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Non c’e’ Pasqua senza la Passione.

Un copilota si schianta su una montagna in Francia trascinando con se altre 149 persone. In Germania non si parla d’altro. La TV, la radio, i colleghi che aggiungono dettagli, aggiungono supposizioni su quello che e’ stata una delle piu’ grandu tragedie aeree dell’Europa.
Ho immaginato nei gionri scorsi come deve essere stato. Come il capitano bussava a quella porta invano e gli altri paseggeri piano a piano in quegli ultimi minuti si rendevano conto di quello che stava succedendo. Su quell’aereo pieno di bambini. Mi immagino quella coppia con il bimbo di tre mesi, premurosi e affettuosi e poi enl momento del panico. Deve essere stato tremendo. Poi mi immagino l’impatto. Un impatto che ha compresso tutto insieme: allumino, plastica e carne tutto insieme fino ad esplodere e sparpagliare il tutto su quella montagna. Quella montagna da sempre li, che era tranquilla, luogo di lupi e falchi e a un certo punto vien cosparsa di morte, viene cosparsa della amalgama fatta di alluminio, plastica, passeggeri, sogni e sperante. Tutto vien messo allo stesso livello tutto viene azzerato in quel momento. Nel mio immaginare penso che quell’attimo , quel momento , sia stato cosi’ veloce e senza significato fisico per gli occupanti che si siano trovati direttamente davanti a Lui a chiedere al copilota perché lo avesse fatto.

Gia’ il perché. Tutti , ma proprio tutti, si chiedono il perché. Sulla stampa e le TV parlano delle sue condizioni mentali, che perdeva la vista e che avrebbe perso presto la possibilita’di volare. Questo sembra sia bastato per prendere la decisione di uccidersi , di schiantarsi contro un muro di roccia insieme ad altre 149 persone. Probabilmente si sentiva la vita e il successo scivolargli fra le mani. Un ragazzo di 27 anni con un possibile fulgido futuro che doveva rinunciarvi, che si sarebbe sentito uno scarto, messo a margine della nostra societa.

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Ho sentito in chiesa questa frase sta sera, durante l’omelia: non c’e Pasqua senza Passione. Non c’e’ ressurezione senza passare per la morte e non c’e’ vita che non abbia una croce che non abbia una Passione da affrontare e la Passione e’ commisurata alle nostre capacita’ .

Sabato abbiamo fatto una gita. La strada ci ha portato in mezzo a una serie di colline stupende. Non vi eravamo mai stati, il navigatore ci guidava. Usciamo dall’ennesimo paesino , saliamo un’altra collina poi finalmente ci siamo. Entriamo nella Westerwaldklinik. Una clinica per riabilitazione. Ci aspetta un’ amica. La moglie di un mio collega. Arriviamo dall’alto alla clinica e si presenta immensa posta quasi alla sommità di una collina. Contornata di strade pedonali che si inerpicano nel bosco. Trovato il parcheggio ci portiamo all’ingresso. Questo da’ su uno spazio al chiuso immenso pieno di piante e tavolini messi qui e la’. L’ atmosfera e’ rilassata, c’é chi legge, chi naviga in internet con il tablet, chi beve un caffè. Sentiamo dei bambini vociare e vediamo finalmente la coppia di nostri amici. Ci avviciniamo e facciamo i saluti di rito : sono passati quasi due anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Siamo in una clinica perché lei ha avuto un ictus. Lei madre di tre figli, quarantenne, laureata in economia, pronta , dopo l’ultima gravidanza , a tornare al lavoro, a ributtarsi a capofitto nella frenesia del lavoro, si e’ dovuta fermare. Poi ci racconta con estrema lucidità che si sente bene, che ha perso una piccola parte del cervello, che fa fatica a concentrarsi, che si e’ dimenticata completamente il Francese e non riesce più a fare di conto. Un mese dovrà stare in questa super clinica di lusso, tutto pagato dall’assicurazione della pensione. Un mese a quasi un ora di distanza dal marito e dai tre figli piccoli che la vedranno solo nel fine settimana. Nella clinica farà ginnastica, esercizi in piscina e altri per riabilitare quelle funzioni che ha perso e che riprenderà forse in tre o quattro anni.
La mano destra la muove poco, ne ha perso sensibilità e non riesce più’ a scrivere. Facciamo una passeggiata candidamente ci dice che e’ un segno di Dio che le intima di fermarsi, di occuparsi d’altro.

Anche questa vita poteva essere vista una vita da scartare, da buttare, da ritenersi inutile ma la nostra amica, forse perché’ piu vecchia del copilota Germanwings, trova un appiglio, trova al forza, l’umiltà di rivolgersi al Padre a fare un passo indietro e ce lo dice con il sorriso.

E tutti che si chiedo il perché del gesto del copilota, e tutti che non capiscono. Ho scritto altre volte su questo blog che non tanto lontano dalla nostra città vi e’ un ponte dell’ autrostrada che attraversa la Mosella. Il ponte corre a più’ di duecento metri sopra il fiume e regolarmente ogni anno si buttano di sotto 5 o 6 persone. Non lo scrivono sui giornali per non farne pubblicità’ ma continuano a chiedersi il perché senza avere una risposta. Ma come ? In Germania abbiamo tutto, soldi, lavoro, mangiare, tutti i diritti di questo mondo e … e ogni anno 5 o 6 persone nella mia piccola città’ si buttano di sotto. Si buttano di sotto senza speranza, senza avere più progetti , sentendosi inutili non riuscendo a vivere il prossimo secondo, pensando come se il prossimo secondo della propria vita non potesse che essere un’eterna tragedia.

La vita e’ come un battito di ciglia, si e’ bambini e poi d’incanto ci si trova adulti e poi padri. Non si ha spesso il tempo di fermarsi e pensare se stiamo andando nella direzione giusta ma prima o poi arriva in qualche modo la chiamata, arriva Lui che ci bussa sulla spalla. Lo fa in tanti modi diversi e dei più strani, sta a noi ascoltarlo e rimetterci sulla giusta strada.

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Il terrore sta vincendo. 

Era un po’ che non volavo.

Corro veloce in macchina, sono un po in ritardo per il volo. Cioè, non è che sia in ritardo ma da sempre ho la regola di arrivare un ora e mazza prima del volo, il navigatore impietoso mi dice invece che arriverò solo un ora e 10 minuto prima. Va beh, oggi era il compleanno di Annamaria, i preparativi e tutto il resto , ho perso quei venti minuto. È domenica e sulla A48 la maggior parte della gente resta nelle prime due corsie, guidando sonnecchiamente in un bel sole di fine marzo. Io e pochi altri sfrecciamo a quasi 170. Senza limite, autostrada senza limite. Come è possibile che sia senza limite questa autostrada, eppure è così. Si può sfrecciare anche ai 300 teoricamente. Mi sfiora questo pensiero mentre affronto l’ ennesima curva. Si infatti , anche se non c’ e limite è tutta una curva. Possibile? Penso quindi a cosa sia lavorare in Germania, dato che ci lavoro da quasi cinque anni. Effettivamente lavorare qui è come percorrere questa autostrada : si può andare veloci ma non ci sono rettilinei, non ci sono mai tratti in cui ci su può rilassare, si può tirare il fiato, no. Se si vuole essere sulla cresta dell’onda bisogna avere mille attenzioni, non ci si può rilassare. Arriva finalmente un tratto con limite ai 130 e posso appunto rilassarmi. Appena passato il cartello del limite la macchina inizia ad ondeggiare paurosamente. Mi guardo intorno e anche i guidatori delle altre auto sembrano sul tagada (beh per che non sapesse cosa sia… È una giostra fatta da una piattaforma circolare, ci si sale e questa piattaforma ruota si inclina e sobbalza per il piacere degli occupanti). Qui di anche andando piano non riesco. A rilassarmi e finite le onde sull’asfalto ritorno a spingere il pedale, sono in ritardo! 
Arrivo all’aeroporto di Colonia, tre mila svincoli e come solito prendo quello sbagliato, pazienza, parcheggerò nel parcheggio più caro. Mi accorgo pero di essere davanti al terminal sbagliato, rimpiango. Sempre quei trenta minuti di riserva che avevo per abitudine sempre tenuto in tutti i miei viaggi e che ora non ho. Non serve rimpiangere e mi affretto. 
Finalmente dopo quindici minuti riesco a fare il check-in e mi presento al gate, mi metto in fila per i soliti controlli. Vedo fuori dal gate dei disegni in cui spiegano che per 3 secondi devo alzare le braccia, boh. Sarà quando ti scannano che devi tirare su le braccia? Va beh, tanto negli stati uniti per il fatto che avevo il pizzetto e forse un’aria arabeggiante mi hanno sempre controllato fino all’ultimo pelo. 
Poso la mia roba sullo scivolo, estraggo l’ ipad, il tipo mi dice anche la cintura. Va beh, ribatto, non mi ha mai dato problemi. Lui insiste, io mi spoglio della cintura. Mi chiede se ho le tasche vuote. Beh ho un fazzoletto e… Una graffetta, come ci sarà finita li? Poso la graffetta, e faccio la finta nel riprendermi il fazzoletto. Il tipo insiste che invece devo posare anche quello. Eh? Ma è di stoffa? Lui dice che le tasche devono essere vuote per il personal scanner e qualcosa che non capisco. Mi giro e realizzo passo dentro a un cilindro di vetro, tiro su le braccia come nel disegno che avevo visto, e il tipo che mi aspetta fuori dal cilindro mi dice di non muovermi. Sono fuori e guardo insieme al tipo uno schermo lcd, compare il mio corpo con evidenziate delle parti gialle vicino al collo. Lui mi tasta li e poi dice che posso andare. 
  
Mi guardo attorno e solo in quel momento vedo tutta la polizia che c’e intorno, vedo tutti i passeggeri come topi messi in fila, passare tutti attraverso quel coso per essere scannati. 
Passo oltre e cerco di recuperare le mie cose, soppratutto la cintura per evitare che mi caschino i pantaloni. Aspetto paziente e una signorina molto gentilmente mi chiama, mi invita ad aprire lo zaino. Ci siamo, penso, lo hanno trovato. Apro lo zaino lentamente, so bene a cosa punta: estraggo il calibro e glielo mostro.
   

 

 Lei mi guarda strano ,io le dico che l’ho sempre portato con me in tanti viaggi. Lei ha dubbi e chiede a un collega che conferma che non ci sono problemi.
Possibile che per tutto il terrore che c’e’ nel mondo ci costringiamo a controllarci fino all’ultimo capello? Possibile che il terrore stia vincendo in questo modo su di noi? Come topi costretti in lunghe file, come topi a scappare dalle nostre paure. Controllare è giusto e sacrosanto penserà il lettore. Ma controllare cosa? E quanti sara’ abbastanza? Su un aereo salgono circa 2-300 persone, mettere una bimba su uno di questi , non sarebbe l’equivalente di mettere uno zaino pieno di tritolo in un cinema? Quando metteremo i personal scanner anche nei cinema quindi? E le discoteche? I palazzetti dello sport e gli stadi? Dove arriverà il terrore, dove si spingerà la mostra paura? Dov’e’ il limite? Mi immagino nel futuro voli in cui saremo divisi tra maschi e femmine e tutti in biancheria intima, per paura di nascondere qualcosa nelle tasche. E dopo essersi spogliati, una voce rassicurante dal microfoni dirà che potremo raccogliere i nostri indumenti nei contenitori com il nostro nome all’aeroporto di arrivo. 
Controllare è giusto. Una volta, in uni dei miei tanti voli, mi dimenticai il gps logger (praticamente una specie di porta chiavi che memorizza la posizione nel globo terrestre a intervalli regolari) che usavo con la mountain bike acceso nello zaino. Feci un volo, mi sembra bologna – colonia. Qualche giorno dopo trovai la traccia all’ interno del dispositivo e su google earth potevo vedere la rotta con una precisione di due metri , del mio volo. Potevo vedere a che altezza eravamo passati sulle alpi,  quando il pilota aveva virato per prendere la direzione dell’aeroporto di colonia.  Non basterebbe un pirla qualsiasi , appunto con un gps logger da 30€, tracciare un paio di rotte civili,appostarsi con un lancia razzi,che i terroristi anche se fanno morire di fame le loro famiglia hanno di sicuro,e tirare giu in un giorno prefissato tre o quattro aerei di linea? Non sarebbe l’ennesima vittoria del terrore? 
Ma noi preferiamo nasconderci, preferiamo metterci l’ennesima armatura,preferiamo ributtare a mare,preferiamo erigere muri, barriere con filo spinati , metal detector e il personal scanner. Non stiamo sbagliando tutto? Invece di proteggerci dall’altro non dovremmo tendergli la mano? 

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La cina e’piu’vicina.

… ma il movimento e’ relativo …
Ho un collega cinese. E’di dieci anni più giovane di me. Ha finito gli studi in Germania dove ha anche trovato la ragazza che e’ diventata poi sua moglie ed ha quindi deciso di rimanere qui, in Germania appunto.

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Ogni tanto si prendere 1 mese di ferie per tornare in patria per vedere i parenti e fare qualche documento che non potrebbe fare stando qui. La domanda che gli pongo ogni tanto e’ ovvia : ma rimarrai sempre qui in Germania? Lui ammicca, non ha una risposta diretta. Il fatto e’ che se prende la cittadinanza tedesca poi non può più tornare indietro , non può più riprendere quella cinese e la doppia cittadinanza non e’ permessa. Poi ci pensa un po. Mi dice quindi che in Cina ci sono solitamente 5 giorni di ferie, in Germania 6 settimane , quindi il confronto e’ impari. Ci sono giorni di ferie extra solo per persone con lavori importanti mentre per gli operari normali, quelli che vengono a volte presi per la giornata o mandati a casa nel giro di pochi secondi, per quelli ci sono solo 5 giorni e le feste nazionali, come il capodanno cinese.Perché quindi tornare in Cina? Io ammicco e penso all’Italia, al mio primo periodo lavorativo. Si i Germania non i sta male, aggiungo, si lavorano poco più di 8 ore , alle 17:30-18:00 al massimo sono a casa. Molti colleghi hanno il contratto a 35 ore settimanali. Prima facevo sempre 10 ore di media e dovevo restare fuori di casa 12 ore, dalle 7 alle 19. Lui mi guarda, si , mi dice, anche in Cina e’ simile la situazione ma la gente che rimane in ufficio fino a tardi poi dopo un po’ guarda video su youtube o altre stravaganze in rete e’ un rimanere in ufficio solo di facciata.

La Cina si sta avvicinando all’Italia e all’occidente, la Cina sta capendo che vivere per lavorare non ha senso e si sta umanizzando, sta virando verso il capitalismo e le persone iniziano a capire cosa sono i diritti, cosa sono le ferie, che c’è’ ben altro che infilare una resistenza in uno stampato tutto il giorno.

E noi? Vogliamo andare vero la Cina imitando l’estrema flessibilità dei loro lavoratori?

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La scuola che vorrei

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Da tempo in famiglia vige un infinito dibattito: siamo in Germania per dare una possiblita’in piu ai nostri bimbi e per avere un’istruzione migliore, e’proprio cosi?
I dubbi si arrovellano ma la domanda che sta semrpe sotto e’sempre la stessa : ma di cosa hanno bisogno i bambini? Di risposte ce ne sono state tante e sono piu’di facciata che di sostanza. Ho sentito : la scuola deve formare gli adulti del domani. Si giusto, per carita’ma a quale prezzo? trascurando cosa?
In casa ci sono due fazioni definite e ben distinte. Da un lato Sara, la mia dolce moglie, che vorrebbe per i figli filosofia, greco , latino , italiano e se serve matematica. Io sono l’altra fazione, io sono il rozzo ingegnere contro la colta avvocata di mia moglie che ha passato con ottimi voti il liceo classico , appunto prima di iscriversi a legge. Io ho fatto l’ITIS invece e da sempre ho avuto le mani sporche, le mani per cercare di costruire quello che si studiava sui libri. L’ITIS non e’una scuola magari che sforna scienziati ma mi ha insegnato a cercare di capire el cose e farle semplici in testa a dispetto di imparare a memoria. E questo mi e’rimasto in tutta la mia formazione sucessiva: prima capire, per imparare a memoria c’e’tempo. E la cosa all’universita’ha quasi sempre funzionato. Ricordo il primo esame passato : analisi1. Il prof ci lasciava tutto il materiale scritto che volevamo e anche la calcolatrice che faceva i grafici ma in pochissimi siamo passati al primo tentativo. Poi arrivo chimica e li’non c’era pezza: un sacco di roba bisognava saperla a memoria e ho faticato parecchio a passarlo.
Tutto questo balena nelle nostre discussioni : meglio filosofia o saper usare un trapano? meglio greco o imparare una lingua straniera in piu’?
Il contrasto e’amplificato dalla nostra situazione , dal trovarsi in Germania. Ovvio fare confronti, ovvio paragonare quello che vediamo qui con quello che abbiamo passato nelle nostre esperienze, nelle nostre vite.
Ma il confronto risulta impari e impossibile dovuto alle differenze di culture , alle differenze di come si affronta la vita stessa. In Germania l’istruzione e’incanalata al lavoro. Si iniziano a fare stage in azienda a 12 anni , ancora al liceo, per aver contatto con l’azienda ma anche per cercare il lavoro che puo’ piacere. Non importa se l’indirizzo scelto sia umanistico o meno, si va in azienda. Tutto quello che e’fuori da questo percorso formativo, che spinge l’alunno a diventare inanzitutto un ottimo lavoratore/collaboratore , viene messo in secondo piano. Materie come filosofia e greco , al liceo, ci sono ma sono facoltative e raccolgono alunni di piu’ classi e magari di livelli diversi. Sono appunto un di piu’… se proprio proprio vuoi impegnarti in lingue “morte” lo puoi fare.
Una volta nel mondo del lavoro, a eta’inferiori di molto alle nostre, il tedesco tipico ha la possiblita’continua di rientrare nel percorso formativo. Questo percorso puo essere il piu strano e originale. Ho colleghe che sono disegnatrici che stanno facendo l’universita’serale per diventare progettiste, abbiamo un’amica che da impiegata , a 40 anni, ha deciso di diventare infermiera e sta tutt’ora frequentando e lavorando un corso di 3 anni. Poi ci sono opportunita’non legate al mondo lavorativo. In tutta la Germania sono distribuite, anche in piccoli paesi a volte, le scuole popolari. Quella nella nostra piccola citta’offre corsi dei piu’disparati ed e’molto frequentata: si va dalla musica, orchestra, lingue, cucina, ecc… In pratica se uno ha un talento o una conoscenza particolare, puo’decidere di farsi il corso. La scuola fa’la pubblicita’del corso sul catalogo e se ci sono i partecipanti questo parte. Per questo ho visto corsi di cucina calabrese, motivazionali, di falegnameria ,di disegno a matita, di arabo, di rumeno (?!?!?)
In sintesi l’approccio tedesco all’istruzione e’: io ti do gli strumenti per trovare il lavoro che ti piace (con stages) ed essere produttivo poi se vuoi altro, se hai grilli per la testa ti arrangi con le scuole popolari e le universita’.  Giusto? Sbagliato? La parte avversa nella diatriba, mia moglie Sara, dice che questo e’voluto di proposito , perche’ se i tedeschi pensano poi fanno casini, come sono successi nel passato. Per me invece e’solo questione di essere pragmatici: bene o mal eil mondo moderno ce lo siamo costruiti appeso all’economia. Tutto gira attorno al soldo e se ci si e’lontani si dorme sotto i ponti. I teutonici sono molto pragmatici : cercano di dare a tutti la possibilita’di collaborare alla ricchezza comune. A tutti, anche ai piu’ fortunati. C’e’un’alternativa? Mi piacerebbe trovarla, mi piacerebbe che la richezza fosse distribuita, che tutti avessero il sufficiente per mangiare e anche qualche svago, purtroppo , la’fuori, ci sono tanti leoni e l’unico modo che ci hanno insegnato a vivere, purtroppo, e’ quello di correre piu’forte di quello di fianco.
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E da noi in Italia invece? L’articolo e’gia’troppo lungo, scrivero su quello che ne penso in seguito.

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La Cina ai piedi.

11 ottobre 2014, zona commerciale di Koblenz.

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Ci siamo, purtroppo ogni tanto dobbiamo farlo. Si dobbiamo infilarci in un negozio di scarpe per calzare i nostri bimbi. Non possiamo più rimandare: l’inverno alle porte, Sofia che deve fare una gita con la classe, Matilde che ha quasi i buchi.

Negozio prescelto fa parte di una catena, specializzato in scarpe. Ci siamo stati già altre volte è di solito le scarpe sono tutte ammassate su scaffali e gli stessi suddivisi per taglia. Per ogni tipo di scarpa non c’è sempre lo stesso numero e quindi bisogna un po’ arrangiarsi. Commesse e commessi ci sono ma dispersi in quel marasma non è facili trovarli.

Entriamo e ci dividiamo. Per fortuna c’è sempre un angolo del negozio dedicato ai bambini con tv , giocattoli, proprio vicino alla loro area. Anche io ho bisogno di scarpe! Per fortuna riesco a ritagliarmi il mio spazio, Sara si accolla i bimbi e io girovago tra gli scaffali pieni di scarpe nel settore degli Herren.

Trovo una scarpa che mi aggrada, la provo…. Bo dentro sembra ci sia una specie di tappeto attaccato. Fuori dice vera pelle. Cerco dove la fanno… Nulla. Forse devo smontarla ma non mi sembra il caso. 40 euro, caspita che prezzo. Mi guardo intorno. Prendo altre scarpe, sempre tutte sotto ai 50€. Tutte fatte all’interno similmente. Tutte senza la nazione di provenienza. Possibile? Anche quelle con il pelo dentro, purtroppo qui popolari, risultano senza una provenienza. Ma non siamo in Europa? Boh forse le regole valgono solo era la carne. Non mi accontento, cerco la zona del locale delle scarpe firmate. Tutte firme italianizzanti, finalmente , un design in o meglio. Ne calzo una, il gusto è comunque discutibile, mi sembra che all’interno la soletta non ci sia. La esamino bene. Una grossa scritta in inglese posta sulla soletta, dice che è coperta da un brevetto italiano. Già… Bello. Però mi puzza. Tiro su la fibia è sotto alla tabella delle taglia sta un bel ‘Made in China’. Ma come ? Questo marco italiano , famoso?

A fianco un altro marchio del Made in Italia, provo una scarpa anche di questo e faccio le stesse osservazioni sulla soletta. Possibile che non riusciamo più a fare scarpe? Questa però è fatta in Vietnam.

Sono nella parte ‘costosa’ del negozio, infatti sono equipaggiate con un chip antitaccheggio…. Costose? 60€, 20€ in più di quelle ‘fatte non si sa dove’. A fianco un’altra esposizione di scarpe molto eleganti. Marca dal nome non famoso…. Guardo… Fatte in Germania. Scarpe dagli 80 ai 100€…. Fatte decentemente ma non speciali. Sembrano quasi meglio delle italiane fatte in Cina. Possibile? Possibile che ci siam giocati le scarpe così facilmente?

I bimbi hanno finito. Sara è riuscita nel solito miracolo di comprare in meno di 1 ora le scarpe alle due bimbe grandi. Anche Tancredi si è comprato un paio di scarpe. Il tutto per un centinaio di euro. La volta prima ero riuscito a strappare a Sara di comprare delle “Primigi” per quasi settanta euro per Sofia e che detengono per ora il primato di durata: 1 anno intero senza buchi nelle suole! Il quelle belle scarpe capeggiava nella suola un bel ‘Made in italy’ è un confortante ‘vero cuoio’ … Si in italiano, qui in Germania! Purtroppo a distanza appunto di un anno la su detta marca non sembra comparire più sugli scaffali e… La Cina ai piedi. E´pero´ triste pensare che il tutto e´ dovuto per una differenza di pochi euro per il consumatore che , moltiplicata per i consumatori fanno un sacco di euro per le aziende produttrici.

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A duecento chilometri all’ora.

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8 settembre 2014, nord di Amburgo, su un’autostrada a due corsie che si snoda pochi chilometri all’interno della costa del mare del nord.

La Mercedes grigia appena passa il cartello di fine dei limiti di velocità accelera mordendo la strada. Il conta chilometri segna quasi i duecento. In lontananza un tir compie un sorpasso, la scena si avvicina terribilmente in fretta. Marcus, alla guida, frena, io mi attacco alla maniglia poco più in alto. La macchina si inclina un po’ , gongola sulle sospensioni e ci accodiamo al tir. Questo sorpassa una macchina che procedeva lentamente. Il tir torna nella sua corsia e la corsa pazza dell’auto grigia riprende. Mi aspetta un treno, un treno per tornare vero il sud della Germania, verso casa. Da qualche minuto avevamo iniziato un’amichevole conversazione sulle vacanze appena trascorse. Ovviamente ho parlato a Marcus della nostra visita ad Assisi. Lui è un tedesco atipico. Per prima cosa perché parla un buon italiano, anche se ultimamente è arrugginito. Poi è estremamente flessibile a dispetto di altri colleghi. Nel lavoro però pretende il meglio, come quasi tutti i tedeschi biondi che si rispettino. Gli ho raccontato anche della Verna, dove Francesco ha combattuto il diavolo. Lui alla guida sbuffa, ringhia un po’ ma almeno diminuisce la velocità con cui consumiamo la strada. Poi sottoposto a mie domande non c’è la fa più e se ne esce dicendo che Francesco era toccato come tanti ragazzi ricchi di oggi che si drogano, si danno all’alcool, si suicidano da un cavalcavia o aiutano i poveri. Per Marcus Francesco ha scelto questa ultima via ma non è diverso da tutti gli altri e la storia che alla Verna abbia combattuto il diavolo è solo una leggenda. Effettivamente non posso contradirlo. Francesco sicuramente è stato spinto a cercare qualcosa e quella cosa, quella risposta la cercano in tanti anche oggi. Alcuni appunto si buttano dai cavalcavia, altri si drogano , altri si danno all’alcool, altri ancora trovano la risposta diventando fondamentalisti islamici e tagliando teste. Queste azioni, queste re-azioni quasi esplosive hanno una sola e unica domanda, sono risposte o punti di fine di una sola e unica domanda che tutti abbiamo dentro ma che pochi ascoltano o si pongono…. Il senso della vita, qual’è?

Quando mi guardo indietro, quando penso a quello che ho passato non riesco altro che affermare di aver avuto proprio una gran fortuna. Ero disperso e Maria mi ha raccolto, ricordandomi perchè siamo qui, rimettendomi sulla giusta via, dandomi la possibilità di rispondere il maniera umana, sensata e positiva a quella domanda che anche a me girava in testa da tanto tempo.

Io e Marcus entriamo in un piccolo Inbiss (piccolo negozio dove servono da mangiare, di solito Würstel) a conduzione familiare. In pratica una stanza con due sedie e un balcone dove fanno pasta che da fuori sembra pasta pasticciata e würstel con patate fritte. Lui continua dicendo che da piccolo lo obbligavano ad andare in chiesa e che non capisce il fatto di portar rispetto ai Santi, che sono tutte fandonie e che il Dio che ci siamo creati è solo per manipolare le persone, “e quando morirai che succede?” … “Torneremo cenere” replica. Mi dice che anche lui ha pianto, anche lui ha perso anni fa una cara amica per un cancro. Quasi ad avvicinarsi alla mia storia, alla mia bambina diventata un Angelo. Poi aggiunge che in natura l’animale tonto o più debole prima o poi muore. Se invece si è forti si riesce a costruire una famiglia , fare dei figli. È una legge di natura, funzioniamo così e basta. Lo ha affermato anni fa Darwin. Io lo subisso di domande tra una patatina e un pezzo di würstel: “come mai essendo valida la famosa legge di Darwin ci siamo differenziati dalle scimmie avendo la testa più grande? La testa più grande crea problemi alla nascita, aumentando la mortalità dei parti e la presunta maggior intelligenza serve in un secondo tempo… Peche noi umini ci prendiamo cura dei deboli e indifesi, chi ci dice di farlo? …. Se Dio non esiste chi ha messo in ordine le cose? Chi ha creato il triangolo ad esempio, in cui vige la legge per la quale la somma degli angoli fa 180 gradi? …

Si lo so sono pedante a volte e lui non sa come rispondere.

“E la sacra Sindone che nessuno è mai riuscito a riprodurla se non con un raggio laser?”

Scrolla le spalle. Lui della chiesa non ne vuole sapere, pensa che i vescovi e i Papi vogliano solo accumulare ricchezze per vivere nell’agio e tenere gli altri nella povertà e nell’ignoranza. Io gli dico che tutti hanno un sacco di peccati sulla coscienza, anche i vari vescovi e Papi sono uomini, commettono sbagli. Io per primo sono un peccatore e che cerco di aiutare il prossimo. Gli racconto delle visite che faccio a un malato di Parkinson per tenergli compagnia, che in Germania la gente non è povera ma è sola. Sola come la gente degli ospizi, tutti uguali, tutti pieni di gente sola dondolante davanti a televisioni urlanti. Tenute accese per non far sentire i lamenti di chi ci dondola davanti ai pochi visitatori. I suoi occhi sfuggono i miei e non sa più cosa dire.

Marcus è un bravo ragazzo qualche anno più vecchio di me, con una moglie e due figli piccoli, che si impegna a morte per il lavoro e sa benissimo purtroppo di trascurare la famiglia. Semplicemente vive. Vive viaggiando a più di 200km/h e in quei momenti… Meglio non porsi domande.

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Stessa spiaggia, stesso mare….

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Ebbene si , devo ammetterlo: siamo emigranti. Emigranti in Germania da quasi 4 anni. Non siamo partiti con la valigia legata con lo spago, quello no. Ma siamo qui in terra straniera. I posti stanno diventando famigliari ma non sono dove sono nato. Oggi c’erano 28 gradi, un’aria davvero piacevole. Mancava qualcosa però…. Non era l’estate che conoscevo…. Ho rimescolato nei ricordi e poi ho capito cosa mancava : non sentivo l’odore delle nostre piante mediterranee, dei tigli dei pini marittimi, dell’erba scaldata al sole. Si odore di pino si, ma è un’altra cosa. La mia famiglia si gode il fresco in Italia e io ad arrostirmi da solo in Germania, temo pazzo. Poi ho riflettuto su miei colleghi e gli amici dei miei figli. Tutti tedeschi. I bambini hanno ora 6 settimane di vacanza. Di queste 6 andranno effettivamente in vacanza 1 o 2 settimane, il restante del tempo rimarranno qui: viaggiare costa e gli amiconi tedeschi tengono molto d’occhio il portafogli. Per noi invece è diverso, per noi staccare è una cosa totale, è rifare la valigia di cartone, impacchettare il cane , due piante di pomodoro (non è per dire, è successo veramente) e far rotta verso il bel paese.
 
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Non è una figata? Per contro …. Ogni anno stessa spiaggia , stesso mare, nel senso che dobbiamo portare i bimbi da parenti e nonne e quindi la possibilità di una metà diversa non è semplice. Ma sapete come mi guardano i colleghi quando dico che passerò quasi 4 settimane in Italia? Loro se ci vogliono andare devono decidere dove andare , trovare un albergo, organizzare la strada, prevedere che in loco pochissimi parleranno tedesco e alcuni inglese… Insomma per loro sarebbe come per noi prendere armi e bagagli e andare due settimane in Spagna. Ci si divertirebbe ma non si potrebbe entrare in tutti quei dettagli , costumi, usanze e non si potrebbe apprezzare tutta l’italianità , ad esempio , che c’è nel nostro sud. Nostalgia? Si un po’, ma lavorare…. Si lavora bene in Germania, almeno per ora. 

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