Paura di vivere.

Ci troviamo uno o due volte l’anno. Siamo noi, genitori, genitori dei bambini morti di cancro. Detto così tutto d’un fiato sembra una cosa terribile ma è l’occasione di stare insieme, di parlare la stessa lingua , di condividere sentimenti simili. Si anche oltre la lingua e la cultura, oltre l’esperienza del quotidiano. Con gli anni abbiamo notato come in questi casi l’uomo reagisca in maniera simile, come i sentimenti, le paure, le certezze che si affrontino siano simili.

Ogni anno in autunno, vicino a San Martin, ci troviamo nel giardino di una di queste famiglie particolari per festeggiare un po’. Accendiamo un gran fuoco, sorseggiamo il glüwine caldo, qualche pasticcini, i bambini che giocano. Questo giardino è situato ai bordi di un paesino nelle vicinanze della nostra città.

Arrivo in questo giardino con Annamaria sulle spalle. È buio, il resto della famiglia ci ha preceduto. Il fuoco crepita lontano ed è la quasi unica fonte di luce per centinaia di metri a parte le luci delle stelle. Io con la bimba sulle spalle attraversiamo una stradina di campagna. La campagna attorno è piatta e silenziosa. A un tratto un muggito che ci fa sobbalzare entrambi. Al limitare del vialetto , oltre una rete, ci guarda con fare interrogativo una grossissima mucca. Al buio si scorgono bene le corna lunghe e larghe. Gli occhi di lei sono nascosti da un ciuffo marron chiaro.proseguiamo oltre, gli altri ci aspettano già. L’arrivo nel quel che doveva essere un giardino a festa è strano. C’è parecchia gente, la maggior parte seduta su panchine attorno al fuoco. Lo stesso proietta ombre tutto intorno rendendo l’atmosfera irreale. Le persone quindi perdono il loro volte, sono solo sagome nella penombra che chiacchierano. Alcuni mi vedono e mi vengono incontro, mi salutano come se mi conoscessero da tanto, io presumo di capire chi siano ma per la poca luce non ne sono proprio sicuro. La bimba si dimena, vuole scendere e giocare con i fratelli, anche loro li ad aspettarci. Nel prato c’è una vecchia roulotte, vicina al fuoco, dove i bimbi escono ed entrano inventando mille storie e giochi. Ora non ho più scuse quindi è devo prendere contatto con quella massa di facce scure attorno al fuoco, scure ma amichevoli.

Saluto calorosamente quindi un paio di coppie, e ovviamente i padroni di casa. Noto poi che rispetto alla volta precedente il numero delle persone è cresciuto molto. Mi fa piacere ,a al tempo stesso mi spiace per loro. Già se fanno parte di questo club, vuol dire che hanno perso un bambino per cancro, che sono passati attraverso una diagnosi che lasciava poca speranza, che hanno affrontato la chemioterapia, alcuni anche la radio terapia, e poi , dopo mesi nel tener duro, dopo mesi di combattimenti, di alti e bassi, hanno seppellito il proprio bimbo. E dopo tutta questa trafila si sono ritrovati a casa, con un pugno di mosche e il dolore della mancanza nel cuore. Hanno ricevuto una cartolina da Iris (la signora che gestisce questi eventi) e hanno deciso che la vita continua, che la vita va guardata sotto altri aspetti, hanno preso la macchina e l’alto e di tragedia che li circondava per arrivare a questo incontro, a questo club speciale.

Sara mi porta il Glüwine … Analcolico per non rischiare di scambiare quello per i grandi da quello dei bambini come l’anno prima. Su una panca ci sono pasticcini e Bretzel. Speravo di trovare un caffè ma ne rimango deluso. Non sono lì per bere e nemmeno per mangiare. Guardo i nuovi arrivati, sembrano sereni. Scherzo un po’ con quelli che già conosco è vicino al fuoco cerco di avvicinarmi a quelli nuovi.

A certo punto , quello che sembra un papà, inizia a parlarmi. Chiede se mia moglie è Sara, dato che ci ha già parlato in un incontro precedente. Ho la felicità nel cuore , mi spiace che lui sia lì, mi spiace che anche lui abbia perso una bambini. Poi nel racconto che lui inizia il bambino prende le forme di una bimba. Una bimba di 13 anni, che un giorno si è ammalata. Si è ammalata di un tumore alla testa non operabile. Ha fatto tre cicli di chemioterapia, ha ricevuto delle sacche di sangue, la radioterapia. Una strada tutta in salita da fare a piedi nudi, tutta piena di cocci di vetro dove rinforzare il proprio spirito su ognuno di essi. Una strada che tutti i genitori che sono lì hanno fatto.

Lui il papà avrebbe fatto tutto per lei. Voleva andare nel grand canyon prima di salire in cielo ma le sue condizioni erano troppo precarie quegli ultimi giorni e quindi andarono solo in Olanda al mare. Ma quella bambina , proprio quei giorni , dormiva quasi ventiquattro ore.

Poi mi racconti come si addormentò per sempre fra le sue braccia nel suo letto da bambina.

Aveva gli occhi lucidi alla fine del racconto. Era appena successo, tre mesi prima appena. Io li con tutta la mia voglia di consolarlo. Non mi è restato altro di dargli un pacca sulla spalla e poi gli ho detto… Che da quando è successo a noi, io non ho più paura di morire, che Virginia, la nostra bimba, è là che ci aspetta, che dobbiamo avere pazienza. E mi dice che anche per lui è lo stesso, che anzi ha forse paura di vivere.

Paura di vivere, si lo capisco. Passare per queste esperienze cambia i valori, cambia la vita per sempre. Apre gli occhi. Ci si sente quindi un’armatura addosso, si sente come questa sia superflua,come non serva a nulla,anzi limita il risplendere vero delle cose e delle persone attorno a noi. Una volta tolta, si ha un po’ freddo e si hanno tutte le ferite esposte al mondo. Si ha paura che lo stesso mondo vi versi sale e aceto e invece poi con il tempo, con gli incontri, con l’evolvere si capisce che finalmente le ferite esposte agli altri possano cicatrizzare. E quindi nasce, nasce una gran gioia dentro e questa gioia poi vuole uscire, vuole traboccare fuori dal piccolo cuore che ognuno ha per essere contagiosa anche per gli altri.

E quindi siamo qui per andare per il mondo a far capire che tutti siamo uno e che vivere è una cosa meravigliosa.

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3 commenti

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3 risposte a “Paura di vivere.

  1. Hai saputo trovare le parole giuste per consolarlo almeno un po’. Ho pensato se ho più paura di vivere o di morire e devo riconoscere che quel papà non ha poi torto.

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