la mia Fortuna è sepolta qui- autore sara

Ieri, mentre piantavo fiori profumati e colorati presso Virginia, è passato e mi ha guardato un vecchio signore, vestito bene con un abito scuro. Io ero lì con Annamaria e lo ho salutato “Guten Morgen”. Niente più. E’ successo che mentre, poi, ero indaffarata nel parcheggio delle auto  a inserire in auto il passeggino di mia figlia, lo stesso signore mi si è avvicinato e mi ha chiesto, molto direttamente, ma con modo gentile, se era mia figlia, quella sepolta in cimitero.

Domanda abbastanza diretta per un tedesco. Alla mia risposta positiva, mi ha chiesto come posso essere così”ruhig”, tranquilla. Ha poi iniziato una sorta di monologo su Dio, su un Dio che non capisce, che viene definito buono, ma che permette che bambini così piccoli soffrano e muoiono. Mi ha detto, fra le lacrime, che non capisce. Mi ha “spiegato” che questi bambini non hanno fatto nulla di male e non meritavano di morire così.

Io lo guardavo, guardavo quei capelli candidi sulla testa. Guardavo quel vestito distinto che indossava e mi chiedevo come potesse succedere un discorso così alla rovescia fra una giovane donna e un vecchio signore. Pensavo: non dovrebbe essere lui, dall’alto della sua saggezza, a consolare me? non dovrebbe già aver trovato risposte alla sua età? e invece no, era lui che chiedeva a me delle risposte. Gli ho dato quelle che chi legge questo blog già conosce. Che la morte non è una punizione, e neppure una malattia va pensata in questi termini. Gli ho detto che questi bambini regalano e lasciano su questa terra solo amore. Che il nostro mondo ha bisogno di angeli. A quel punto lui mi ha detto la classica frase che spesso mi sento dire: ” se   questo la far star bene”. Lo ho guardato dritto negli occhi e gli ho detto che questa è la VERITA’. Che Dio lo sento dentro. Che questi bimbi insegnano a noi adulti a vivere e ad accettare la morte e poi anche a morire, col sorriso. Noi adulti ci attacchiamo a questa terra con le unghie, perchè questa terra ci è entrata dentro col passare degli anni e siamo terrosi. Avrei voluto dirgli tante altre cose ma il mio tedesco non me lo permetteva. Allora ci siamo fissati a lungo negli occhi in silenzio, Io in cerca di parole adeguate e lui pensieroso. Lui mi guardava attento e mi ha detto più volte che lo ho sconvolto. Che era positivamente scioccato. la mia serenità lo aveva sconvolto. Quello che vedeva nei miei occhi lo sconvolgeva.

Poi abbiamo parlato del mio accento melodico e quindi dell’Italia e della crisi italiana. Lui mi ha interrotto dicendo che io la mia crisi ce la ho qui in cimitero. Io lo ho fermato subito e gli ho risposto:” qui, in cimitero, c’è la mia Fortuna.” Lui allora, mi ha ringraziato e se ne è andato piangendo. Nella mia presunzione, spero di avergli fatto bene, ma solo Dio sa cosa c’è nel cuore d i quel vecchio signore che se ne è andato via piangendo. Non so quale dramma stesse magari vivendo o se la visione di una mamma sulla tomba di un figlio lo avesse sconvolto. In effetti è un immagine che può sconvolgere. Io stessa soffro quando incontro i genitori dei bambini sepolti vicino a Virginia. Soffro, in effetti, anche per me, quando affondo le miei mani nella terra nera e fredda che la ricopre, ma mai per Virginia. So esattamente dove è lei in questo momento.

Perchè vi sto raccontando questo incontro?  perchè mi ha fatto riflettere. perchè mi sono resa conto che nessuno dei miei amici e conoscenti mi ha dato realmente parole di conforto dopo la morte di Virgi. mi sono resa conto che sono stata io a consolare gli altri. Anche quando mio padre è morto, è successo lo stesso. sono stata io a dare spiegazioni a chi mi chiedeva arrabbiato o triste: “perchè? perchè può capitare una cosa simile  ad un bambino?”. Ero io da consolare e ho consolato, invece, gli altri. Tutto quello che ho vissuto fino ad oggi, mi ha portato non ad essere consolata ma ad imparare ad aiutare gli altri. E questo lo devo al dono che mi ha fatto Virgi sul suo letto di ospedale. Capire che questo è solo un viaggio ma la metà non è qui, su questa terra. Ho ricevuto parole di vita solo da chi aveva Dio nel cuore. E Dio non è un’invenzione, la fede non è l’oppio dei tristi. Se solo aveste potuto vedere gli occhi di quella bimba, capireste quello che cerco di dirvi. Nessuna menzogna dona la serenità che io sento nel cuore. Le menzogne hanno le gambe corte e quando le diciamo, sentiamo che suonano vuote. Durano poco e non hanno efficacia nel cuore. Dio è Verità e abita in mezzo a noi. La mia immensa serenità è l’unica testimonianza che vi posso dare per affermare che Dio c’è.

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9 commenti

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9 risposte a “la mia Fortuna è sepolta qui- autore sara

  1. Mi ritrovo molto in quello che dici. Quando morì mio padre fu per me il primo grande dolore della mia vita.Piangevo dovunque mi trovassi. Ma incontrando persone che mi conoscevano iniziavo con loro a parlare di lui trovando conforto al mio soffrire. Attraverso quelle condivisioni ho capito che c’era una via d’uscita ed era quella di donarsi agli altri, fare sentire la mia vicinanza a chi soffriva in un determinato momento. E così quando mi sono trovata in ospedale per un intervento ho cercato di stare vicino nel possibile , a chi soffriva più di me. Lo sto dicendo per testimoniare quanto ciò, l’aiutare chi soffre, consolare, dia come dici tu, tanta serenità. Io ci credo. Ti auguro ogni bene .Isabella

  2. Posso dire che questo tuo post mi ha fatto piangere di GIOIA? Le tue parole sono state musica per le mie orecchie. Finalmente qualcuno che con semplicità testimonia una verità che dovrebbe riempirci di felicità.
    Grazie Sara e grazie a Diemme che mi ha suggerito di passare da te!!!!
    Oggi mi avete fatto un grande dono entrambe. Vi abbraccio.

    • grazie, dobbiamo ringraziare questi bambini speciali che vengono su questa terra in mezzo a noi per insegnarci ad amarci veramente. Stiamo facendo tutti lo stesso viaggio verso un unico obiettivo. Farlo insieme, aiutandoci, lo rende più piacevole e ricco e, nelle difficoltà, più leggero. un abbraccio

  3. Pingback: la mia Fortuna è sepolta qui- autore sara | …Semplicemente insieme…

  4. E io ringrazio Lucetta che ha ribbloggato il tuo post e mi ha fatto arrivare qui!
    Sono stupende le tue parole, soprattutto perché hanno il profumo della Verità: Neppure il più grande scrittore riesce a scrivere con tanta sincerità!

  5. A Lucetta, che mi ha suggerito questa testimonianza riportata anche sul suo blog, ho lasciato una lunga considerazione che riporto anche qui:

    “Ho letto con attenzione, anche perché mi tocca da vicino.

    Nonostante l’anagrafe, non sono nemmeno io così bravo né a consolare chi si viene a trovare in simili situazioni, né ad abbandonarmi a una razionale rassegnazione. Certe situazioni si accettano solo per fede che è dono. L’ho sperimentato proprio in questi giorni con una mamma, mia dirimpettaia, che in un mese ha perso sia il marito di 61 anni, sia il figlio di 31. E lui, il marito, si è suicidato proprio per la disperazione di vedere il figlio, da poco sposto, ormai terminale, dopo un anno di terapie intensive.

    Dall’altare, all’ultimo funerale, ho udito parole serene proprio dalla giovane sorella superstite, simili a quelle della mammina di Virginia. Ciò significa che i giovani, proprio perhé giovani, sono capaci di Visione.

    Sento che in me convivono le due anime: quella interrogante e pensierosa del vecchio ma anche quella serena della giovane mamma che sa esattamente dove si trova la sua bambina ma che soffre quando affonda le sue mani nella terra nera e fredda che la ricopre, mai per Virginia ma per i genitori dei bambini sepolti vicino a Virginia.

    Ognuno vive come sa è può i propri lutti. Ma c’è anche il “grande momento personale” da mettere in conto. Ci si può illudere ma non si può eludere. Così sono andato a rileggermi le pagine dei miei vecchi “maestri”, Paolo VI e Carlo Maria Martini, sul vivere e sul morire. Le riporto per chi sentisse il bisogno di affrontare l’argomento.

    “L’arcivescovo emerito di Milano (Carlo Maria Martini) rilegge un famoso testo di un suo illustre predecessore sulla cattedra ambrosiana, Giovanni Battista Montini. Una riflessione che assume anche un carattere di vissuto personale, sul limitare della vita, il dolore del passaggio per la porta stretta finale, l’incontro con Dio.

    ***

    Il confronto con la morte che sta davanti a ogni uomo è onesto, sincero e perfino drammatico nel Pensiero alla morte di Paolo VI. Non si tratta di un monologo soggettivo. Esso è scritto in dialogo costante con Dio. In tale dialogo Paolo VI rivela tanti angoli riposti della sua anima e soprattutto il suo sguardo universale che corre al di là dei tempi e degli spazi della terra, verso l’eternità. Insieme rivela il suo immenso amore per la vita, la sua gratitudine, il suo desiderio di conoscere sempre di più questo mondo.

      Due sono i temi particolarmente ricorrenti: quello dell’ora che viene e quello della luce. «L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo».

      Paolo VI parte dall’inevitabilità e anche dalla ‘opportunità’ della chiusura della sua esperienza terrena, citando tre testi biblici, due neotestamentari (2 Tim 4,6 e 2 P 1,14) e un testo dell’Antico Testamento (in cui è da leggere Ez 7,2 invece di 2,7). Sono testi che parlano della fine imminente, del tempo di sciogliere le vele, di lasciare questa tenda. Gli altri testi biblici citati da lui non sono molti. Uno è riferito appunto al tema della luce: «ambulate dum lucem habetis» ( Gv 12,35).

    Un altro passo citato specifica come ci giunga questa luce: è il brano di Giovanni nel quale Gesù appare come l’esegeta del Padre: «Proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Il Papa esprime un suo desiderio profondo: «Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce». La luce gli è apparsa sopratutto in quello che chiama «l’avvenimento fra tutti più grande», cioè «l’incontro con Cristo». Ed esclama: «Tutto qui sarebbe da rimeditare, con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro».

      Un’altra importante citazione viene da san Paolo (1 Cor 1,27.28). È un testo che permette una sincera effusione di spirito che dà voce alla grande umiltà di Montini, che si domanda quasi incredulo: «perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?

      Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore?» E la risposta gli è data appunto da Paolo: Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole… perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
      Ancora una volta l’autore si richiama a Giovanni (21,18ss) per accennare al destino di Pietro: «Questo disse [Gesù a Pietro] per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: ‘Seguimi’». E Montini parafrasa: «Ti seguo: ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch’è la Chiesa».

      
    Seguono alcune tra le affermazioni più commoventi del documento che ci dicono come egli sentisse un amore fortissimo per la Chiesa e avesse quasi il pudore di dichiararlo apertamente. Così si esprime: «Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare». Ed è qui che l’autore richiama il capitolo XVII del vangelo di Giovanni, quello in cui il discorso di Gesù ai suoi nell’ultima Cena assume il carattere di una solenne preghiera conclusiva.

      Come per Gv 17, così anche per le ultime pagine di questo testo montiniano si può dire che si tratta di qualcosa di formidabile. Chi dice queste parole sta guardando alle realtà ultime con un coraggio che commuove e lascia senza fiato. Montini vorrebbe abbracciare il mistero della Chiesa nella sua totalità: «Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità».

      Qui la capacità di Montini di moltiplicare gli aggettivi e i sostantivi attraverso il gioco dei sinonimi e dei contrari si esprime in tutta la sua potenza e prelude alle accorate esortazioni finali: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te: abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità, e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo».

      Al termine di questa rilettura del testo di Montini, mentre rimaniamo pieni di ammirazione per il suo pensiero sincero e alto, non possiamo non istituire qualche paragone con la situazione di noi che lo leggiamo oggi, in particolare con la mia situazione di Arcivescovo emerito e ottantunenne.
      È vero che il peso del governo di una Chiesa locale, pur se grande, non può paragonarsi a quello portato da Paolo VI nella sua qualifica di Sommo Pontefice.
      Pur tuttavia la lettura di questo testo suggerisce similitudini e differenze che vale la pena di recensire.

      Paolo VI scrisse queste pagine alcuni anni prima della sua morte, mentre si trovava ancora fortemente impegnato nel molteplice servizio della Chiesa. Io vi rifletto su queste cose con la tranquillità di chi non ha più impegni ufficiali e può prepararsi alla morte. Ringrazio Dio di avermi dato, dopo gli anni impegnati al servizio della Chiesa di Milano, un tempo relativamente lungo (ormai quasi sei anni) per pensare all’anima mia.

      Di fatto mi trovo più vicino alla morte di quanto non si trovasse Montini quando scrisse queste pagine. Sono davanti alla prospettiva di una chiusura prossima dell’esistenza e quindi mi pare di sentire in maniera ancora più forte tutta la grandezza e l’oscurità di quel momento.

      In questa luce mi pare di notare che Montini ha avuto una maggiore intuizione della bellezza del mondo. Perciò può rammaricarsi di non averlo conosciuto abbastanza e di non averlo studiato a fondo. Io non sento tali rammarichi. Sì questo mondo è bello, ma ci sono anche tante bruttezze e brutture e perciò non mi appare tanto straordinario è attraente.

      Quello che mi appare straordinario è il fatto che questo mondo sia stato creato e amato da Dio e sia stato creato in Cristo.
      Paolo VI riconosce che l’avvenimento più grande è stato per lui l’incontro con Cristo. Sento anch’io profondamente l’importanza di tale incontro, ma sono portato ogni giorno di più a vedere la creazione come immersa nel grande movimento che va verso il Cristo totale.
      Mi percepisco parte di questo movimento e vedo che in esso il mio incontro con Cristo è solo un piccolo aspetto di questo formidabile dinamismo che abbraccia tutto l’universo.

      Particolare impressione mi fanno le parole riguardanti la sua povertà: «così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore» e la sua esaltazione di Dio misericordioso e potente. Se guardo al passato, riconosco che anch’io devo moltissima gratitudine a Dio. Dio mi ha beneficato ultra quam speraverim. Non immaginavo minimamente di potere avere alcuna capacità di contatto con gli altri né di saper assumere importanti responsabilità o divenire addirittura per alcuni punto di riferimento. Mi sentivo povero, intellettualmente molto modesto.

      Il Signore invece nella sua bontà ha voluto prendere questa modestia e valorizzarla. Perciò riconosco la bontà del Signore e di tutti coloro che mi sono venuti incontro e mi hanno aiutato e anche valorizzato. Si può dire che in qualche modo da ragazzo io avevo paura della vita. Ero timido, molto chiuso. Poi la vita si è rivelata diversa. Le strade si sono aperte, molti mi hanno aiutato. Perciò ora non percepisco rimorsi, ma sento riconoscenza grandissima per tanti eventi che sono successi nella mia vita e che mai avrei immaginato.
      
    Mi impressiona la qualità della sua fede, tranquilla e abbandonata a Dio. Mi sento in questo senso assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire.

      Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morto potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. Invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nella oscurità, che fa sempre un po’ paura. Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle ‘uscite di sicurezza’. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Questa fiducia traspare da tutto il testo di Montini.

      Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani. La grande fede di Montini gli permetteva di perdersi in Dio con l’animo di un fanciullo. Ispirati dal suo esempio desideriamo anche noi godere di quella pace interiore che vince ogni ansietà e si affida a Dio con tutto il cuore”.

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