lettino con il mio pancione scoperto e ricoperto da quella fredda gelatina che viene usata per far scorrere meglio lo strumento dell’ecografia. Ero circondata da professori e medici universitari dagli sguardi fissi sul monitor. Nessun sorriso rassicurante. Bisbigli. Tutti proponevano la medesima diagnosi già sentita o addirittura ventilavano l’ipotesi di malformazioni del cuore della bambina che portavo in grembo. Medesima prognosi: rischi per entrambe ma sopratutto per me di emorragie e di tumore. Ricordo le ultime parole che mi disse il capo dell’equipe che mi esaminò: “se fossi mia figlia, oggi stesso ti farei ricoverare per interrompere all’istante la gravidanza. Hai già due figli e in futuro ne potrai fare ancora. Ma è da incoscienti portare a termine questa gravidanza”.

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