A Matilde

Pubblichiamo qui i tre articoli dedicati alla nostra bimba più selvaggia (almeno per ora).

il fanciullo è innocenza, oblio,

un nuovo inizio,

un gioco,

una ruota che gira su se stessa:

una santa affermazione”

Nietzsche

Ricordo che l’incubo è iniziato con una ecografia al quarto mese durante la quale il ginecologo dell’ospedale della mia città mi disse che la placenta appariva strana e non lo convinceva. Mi mandò ad un centro specializzato a Bologna per fare una ecografia tridimensionale. Ci andai accompagnata da Michele. Ricordo che ci fece vedere tutte le parti e tutti gli ossicini della creatura che cresceva dentro di me. Ci mostrò il visetto in tridimensione e disse che era una bella bambina.

Ricordo poi la stanza buia, ricordo lo sguardo ad un tratto serio della ginecologa, ricordo che si interruppe più volte e ci mandò fuori varie volte per telefonare ad un collega con il quale si consultava. Ci fece entrare dopo una lunga attesa e ci disse che molto probabilmente avevo un tumore alla placenta. Rivedo Michele che si accascia su se stesso e lo sdraiano su un lettino. Ricordo poco di me e delle mie sensazioni. Sembrava che parlassero della vita di un altro e che la morte o la sua eventualità non mi riguardasse. Fissavo la dottoressa dritta in volto e nel buoi di quella stanza sentivo solo un grande silenzio. Adesso solo forse capisco che era il mio spirito a provare questo senso di distacco, lo stesso che ho rivisto in questi ultimi mesi nello sguardo sereno di Virginia. Al nostro spirito non può capitare nulla di male, la malattia non la riguarda né la morte del corpo che la ospita. Il mio pensiero era per Michele, lo vedevo così impotente di fronte ad un dolore così grande. Non so quali pensieri passassero per la sua testa: la paura di rimanere vedovo, di perdermi, la paura che io prendessi decisioni contro di me o al contrario contro suo figlio che portavo in grembo…

Uscimmo muti da quella stanza con in mano solo un’altra data per un nuovo controllo presso il ginecologo capo del reparto: un luminare.

Ci andai e mi disse le stesse cose: probabile mola vescicolare con feto coesistente. Una di quelle eventualità rare ma possibili. Ed era capitata a me . Rischio di metastasi del tumore per la mamma e di morte fetale. Il rischio principale era il mio. La preoccupazione dei medici era tutta rivolta a me. Forse perchè in un modo dove gli aborti arrivano a 40.000.000 all’anno, questo non faceva di certo la differenza ed anzi rientrava tra quelli che la legge italiana “perdona” alle coscienze delle donne e degli uomini e legalizza. E consigliava vivamente di interrompere la gravidanza. Io ascoltavo quell’uomo vestito con un camice bianco con lo sguardo serio e la voce bassa. Guardavo i suoi occhi buoni ma non riuscivo a soffermarmi su nessuna parola di quelle che mi venivano dette. Mi sentivo immensamente fragile di fronte a quella diagnosi. Uscii da quel colloquio con la certezza che non sarei riuscita ad interrompere la gravidanza ma persa nella disperazione in cui mi sentivo affondare.

Piansi , questo lo ricordo, piansi per il dispiacere. Sono sensazioni e sentimenti indelebili nella mia mente. Una notizia così capitava proprio quando mi stavo innamorando della vita, forse per la prima volta veramente iniziavo a sentirmi a mio agio in qeusto mondo, nella esistenza che mi stavo creando in mezzo alle creature che erano capitate nella mia vita. Che beffa! Se ci pensi.

Superato il primo shock, presi il telefono in mano e chiamai mio cugino medico di Padova e raccontata la diagnosi, lui mi fissò un appuntamento rapidissimo presso un’equipe di ginecologi della mia città natale.

Mi feci accompagnare da mia zia alla quale fui obbligata a raccontare tutto. Mi piangeva il cuore perché non volevo rattristarla e aggiungere altra sofferenza a quelle che già aveva vissuto nella sua vita.

I dottori furono molto gentili. Non mi fecero aspettare. Mi presentavo con un biglietto da visita di tutto riguardo: una malattia rara da poter studiare e vedere in prima persona. Ero sdraiata sul lettino con il mio pancione scoperto e ricoperto da quella fredda gelatina che viene usata per far scorrere meglio lo strumento dell’ecografia. Ero circondata da professori e medici universitari dagli sguardi fissi sul monitor. Nessun sorriso rassicurante. Bisbigli. Tutti proponevano la medesima diagnosi già sentita o addirittura ventilavano l’ipotesi di malformazioni del cuore della bambina che portavo in grembo. Medesima prognosi: rischi per entrambe ma sopratutto per me di emorragie e di tumore. Ricordo le ultime parole che mi disse il capo dell’equipe che mi esaminò: “se fossi mia figlia, oggi stesso ti farei ricoverare per interrompere all’istante la gravidanza. Hai già due figli e in futuro ne potrai fare ancora. Ma è da incoscienti portare a termine questa gravidanza”.

Sapessi come mi hanno fatto male quelle parole, forse non pensate a sufficienza o forse semplicemente dette da un uomo, da un dottore, che nulla sapeva realmente della maternità. Matilde era mia figlia e io non potevo ucciderla né permettere che altri la uccidessero. Se una mamma permette questo, allora tutto diventa veramente lecito. Anche uccidere il primo che incontri per strada.

Ma Dio mette la verità dentro ciascuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla. Possiamo solo tapparci le orecchie per non sentire e chiudere gli occhi per non vedere, ma ci stiamo solo prendendo in giro.

E mentre mi parlavano io continuavo a stare in silenzio, giocherellando con il bottone del maglione grigio che anni fa mia mamma mi regalò. Mi sentivo una bambina indifesa e sperduta ma anche testarda e cocciuta nel proprio proposito.

Di che si muore? In quell’ambulatorio, attorniata dal fior fiore dei ginecologi di Padova, circondata dalle più avanzate tecnologie di diagnosi, mi ponevo questa domanda. Si muore solo di paura. Ma io non avevo paura. Potevo morire di tumore. Ma potevo morire anche per un banale incidente. Sacrificare Matilde per prolungare la mia vita…. mi risuonava nelle orecchie quel detto latino: “mors tua, vita mea”. Poche parole, sintetiche, efficace, rapide, come rapido sarebbe stato l’intervento di aborto, ma poi le sue conseguenze sul resto della mia vita? Sapevo che se avessi permesso quell’omicidio, io, la mamma di quella creatura, avrei pagato per sempre quel gesto, quella decisione. Ma io non avevo paura per me, il tumore mi spaventava meno dell’idea di uccidere mia figlia, volevo uscire da quell’ospedale e il prima possibile e confondermi con la gente per strada, sentire il sole sulla pelle e dimenticare tutto.

Di che si muore? La domanda mi balenò appena tornata a casa. Credevo allora che si morisse sempre da soli. Perchè ogni individuo fa storia a sé e a parte. Perchè si può condividere una vita insieme, le gioie ma non la morte o il senso della perdita. Questo era quello che credevo allora. Ora invce sono convinta che se credi in Dio non hai più paura di niente , neppure della morte.

E per la prima volta nella mia vita, di fronte alla possibilità che una creatura così piccola, non ancora nata potesse morire mi fu chiaro che siamo qui anche per morire, prima o poi.

Non ebbi mai dubbi, neppure per un secondo. La mia unica forza in quella situazione era che non avevo incertezze né ripensamenti.

Ero triste, quello sì, triste per quello che personalmente potevo perdere, perché rischiavo di non vedere crescere i miei figli, triste perché potevo lasciare mio marito solo a crescere bambini piccoli. Mi sentivo in colpa verso mia mamma che sarebbe stata costretta a fare la madre dei suoi nipoti.

Ma pur avendo grosse responsabilità nei confronti dei miei figli e di mio marito e di mia mamma, queste impallidivano di fronte alla mia coscienza. Come avrei potuto essere una buona moglie e una buona mamma e pormi come esempio per i mie i figli se avessi eliminato Matilde? Come avrei potuto insegnare loro i valori in cui credevo se non fossi riuscita a rispettarli quando la vita mi metteva alla prova? È così facile parlare e consigliare gli altri ma è così difficile affrontare la propria vita!

Passai notti indimenticabili chiedendo a Dio cosa volesse da me. Ricordandogli che gli avevo sempre chiesto di dare una vita meravigliosa alle persone che amavo e che in cambio prendesse la mia, se necessario.

Pensieri troppo grandi per una trentunenne.

Mi interrogavo se questa fosse una prova o una punizione. La mia mente vagava nel buio della notte, resa ancora più confusa dal fatto che dentro di me scalciava una creatura che in quel modo mi diceva che voleva vivere. Che non ero sola. Che Lei mi avrebbe reso forte. I figli rendono sempre forti i genitori!

Mi chiedevo se fosse lecito pensare che se non avessi ambito ad avere un terzo figlio tutto quello non sarebbe successo. Ma qual era la mia colpa? Ero stata egoista ad aver cercato di avere un terzo figlio? Ora ti posso dire che non si può ragionar in termini di colpa né di punizione e che ciò che viviamo è un dono di Dio, di Nostro Padre che mai ci assegna pesi più pesanti di quelli che possiamo sopportare. E detti pesi servono solo per aiutarci ad elevare lo sguardo verso il cielo. Troppo spesso noi uomini passiamo la nostra vita con lo sguardo rivolto solo alla terra.

Decisi di farmi seguire a Bologna, un istinto o il semplice fatto che all’inizio là ero andata per i primi controlli e poi la disponibilità del dottore a seguirmi nella gravidanza nonostante le incognite e il rischio.

Di giorno lavoravo nel mio studio legale fingendo che non stava capitando nulla. Ogni settima mi sottoponevo a prelievi di sangue in due ospedali diversi (per paura di errori) per controllare che il valore del BHCG non esplodesse, ciò avrebbe significato che il tumore alla placenta era andato in metastasi. Ricordo che il mio cuore quasi si fermava nell’aprire la busta dell’ospedale che conteneva il referto del mio esame del sangue.

E di notte pregavo in ginocchio ai piedi del letto di Sofia, la mia primogenita, chiedendo alla Madonna la grazia di non farmi morire e di far nascere sana la mia bambina. Le chiedevo incessantemente di salvare Matilde, di farmi soffrire se necessario ma non morire.

Ogni mese venivo ricoverata per un paio di giorni per fare tutti i controlli e nel frattempo facevo il mio conto alla rovescia nella speranza di arrivare alle settimane in cui Matilde avrebbe potuto sopravvivere anche in caso di emorragie del mio utero e di parto prematuro spontaneo.

Lottavo per non cedere alla tristezza, lottavo per non credere alle diagnosi, per me mai certe, dei dottori, continuavo a pregare con la convinzione che Dio mi avrebbe ascoltata. A pregare un Dio che non capivo ma che ugualmente rispettavo, un Dio così lontano in quegli ambulatori dove mi facevano le ecografie.

Io e Michele non parlavamo molto. Silenziosi, timorosi di farci reciprocamente del male esprimendo con parole i timori che si celavano nel nostro cuore. Forse per lo strano convincimento che le cose che non si dicono sono meno reali e fanno meno paura.

Mia mamma dice che la parola ha un potere creativo e forse anche per questo motivo non volevo parlarne e non dissi a mia mamma la verità.

La notte prima del definitivo consulto con i medici dell’Ospedale di Bologna ,Michele mi disse che sentiva che stavamo crescendo. Trent’anni e di fronte la prospettiva di dover scegliere fra la mia vita e quella di Matilde, fra la nascita di una nuova creatura e il pericolo di far perdere la madre a Sofia e Tancredi e la moglie a Michele.

E solo tu, mio piccolo ascoltatore, nascosto nel mio ventre, solo tu puoi capire che a quei dottori che mi suggerivano di abortire, sfuggiva un particolare: nella mia pancia non c’era un feto, non c’era un ammasso di cellule, ma una bellissima bambina, con un visetto paffuto e dolcissimo, dolce come Sofia e affettuosa come Tancredi. E così all’epoca scrissi sul mio diario, nel descrivere la bambina che portavo in grembo: “una bambina silenziosa ma volitiva. Una bambina che quando sente il vento fra i capelli dice che c’è Dio lì vicino a lei. Una bambina che quando appoggia la testa sul mio petto e ascolta il battito del mio cuore sa cosa abbiamo passato insieme. Una bambina che sa guardare negli occhi e leggere ogni più segreto sentimento. Una ragazza che sogna ad occhi aperti, che si perde a guardare le nuvole che corrono veloci nel cielo. Che non ama studiare perchè non vuole restare chiusa in una stanza. Ma che canta con voce inecessante. E ama viaggiare, conoscere, muoversi e amare. Cìè una donna con tutta una vita che la aspetta, che né io né lei conosciamo ma che sarà bello scoprire, giorno per giorno, insieme. Una donna e tutta la sua vita, che i dottori vogliono toglierle. Se i dottori vedessero con i mie i occhi Matilde non parlerebbero con tanta facilità di aborto. Ma loro vedono in me solo un caso, raro e difficile sa studiare”.

Arrivai alla 36 settimana così temprata da quasi 5 mesi di inferno e di paura ma anche così rinforzata dalle preghiere e dal rapporto costante con la Madonna con cui parlavo quotidianamente che quando venni ricoverata per il cesareo programmato ero disposta a tutto. A subire l’isterectomia, la chemioterapia o emorragie di ogni tipo , arrivai a pregare anche che mi si tagliassero le gambe purchè la mia bambina nascesse sana e salva.

Io che avevo sempre considerato la maternità come qualcosa di normale e forse anche scontato mi sentivo veramente per la prima volta consapevole del suo reale significato e del compito che Dio affida alle mamme: essere strumento per donare al mondo nuove anime. E io quell’anima la volevo proteggere e veder nascere. Matilde, nascosta e protetta nella mia pancia, mi stava insegnando cos’è l’amore:quello vero. Quello che fa dimenticare se stessi e il proprio ego. Doveva arrivare Matilde perchè io potessi definitivamente spogliarmi della mia vecchia pelle per rivestire abiti nuovi e leggeri, per entrare in una nuova dimensione.

La sera prima dell’intervento telefonai a mia madre per salutarla. Lei non sapeva niente, neppure dell’intervento del giorno dopo ma volevo sentirla e salutarla ancora una volta in modo affettuoso. In fondo poteva essere l’ultima volta che ci parlavamo.

Ricordo infine il cesareo, le preparazioni effettuate all’alba del 2 luglio 2008. era la mia prima operazione. Michele arrivò presto per salutarmi. Io non avevo paura personalmente, una quiete invadeva il mio cervello. La mia anima non aveva paura.

Fu la prima volta che vidi una sala operatoria. Avevo perso la sensibilità della gambe a causa della anestesia spinale, un telo mi impediva di vedere cosa facevano i dottori. Quando mi tagliarono, la mia pressione calò improvvisamente e mi sentii svenire. Mi avevano avvertito che sarebbe potuto succedere. Il problema è che fu così rapido il calo che io non avevo la forza per dire che non mi sentivo bene. L’anestesista era però vicina a me e se ne accorse e mi avvicinò l’ossigeno e mi ripresi subito. La sensazione era stata dolce ma terribile. Ma la sua mano mi accarezzava il volto dandomi quel calore di cui necessitavo. E poi hanno estratto Matilde. Me l’ hanno fatta vedere per un secondo: Matilde, piccola nelle braccia della pediatra che la portò via d’urgenza per ricoverarla in terapia intensiva nella culla termica. Non ricordo nulla di quel primo nostro incontro, solo quel mucchietto di ossa e carnina che stava all’interno di due mani e che sfilava via veloce davanti ai miei occhi.

Mi fecero un raschiamento dell’utero per evitare che il diagnosticato tumore potesse rimanere nel mio utero. Portarono via la mia placenta per analizzarla e mi ricucirono.

quella fu la pima volta che piansi nel dare alla luce un bambino.

Sono rimasta bloccata a letto un giorno e mezzo e non sono potuta andare a vedere la mia bambina che si trovava ancora in terapia intensiva sotto controllo per uno stress respiratorio. Evento normale, dicevano i dottori, per un prematuro di 36 settimane. Papà era però con lei e mi portava le sue foto in culla termica. Era tutta nuda e dormiva serena e pacifica. E io ero preoccupata per quella forzata lontananza. Me l’avevano tolta prematuramente e il mio corpo soffriva la separazione. Era ancora una parte di me.

E poi il momento atteso quando arrivò in camera nel suo lettino, vestita con i vestiti che le avevo scelto e che non sapevo se mai li avrebbe potuto indossare. Vestiti estivi perchè era luglio e faceva caldo. Potevo vedere le sue gambette magre e storte. I suoi occhi sporgenti. Erano i lineamenti di una prematura. Non era bella ma era salva e stava bene. La attaccai al seno nella speranza che quella unione interrotta venisse in un qualche modo ricucita e il latte arrivò subito. Tutto il mio corpo era a sua disposizione : riconosceva quella parte e ne cercava il contatto e la proteggeva e la avvolgeva in un estremo tentativo di riappropriarsene. Fu un momento magico anche se la stanchezza dell’operazione e gli antidolorifici che assumevo non mi permisero di essere realmente lucida e presente a quel miracolo che si stava verificando nella mia vita.

Seguirono poi le Tac, gli esami a tutti i miei organi e la biopsia alla mia placenta.

La diagnosi si era rivelata erronea, nessuna mola, nessun tumore. Solo una necrosi parziale della placente e una displasia della stessa. Forse avrei dovuto essere arrabbiata con quei dottori che mi avevano terrorizzata per mesi con diagnosi assurde. Ma la felicità e la riconoscenza di aver fatto nascere Matilde ebbero il sopravvento. Né mi sentii neppure per un attimo un eroe. Ero semplicemente una mamma che aveva lottato per il suo bimbo. Quell’ospedale pullulava di donne che come me lottavano in silenzio e speravano, speravano giorno e notte per salvare la vita di una nuova creatura. Ma di queste storie di cui è pieno il mondo non si parla. Non fanno notizia, ne fanno vendere quotidiani alle imprese giornalistiche.

Tornammo a casa con la nostra bambina. Michele guidava la nostra auto e io a l suo fianco , con la pancia dolorante per i punti, non facevo altro che voltarmi indietro per vedere, sul chicchetto posto sul sedile posteriore, quel fagottino minuscolo che beatamente dormiva. Non mi sembrava vero di uscire dall’ospedale e tornare a casa con quella creatura che a detta dei dottori non sarebbe dovuta nascere. Ma a parte ringraziare a San Luca la Madonna per l’aiuto o forse la grazia ricevuta, la vita con il suo intenso ritmo, con tre bambini piccoli e il lavoro, ci avvolse e travolse senza darci il tempo per riflettere abbastanza sull’esperienza vissuta.

Solo molto dopo mentre mi trovavo all’ospedale Kemperhof con la mia quarta figlia, Virginia, sono tornata a ripensare alla mia terza gravidanza perchè un pensiero continua a ossessionarmi per colpa della mia labile e debole memoria. Promisi in quei lontani e angosciosi mesi alla Madonna che se avesse salvato Matilde avrei provato a dare alla luce un quarto figlio che sarebbe stato dedicato a Lei. Lo feci? È solo immaginazione? Non ricordo, la mente umana è così complicata che a volte non riusciamo più a distinguere il reale dal sognato. E se anche lo avessi solo sognato non è forse che durante i sogni capita spesso di parlare con gli Angeli o con Dio? Fatto sta che la mia quarta figlia l’abbiamo chiamata Virginia Maria in onore della Vergine Maria, madre di Dio. E poi mi sono detta tante volte, durante le operazioni subite da Virginia e le notti insonni passate a vegliare su di lei , che se mi avessero asportato l’utero in seguito al cesareo eseguito per far nascere Matilde, Virginia non sarebbe mai nata ( e neppure tu saresti ora nel mio ventre… ) Era un pensiero atroce che non implicava affatto che se fossi tornata indietro avrei sperato che mi togliessero la possibilità di procreare o che avrei evitato, comunque, di procreare. Era soltanto un pensiero che comportava altre mille domande. Perché Dio mi aveva donato Virginia con quella malattia così terribile? Perché mi aveva risparmiato dal mio personale tumore per farmi diventare madre ancora una volta ma di una creatura così malata e fragile? Non meritavo forse un premio per il coraggio dimostrato per come avevo affrontato la gravidanza di Matilde? La parola “punizione” attraversò la mia mente tante volte ma ogni volta la rifiutavo sentendo che tale non era. Guardavo il viso di Virginia e quella parola svaniva immediatamente. No, ero sicura, non era una punizione e infatti il mio animo non ha provato rancore neppure per un momento.

E l’attesa di Matilde altro non era stata che un altro passaggio della mia vita verso una ben definita direzione che allora mi era ancora ignota. E solo ora mi è chiaro che non meritavo premi per il modo in cui avevo affrontato la gravidanza di Matilde, non avevo fatto nulla di eccezionale. La matita, come dice Madre Teresa di Calcutta, non ha alcun merito. È l’Artista che va ammirato e lodato.

20130924-224952.jpg

20130924-225014.jpg

20130924-225214.jpg

20130924-225304.jpg

12 risposte a “A Matilde

  1. Alyena

    Ciao, ho trovato questa bellissima storia tramite il sito “laquerciamillenaria”. E’ un immenso esempio di amore. Io non ho molta fede, sono piena di dubbi, ma non ho dubbi sul fatto che l’Amore sia la cosa più importante per tutti gli esseri umani.

    • Grazie per il tempo che hai dedicato. Se posso darti un consiglio, io ti dico solo di metterti a cercare. Se hai dubbi, sei sulla buona strada. Meglio avere dubbi che false certezze. Prefisco chi dice che non sa se Dio esiste a chi lo nega categoricamente. Come si fa ad essere così certi? Il viaggio di chi è incuriosito è meraviglioso e ricco di scoperte. Io ho la certezza che non ci sia solo ciò che possiamo toccare e conosco tante persone che hanno visto e ricevuto miracoli o che sono state toccate dalla Grazia di Dio. Ed è proprio come dici tu l’Amore è tutto. e Dio è amore. ti abbraccio. Sara

  2. Pingback: Vivi e …. Lascia morire. | In viaggio verso l'alt(r)o

  3. Pingback: Il trauma postaborto | Diemme

  4. Jessica Servidio

    Stavano per abortirmi. Stavo per nascere, troppo presto, e se non fossero intervenuti su di me anche mia madre sarebbe stata a rischio. Ma poi improvvisamente, da quel che mi hanno raccontato, tutto si calmò, ebbi pazienza. Nacqui con un mese d’anticipo, piccola, magra, raggrinzita… ma ora mi sento bellissima. Avevo iniziato a combattere, e avevo vinto, e non ho mai smesso.

  5. Cara Sara…ho riletto la Storia Tua, legata a Matilde…con l’intenzione di condividere la mia, (altrettanto bellissima), legata ad Enrico, a Maria Grande-Madre…. a Dio-Creatore, Signore della Vita e della Morte.
    Anch’io, come Te, sono stata provata sull’Amore…e ho scelto l’Amore, ho scelto la Vita.
    La Vostra Storia mi commuove così tanto che…ancora non riesco a raccontare la Nostra… tanto similmente baciata dalla Grazia!
    A molto presto, e grazie per la pazienza!
    Nives

    • grazie a te, per la tua testimonianza. non vedo l’ora di leggerti ancora. Spero che presto tu abbia la forza per raccontare la tua storia e testimoniarla ovunque perchè la gente ha bisogno di buoni esempi e di coraggio e di fede
      un abbraccio, Sara

  6. Cara Sara, com’è bello e dolce essere qui.. per portarti questo cuore che sussulta, nell’incontrare il tuo!
    Com’è bello lasciare che si riconoscano, si raccontino, si affidino l’un l’altro,
    liberi e sicuri d’essere accolti e capiti… in perfetta gioiosa sintonia!
    Sai Sara, Matilde è bellissima!
    Penso che Ti ricordi “quell’abito di sacco diventato.. vesti di gioia”!
    Infatti, i nostri cuori si stanno abbracciando mirabilmente vestiti…a motivo di Matilde ed Enrico, così tanto benedetti dal Signore!

    Devi sapere cara Sara, che Enrico è prima di tutto, un Pensiero di Maria ausiliatrice-soccorritrice-avvocata-tenera Donna Madre- che al Suo amato Figlio si è rivolta dicendo….”Non hanno più vino!”
    E Gesù, solo per immenso Amore, non poteva pensare che alla VITA…per distruggere il mio buio e la mia MORTE spirituale!
    Avevo 26 anni; ero sposata con Daniele da 4 anni; avevamo Luca di 3 anni, e Gioele da 2 anni era volato in Cielo di Venerdì Santo. La piccola Alessandra aveva solo 1 anno.
    Improvvisamente e tragicamente , Evelina, la mia solare sorella di soli 20 anni, ha lasciato sulla strada la sua vita…nel modo più atroce, per colpa d’un incosciente ubriaco.
    Nella casa di mio padre, era come se fosse passato un tornado. I genitori erano come impazziti, Anna era sempre in ospedale per chemio o quant’altro, Paolo non frequentava più la scuola primaria perché stava sempre in cimitero accanto ad Evelina, e Renato (il futuro marito di Evelina) sfidava la morte mettendosi costantemente in pericolo!
    Abitavo a 20 Km e mi sentivo impotente e disperata!
    Mio marito temeva per me e per la nostra famiglia, così contrastava ogni mio desiderio.
    Cara Sara, la mia crisi esistenziale mi faceva scrivere:
    “Oh…com’è difficile mio Dio, camminare ancora in questo buio pesto!
    Nemmeno una piccola luce vedo in lontananza!
    Tutto l’aggrapparmi a Te…per Lei, per Loro…
    rimane deluso, inutile…!
    In questa terra, ormai, le luci di Evelina ed Anna più si accenderanno,
    più illumineranno…mai più riscalderanno i cuori
    col loro sfavillare fervido e allegro!
    Tante altre luci, ora, risplendono per me…ma
    non riescono a diradar l’orribile buio!
    Sono meravigliose o mio Dio…
    ma io rincorro vite perdute!
    Che tragedia irreparabile…mio Dio,
    “il mio nido è nell’ombra!”

    Più passavano gli anni, e più dubitavo dell’esistenza del Creatore, Signore della Vita e della Morte.
    Vivevo emozioni intensissime e a volte dolcissime: molto ben espresse da Jannuzzi:
    “Su questa sponda dove tutto tace,
    Spirito Santo, dimmi,
    che nel silenzio è vita,
    nell’attesa speranza,
    nella solitudine amore.
    E mentre brulica la piazza
    di fatui clamori, dimmi
    che l’universo è qui
    in questo pane inerte e fragile,
    in questo quieto palpito di luce.
    Per dirti: credo
    Spirito d’Amore!”

    Sentivo sempre più il bisogno di ritrovare la Fede. Bruciava la necessità di credere che le mie sorelle erano amate da un Dio vivo, anche se imperscrutabile e misterioso. Ma Lui non veniva, non rispondeva…e senza senso erano per me la primavera e gli abbracci dei miei figli!

    Ma, dopo tre lunghissimi anni…avvenne un incontro dolcissimo, mentre parlavo alla Madonna, e mentre Luca e Alessandra accendevano le candeline. Il mio sguardo s’era posato sulla bacheca degli avvisi pastorali e precisamente su di un minuscolo periodico chiamato “Il seme”. Portava il titolo: “La fatica di vivere”. Lo presi per quelle parole: le prime che sentivo scendere fino al cuore. Parlava della serenità del “sì” e della dolcezza della croce. Era il Mese di Ottobre!
    Tristemente si avvicinava il terzo Natale senza Evelina! Leggevo “Il Seme” e le Poesie di Jannuzzi:
    “Come terra assetata è il mio cuore
    calice aperto sull’infinito.
    Guardo la stella
    dei miei desideri.
    Com’è silente la notte!
    Lo sai, mio Dio?
    E’ Natale!
    E l’anima ti cerca!”

    L’incontro con “Il Seme”, aveva portato un po di dolcezza. E i miei bimbi erano un amore! Anna si era un po’ ripresa…Ed io, l’otto dicembre, feci la prova di gravidanza perché mi sentivo strana, nonostante le mestruazioni.
    Il risultato è stato positivo, e a Natale ho dato l’annuncio con le parole di Gibran:
    “In ogni bambino
    è nascosto un sogno di Dio.”

    Cara Sara, a questo punto ti chiederai dove sta lo “straordinario” in tutta questa storia. Ti chiederai quando, effettivamente, ho incontrato il Signore!
    Devi sapere che, dopo la perdita di Gioele per aborto spontaneo, e il parto di Alessandra, i medici mi avevano tassativamente proibito di avere altri figli, a causa di emorragie gravissime, che avrebbero messo a rischio la mia vita! Ed eccoli puntuali i medici, a consigliarmi di abortire… e ad appoggiare le paure di mio marito!

    Pensa Sara, avevo in me la vita e con la morte nel cuore; avrei dovuto scegliere la morte della nuova vita, per continuar a vivere, per sempre nella morte.
    Questa gravidanza era molto strana per me, perché capitata nonostante le severe precauzioni…ma ancor più strana, perché non accusavo nausee, e continuavo ad aver le mestruazioni, anche se al quarto mese di gestazione.
    Come avrei potuto scegliere la morte per questo MISTERO DI VITA…tanto bello?
    E’ a questo punto che ho capito chiaramente dove il Signore mi chiamava, e lucidamente ho intuito, in quale modo avrei potuto non mancare!

    Il Natale di Gesù Bambino mi aveva donato tanta serenità, così decisi di conservarla per il Bambino che portavo in grembo!
    Affidai le mie sorelle e tutti noi al Dio Creatore e Signore della Vita e della Morte, rimanendo in fiduciosa attesa del lieto evento!

    Cara Sara, in agosto il bambino non voleva ancora nascere….
    Ma questa è la continuazione della bellissima Storia…che, se hai pazienza, continuerò più avanti!

    Ti anticipo solo che ora Enrico è in viaggio. Arriva da Sydney, dove vive con la moglie da più di 4 anni! Viene in vacanza…per ripartire a metà giugno!

    Ti lascio immaginare la gioia di noi tutti!!!

    Grazie per la pazienza, e a presto!

    Nives

    • Buona sera Sara e Michele, spero di fare cosa gradita se continuo la mia testimonianza di Amore, di Affidamento, di Grazia ricevuta, di Stupore grande, di Tenerezza e Fiducia…nelle misteriose Vie del Padre, Signore nostro!
      Come detto in precedenza era agosto 1980, faceva caldissimo e il mio ginecologo, nell’andare in ferie, mi consegnò una lettera per i colleghi, da consegnare al momento del travaglio di parto. Mi disse che il bambino era piccolo e che, se le doglie non arrivavano, che mi facessi ricoverare dopo una settimana. Così avvenne e la vigilia di San Lorenzo provocarono il parto di Enrico. Tutto sembrava normale ma…Enrico non nasceva! Faceva caldo e i medici non dettero molta importanza alla lettera del mio ginecologo. Presentavo sofferenza cardiaca così…presto bloccavano e poi stimolavano le doglie. Mi dicevano che il bambino stava bene, che era piccolo e che…le emorragie, non erano davvero più un problema. Enrico nacque spontaneamente nel preludio della notte di San Lorenzo. Non lo vidi e non lo sentii piangere. Mi dissero che pesava Kg. 4,30 ed era lungo cm.60. Mi dissero che lo portavano al Nido per scaldarlo….perché aveva respirato liquido amniotico ed era cianotico.
      Pure per me, purtroppo, le cose si complicarono. Cominciarono le emorragie e i raschiamenti, a vivo, dato che ero molto anemica e nessuno si assumeva la responsabilità di anestetizzarmi. Cominciarono le trasfusioni di sangue, (come con la gravidanza di Alessandra). I medici ridevano dicendomi che le emorragie non erano per loro un problema…ma più il tempo passava e più dimostravano di non capire. Finché, al terzo giorno dal parto, l’unico medico di turno che non mi aveva mai visto…fece preparare la sala operatoria per il cesareo. I globuli rossi erano a 900, in ospedale l’AVIS aveva terminato il sangue del Gruppo 0 Negativo, e gli anestesisti si rifiutavano di anestetizzarmi data la grande responsabilità. Le emorragie erano sempre più vaste e decisero di tentare…- tanto morivo lo stesso – dicevano tra loro!!! Ricordai loro…e al Signore, che avevo tre bimbi piccoli che attendevano la loro mamma, mentre per la mia mamma…sarei stata la terza figlia strappata giovane a questa vita!
      Mi dissero che un elicottero era in viaggio col sangue per me, e che intanto mi somministravano un sangue che non mi avrebbe dato problemi di allergie, anche perché mi avevano annullato tutte le difese immunitarie.
      Mi risvegliai! Avevo la testa che mi sembrava grande come il mondo. Avevo il corpo coperto di ponfi e mi dissero che avevano asportato l’utero, per apoplesia e rottura dell’arteria cervicale destra. Mi dissero che a questo evento non era sopravvissuto mai nessuno, e che quindi, avevo sicuramente un santo in paradiso. Il medico che mi parlava era quello che aveva disposto l’intervento. Era un medico giovanissimo, tirocinante, di nome Raffaele…Medici e infermieri mi vegliarono costantemente per 3 giorni date le innumerevoli trasfusioni di sangue. Io pensavo ad Enrico…e lo pensavo felice: o al nido o in paradiso! Mio marito ed i parenti mi dicevano che era bellissimo, grandissimo…che stava bene e che presto lo avrei abbracciato. Ma il bimbo non arrivava ed io temevo molto per lui! Al 15 giorno dal parto, mi chiesero se avevo piacere di vedere Enrico!
      Così,dopo mezz’ora circa, mi portarono un fagottino avvolto in una copertina marron a strisce rosse. Era un bimbo scuro di pelle e di capelli…tanto che sembrava un’egiziano. Portava coprifasce -berrettino-scarpine marron a strisce rosse. Non erano le sue…e m’è sembrato di vedere Mosè salvato dalle acque. Enrico dormiva e non io vidi i suoi occhi! Ero così emozionata che me lo lasciarono solamente 10 minuti.
      Ma il giorno dopo, le infermiere della pediatria mi fecero chiamare, perché non sapevano come calmare Enrico. Quando arrivai, era nel lettino che urlava a squarciagola. Lo chiamai, lo presi in braccio…lo baciai.
      Enrico mi guardò…e si abbandonò immediatamente con la testina sulla mia spalla! Rimanemmo ore abbracciati…tanto che nessuno osava richiamarci… al nostro posto, per le consuete cure.
      Tornammo a casa sani e salvi!
      Per tre anni consecutivi abbiamo entrambi fatto controlli e subito anche interventi chirurgici, ma poi, piano piano….ci siamo resi conto…del BACIO DI DIO!
      Mio marito mi è stato ostile per molto tempo, per la scelta di tenere il bambino, perché mi riteneva incosciente ed egoista. Ma poi ha dimenticato tutto, ed ora, Enrico…sembra per lui, il figlio preferito!

      Cari Sara e Michele….ditemi….ma col cuore, se potete!
      Dite il Vostro parere spassionato e sincero, su questo evento straordinario che mi è capitato e mi ha strappato dal buio del dubbio, della paura, dell’incredulità….conducendomi piano piano alla pace, alla luce, alla fede, all’amore….
      Io non so perché sono stata chiamata a tanta responsabilità. Non so spiegarmi nemmeno perché è andato tutto bene….data la mia indegnità! Quello che so con certezza è che la mia Vita ha acquistato nuovo senso, nuovo valore, nuova perseveranza…
      La sento preziosa, misteriosa, Illuminata….dal Padre CREATORE, e dalle STELLE che hanno attraversato il mio Cielo…e che mi aspettano nella gioia senza fine!

      Cari Sara e Michele, grazie di cuore per la pazienza e l’ascolto.
      Vi stimo molto e Vi ricordo con affetto nella preghiera.
      Un bacio ai bimbi!

      Nives/Rita Pizzato.

      • Ciao Nives, sono Michele Sara é ancora in ospedale. Ho letto tante volte il tuo racconto. Penso che Dio ci metta alla prova, in ogni secondo. A certe persone da prove piu difficili, ad altre altre tipi di prove. Noi possiamo scegliere. La scelta , questo tipo di scelta, non si fa ragionando, non si fa facendo somme o sottrazioni. È una scelta che si fa con il cuore. Ci si butta e per fortuna, ci si butta nella Fede, sentendo sempre con il cuore che Lui è li, è li per raccoglierci, che non ci lascia andare. E noi, come te, abbiamo fatto la scelta della Fede perche sapevamo che è l’unica a portare alla vera felicità.

        Dopo che è morta Virginia, facciamo parte di un’associazione a Koblenz che raccoglie i genitori dei bambini morti di cancro. Questa associazione esiste da 25 anni ormai e raccoglie tanti casi. 2 volte all’anno ci troviamo, per ricordare insieme i nostri bimbi, per scambiare i percorsi che abbiamo fatto, per consolare o esser consolati. Io e Sara infatti pensiamo che possiamo parlare veramente del nostro vissuto solo con persone che hanno avuto un percorso simile. In queste famigli c’e chi ha scelto la via della Fede e altri che sono andati nella parte opposta. A noi dispiace proprio per questi: alcuni di queste famiglie infatti, anche dopo 15 anni, sono nella disperazione, si sentono persi. Ti immagini 15 anni nella disperazione? Le altre famiglia, che hanno fatto un percorso di Fede simile al nostro, sono serene. Se gli cdi di ricordare gli ultimi momenti, spuntano le lacrime ma ti dicono tutto. Per filo e per segno. Poi , tra le lacrime, spunta un sorriso, ricordando un episodio, pensando che il loro bimbi scomparso sia li vicino. In tutto questo vagare, penso sia l’ unica via.

        Che aspetti a scrivere un libro?

  7. Carissimi Sara e Michele, congratulazioni per la Vostra BEATRICE, l’ultima nata! Non sapevo che la nascita fosse così imminente!!!
    COMPLIMENTI PER IL VOSTRO AMORE…COMPLIMENTI PER LA MERAVIGLIOSA FAMIGLIA, E PER LA GRANDE FEDE CHE VI GUIDA E SCALDA IL CUORE!
    Grazie per tutto!
    Nives

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...