Andare a lavorare in Germania

Mi ha contattato qualcuno per cercare un lavoro qui su al nord. Mi dispiace sentire queste richieste, spero sempre che il mio paese si risollevi, che regni la serenità. Invece no. Grazie a questa richiesta ho fatto telefonate in giro, in Italia, per capire effettivamente la situazione: tutto nero, tutto negativo, anche con parenti che di solito se la cavano sempre. Ma che succede? 

Va beh… Non ho le conoscenze di scendere nei dettagli ma volevo fare una riflessione da lasciare a chi veramente pensa di spostarsi dall’Italia. Lasciare il proprio paese non è facile. Si sa sempre quello che si lascia ma mai quello che si trova. Frase scontata e ovvia ma doverosa. Il mio spostamento oltre le Alpi è stato facilitato dall’aver viaggiato parecchio e la conoscenza  di inglese e francese. Poi la mia attuale azienda mi ha offerto un corso di tedesco, obbligatorio per chi vuole lavorare in questo paese. Già perché si pensa che al di fuori dell’Italia tutti parlino inglese e invece quello basta solo per sopravvivere. Per fare i primi passi, per affittare una casa ad esempio, diventa difficile trovare un’agenzia con cui ci si possa capire. Andare all’estero è imboccare una strada tutta in salita e non si sa quando arriverà la pianura. Le difficoltà maggiori sono appunto la lingua ostica da utilizzare tutti i giorni.

Dopo tre anni, guardandomi indietro, mi accorgo della strada fatta, che oggi siamo integrati, abbiamo amici, sappiamo come e dove fare le compere o i documenti necessari per andare dal dottore o immatricolare una macchina (altra avventura). Il primo anno è stato tremendo. In tutti i sensi. Ricordo le prime volte che rientravo nell’appartamento, quasi in punta di piedi per non disturbare i vicini. Ora ho capito che i tedeschi non hanno un udito da mosca ed entriamo in casa con i bimbi facendo il casino che facevamo in Italia. 

Ricordo ancora che cambiando città mi precipitavo in comune per registrarmi nella nuova. Se lo facessi ora mi prenderei i miei tempi, ho capito che i tedeschi non sono poi così fiscali, sopratutto quando spieghi le tue ragioni.

Altro ricordo nitido è quello dell’Ikea. In Germania infatti gli appartamenti vengono dati praticamente sempre completamente spogli: senza cucina, senza salotto, senza lampadari, veramente vuoti. Nei primi mesi quindi ho frequentato spesso l’Ikea per costruire la cucina e un minimo di mobilio ma la mia sorpresa è stata quella che là io potessi esprimermi praticamente con tutti in inglese! 

Ma vivere in un altro paese significa anche scontrarsi e confrontarsi con un’altra mentalità. Significa a volte ripensare alla propria in maniera autocritica. Significa, altre volte, apprezzare l’elasticità mentale degli italiani. Significa anche capire che non esiste un paese perfetto e se fosse possibile sarebbe bello prendere da ogni popolo i pregi e cancellare i difetti.

Passiamo ai punti positivi. La Germania è piena di immigrati di varie regioni: russi, croati, romeni, greci, ecc… Quindi tutti i tedeschi accettano il diverso molto meglio che da noi in Italia. Mi spiego con un esempio. Un anni dopo il mio arrivo in Germania mi sono recato dall’ortopedico per una noia al ginocchio. Entrato in studio il dottore mi ha chiesto il cognome. Sicuramente è risultato strano alle sue orecchie ma l’ho dovuto ripetere tre volte e non è bastato. Per la quarte mi ha semplicemente detto che lui non aveva acusticamente capito. Che faccia facciamo invece quando sentiamo il cognome di un marocchino? Che reazione abbiamo quando un russo ci blatera qualcosa?

Per chi decide di lasciare il bel paese per la Germania ho quindi questi consigli pratici:

– sapere un po’ di tedesco, fondamentale per tutti i tipi di lavori

– cercare un contatto in Germania che faciliti l’integrazione

– casa in affitto nei paesini, molto più economici e forniti di tutto

– dopo qualche settimana cercare un corso di tedesco per raggiungere almeno il livello B2

– aprire un conto in banca : serve per tutto. Per addebitare lo studio, pagare il corso di tedesco con addebito o il telefono

– se si è liberi di scegliere la città di destinazione, la sceglierei vicino a un aeroporto

  • ricordare che veniamo da un bel paese e la nostalgia, per quanti difetti abbia e per quanto ci si trovi bene all’estero, rimane. E’ proprio un grosso peccato che uno stato come il nostro, il bel paese, sia ridotto così, ad essere solo un luogo di villeggiatura, dove sta diventando impossibile vivere e pensare di farsi una famiglia……
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6 commenti

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6 risposte a “Andare a lavorare in Germania

  1. Marco

    Viste le sue conseguenze temo che la c.d. “elasticità mentale” dell’italiano sia, grandi geni a parte, la sua principale rovina: ci sono molti modi consolidati di fare le cose e mettersi d’accordo per farle con un minimo di coordinazione ci costerebbe si e no una discussione ma ognuno pensa di poter inventare da zero un modo migliore e di avere il diritto di metterlo in pratica senza nemmeno preoccuparsi di quello che fa il collega al suo fianco.
    Questo ci penalizza come organizzazione, nelle imprese collettive e alla lunga persino nella comodità personale (se ognuno fa per sé, come prevedere il comportamento di un impiegato, di un professore, di un qualsiasi addetto ad un qualsiasi servizio quando orari, impegni, standard ufficiali diventano a malapena una linea guida? E tutti sempre pronti agli imprevisti che noi stessi produciamo in gran copia…)
    Dall’altro lato comunque la soluzione a base di obbedienza acritica può essere persino peggio e nuocere alla nostra stessa dignità umana: come si fa ad essere schiavi di due righe scritte magari di corsa da un legislatore maldestro. Ma se ci pensiamo in Italia, forse per un malnato tentativo di compensare, abbiamo anche di questi comportamenti, frutto di reazione per eccesso o paravento per meravigliose “applicazioni diversificate” di norme assurde e mai toccate che valgono solo se sei un povero cane.
    Quindi oltre che della nostra “flessibilità” dovremmo lamentarci persino dei nostri sghembi tentativi di rigore. I tedeschi, così dicono, almeno sul secondo punto, sanno essere coerenti e gli esempi che hai portato mostrano che sanno anche avere buon senso…quando davvero serve e non quando semplicemente fa comodo.
    Concludendo, tuttavia, il vero guaio di andare all’estero non è trovare ostacoli (l’Italia, temo, ti abitua ad ogni genere di contorsione) ma semplicemente vivere coll’amarezza di non essere nel proprio paese, di essere un ospite e non poter contribuire a rendere migliore la tua terra pur conoscendone i mali, impossibilitato ad affrontarli in casa. E’ un senso di impotenza che accomuna sia i “transfughi” che i “rimasti”…

  2. Ciao, mi fa piacere che ogni tanto qualcuno abbia il coraggio di osare fare un’esperienza all’estero. Io l’ho fatta subito dopo aver preso il diploma, trasferendomi a Londra per viverci e non in vacanza studio. Comunque non ho ben capito una cosa dal tuo post, e cioè: quando ti sei trasferito ci sei andato da solo o hai portato subito la tua famiglia con te?
    Perchè vedi, un conto è andarci da soli e un altro è portarsi dietro tutti. Infatti io volevo ritrasferirmi là ma adesso è un pò più difficile visto che ho famiglia. Sarebbe una scelta anche azzardata, visto che il mio compagno ha già un lavoro qui sicuro. Il fatto è che sono io che non ci sto più bene in italia e che ogni giorno di più vorrei tornare ad uno stile di vita diverso. Ma da soli è più facile far le valigie e partire, invece quando hai famiglia è più rischioso.

    • Sono partito io per i primi tre mesi e dopo sono arrivati anche tutti gli altri. È stato molto difficile il primo anno a causa della lingua e della diversa cultura. Ora non ci troviamo poi male a parte qualche incomprensione.

      • Ma tua moglie è stata subito convinta della scelta o hai dovuto forzarla? Perchè se l’altra persona non è d’accordo, come si fa? E’ questo l’ostacolo maggiore per me. Se fossi da sola starei già lì da anni, invece….

      • Convinta? Botta in testa, legata e messa in macchina! A parte gli scherzi in quei tempi aspettavamo la nostra quarta figlia. Ne abbiamo parlato tanto e ci sembrava di poter dare una possibilità in più si nostri figli. Lei sarebbe dovuta comunque stare a casa un periodo dal lavoro per seguire la nuova in arrivo e si è deciso allora di provare. Le ho sempre detto che se poi non si fosse trovata bene si poteva tornare. Ora che siamo qui abbiamo nostalgia di casa ma il viver qui è tanto comodo e rilassato. Tornare in Italia sarebbe come ributtarsi nel casino, nel caos. Ci sappiamo sopravvivere in quel caos ma forse non è ancora il momento di tornare.

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