Osservazioni di una italiana all’estero- autore Sara

Gli occhi delle insegnanti arabe sono bellissimi. Sono donne stupende dal sorriso smagliante. Mi salutano sempre quando arrivo alla Volkhochscule, una specie di università popolare che offre, fra gli altri, molti corsi di lingua. Io insegno italiano, tengo diversi corsi. C’è una caffetteria e spesso vedo gli altri insegnanti sostare per un caffè, due chiacchere. La caffetteria serve anche la Musikschule, quindi spesso incontro le stesse donne al pomeriggio con i relativi figli che frequentano, come i miei , corsi di musica.

E’ uno spettacolo interessantissimo. Ci sono i tavoli multietnici che io frequento volentieri. Le Arabe, come noi italiane, portano sempre qualcosa da mangiare e lo condividono volentieri. Quindi ti trovi ad assaggiare cibi esotici che nulla hanno da spartire con quelli tedeschi. Le donne arabe sono rumorose come noi italiani. il mio tavolo, poi con quattro piccoli pargoli irrequieti, lo è particolarmente. Le mamme tedesche, invece, hanno sempre una bottiglia per i bambini. I tedeschi bevono come ii cammelli. A tutte le ore, e preferibilmente non acqua. Il cibo è secondario. Qui la merende è conservata in una scatola di plastica ( è più ecologico del panino avvolto ogni volta in una carta diversa, la scatola la riutilizzi sempre). Le mamme più attente all’alimentazione portano spicchi di frutta già tagliati, con la relativa buccia (perchè qui si mangia quasi tutto con la buccia, anche il cetriolo, che i bambini, anche pseudoneonati, gustano con piacere, lasciando i miei figli schifati). Tante altre mamme comprano merendine al bar o scroccano qualcosa dalle altre. Pare impossibile, ma una mamma italiana non dimentica mai il cibo per i figli e anche l’auto si trasforma giorno dopo giorno in una dispensa ambulante. La mia, più che una dispensa, sembra un cassonetto dei rifiuti….

Poi c’è la mia amica polacca che, sposata con un tedesco, e affascinata dalla culturaa italiana, fa un guazzabuglio pauroso di cultura e cibo. cerca di far convivere gusti fra loro incompatibili per accontentare tutti in casa.

Poi c’è il mio amico spagnolo, l’insegnante di spagnolo, che in realtà viene da Cuba. Ci parliamo in tedesco, ma poi dove non arriva il nostro vocabolario, arrivano le nostre lingue madri che sono cugine, Allora ci sorridiamo come fossimo in fondo lontani parenti. A volte scappa un “Buon giorno” o una “buona notte” se ci si trova dopo i corsi serali e nel sentire una risposta italiana in un accento spagnolo, ti senti quasi a casa. Il vento ti sussurra qualcosa di famigliare, inaspettato, la tua lingua è quasi immediatamente capita.

ma questo poi capita anche con i tedeschi, amici ed estranei, qui tutti sanno qualche parola della lingua che definiscono la più bella lingua del mondo. E tu ti senti orgoglioso di saperla padroneggiare, di conoscerne i segreti, i ritmi, gli schiocchi che molte parole fanno risuonare fra la lingua e i denti nelle poesie del Montale, la musicalità di quelle del Leopardi.

Infine passeggio fra le vie di Coblenza, è qui è una vera babele di accenti. ognuno parla un tedesco con ikl proprio accento: russo, italiano, croato ecc. Ognuno che si porta dentro la sua nazione, la sua cultura che comunque e sempre considera superiore e più bella di quella che vive nello stato ospitante. Forse perchè una patria ce la portiamo dentro. una patria che forse non coincide con i confini nazionali o semplicemtne con una determinata lingua. Ma è qualcosa di personale, intimo che ognuno di noi ha costruito con sapienza e lentezza ne lcorso della sua vita e che evolve col passare degli anni. Allora mi chiedo: tutto questo spostamento di popoli è dovuta più a necessità che a curiosità. Questa globalizzazione, che ci spacciano per un progresso dei tempi, è più un segno della disperazione della gente che deve abbandonare le proprie terre e famiglie.

Questo mi dice tutto quello che osservo nella mia Coblenza. Questo mi dicono i condomini che battono un’unica bandiera o i quartieri che sembrano piccoli pezzi di altre nazioni, volati e planati qui, per caso o per necessità-

Solo noi italiani non ci aggreghiamo mai, neppure all’estero. La nostra individualità è elemento strutturale del nostro dna. però è sempre bello sentire qualche connazionale parlare italiano fra le vie della città. E’ una porta che si apre su un mondo che a volte pensi abbastanza lontano e invece, è lì, dietro l’angolo.

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