Al buio è meglio e altre stranezze.

24 settembre 2013 – Wiesbaden, Germania.
Oggi gita a Wiesbaden con la EIKKK (Eltern Initiative Krebs Kinder Koblenz – iniziativa dei genitori dei bambini con cancro di Koblenz – http://www.eikkk.info/Willkommen.html). È una associazione dei genitori che hanno avuto un bambino ammalato di cancro. Ritrovo all 9:30 e partenza in bus da 40 posti anche se saremo solo 10 o 12. Tempo incerto con qualche raggio di sole. A Bad Ems andremo nella casa dei 5 sensi. Per fortuna ci sono altri bambini oltre ai nostri. È bello stare con questa gente: ha un linguaggio e un atteggiamento simile al nostro anche se hanno una lingua e una cultura diversa. Queste famiglie infatti fanno parte di questa fondazione perché hanno perso un bambino per cancro, son passati per la malattia e il travaglio che ne consegue, chi più chi meno. La prima volta che ne abbiamo fatto parte è stato per noi molto interessante. Virginia , nostra figlia, quando è diventata un Angelo aveva appena imparato a parlare. Diceva poche parole: si, no, mamma, pappa, cacca e baba (che sarei io). Quindi non potevamo scambiare tante informazioni con lei e il nostro travaglio come sopra, è stato limitato. È stato un leggere i suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue smorfie. Oppure capire certi movimenti che piano a piano venivano a mancare o altri che non erano come dovrebbero essere.

Ogni famiglia ha affrontato la tragedia in maniera diversa e speciale. C’è chi ha rifiutato Dio e se ne sta allontanando e c’è chi invece lo sta abbracciando. Scendere nei dettagli di questi percorsi è molto difficile , sopratutto per la barriera culturale. I tedeschi infatti sono noti per essere tutti d’un pezzo e quindi mostrare debolezze, sentimenti o anche parlare di religione non è da loro. È da pazzi, beh noi lo abbiamo fatto in alcuni di questi incontri. A faccia aperta, spiegando cosa abbiamo ora nel cuore.

Una di queste mamme , nel l’incontro che abbiamo parlato di religione, ha ammesso che si sta allontanando da Dio, che è arrabbiata con Lui ma che allo stesso tempo sta cadendo in una depressione senza fine. Vedendo noi si interrogava se stava andando nella direzione giusta. Noi non possiamo esprimere in tedesco facilmente queste cose, quindi ci limitammo a dire che ognuno ha la sua strada e che non ce n’è una giusta. Mi son chiesto tante volte se feci la mossa giusta, se non avessi dovuto magari invitarla a dire il Rosario con noi.

Un’altra signora di queste ha perso la figlia quando aveva otto anni circa, dopo quasi due anni di malattia. Ci ha raccontato cose incredibili di sua figlia: che creava sempre di consolare i fratelli o i genitori e che non si sentiva tanto sfortunata, anzi. Ci ha anche raccontato che un anno prima di ammalarsi, sua figlia ha disegnato un castello. Nello stesso ha disegnato i genitori e i fratello,lei invece si era disegnata sulle nuvole. La mamma le ha chiesto perché, si era disegnata là: lei ha risposto naturalmente che lei sarebbe stata la regina del cielo. Un anno prima di ammalarsi. Non è incredibile? Non riempie il cuore? Non da la continuità al nostro essere? Non proietta oltre il nostro vivere?

Un’altra ragazza ci ha raccontato invece che sua figlia aveva circa dieci anni quando è diventata un angelo. Anche lei non aveva paura della morte ma era serena. Dopo la morte questa mamma, ci ha raccontato che ciclicamente a una certa ora qualcuno suona il campanello di casa. Vanno ad aprire, guardano fuori e non trovano mai nessuno. Hanno fatto controllare il campanello più volte ma non hanno mai trovato nulla fuori posto. Questa mamma pensa che sia la figlia, che la viene a salutare.

Torniamo alla gita quindi. Saliti sul pullman le organizzatrici distribuiscono ai bambini dei sacchetti sorpresa, ricolmi delle solite schifezze a base di zucchero. Io devo fare il papà cattivo e quindi dopo i primi cinque minuti di euforia, sequestro i sacchetti. Dopo un’ora o poco poi arriviamo a questo castello a tema. Lo circonda un parco bellissimo. Al di fuori della struttura sono piazzati vari giochi peri bimbi: altalene, scivoli, trampoli, giochi di equilibrio, ecc… All’interno invece ci sono vari esperimenti da fare utilizzando i sensi. Quindi giochi ottici, campane da suonare, ecc..

La sorpresa per noi è sempre doppia dovuta anche alla barriera linguistica/culturale. Io e i tre bimbi più grandi, infatti, ci aggiravamo per le segrete di questo castello, quando ho visto un cartello che diceva “Dunkle Bar” ( bar scuro). Incuriosito siamo entrati attraverso a una pesante tenda nera. Dopo la tenda non si vedeva più nulla, poi a tastoni ho proseguito attraverso una semi curva e sono entrato in una stanza. Almeno mi sembrava di essere entrato in una stanza. La vista li non serviva a nulla, tutto era totalmente buio. Il cameriere ci ha accolto gentilmente chiedendoci di accomodarci. A tastoni ho sentito quello che doveva essere il bancone, un po’ umidiccio e appiccicoso, come tutti i banconi. Me lo sono immaginato di legno, color nocciola chiaro. Le ginocchia hanno urtato quindi quella che era una sedie. Morbida, mi sembrava di quelle girevoli che li tornano in posizione. L’ho pensata di colore verde. Il cameriere ha sistemato Tancredi e Matilde su altre due sedie verdi presunte e mi ha detto di prendere in braccio Matilde. I bimbi sono scoppiati a ridere e a far casino, il cameriere li ha zittiti subito dicendo che in quel bar bisognava far silenzio ed ha iniziato a decantare le varie bibite li presenti. Io non capivo più effettivamente se era un bar vero o una farsa. Mi ha chiesto se volevamo qualcosa da bere. Avevo il portafogli, ma con quel buio, gli ho chiesto come avrei fatto a pagare. Lui ha detto che si può pagare solo con moneta, dato che quelle riesce a riconoscerla. Ho avuto la scusa quindi per non prendere nulla. La conversazione con il cameriere è proseguita e ci ha detto che lui è cieco e per quel motivo lavora in quel bar. Nel bar c’erano altri che conversavano due toni più in basso di noi italiani. A quel punto siamo usciti, abbastanza divertiti della cosa.

Usciti dal bar abbiamo incontrato una mamma del nostro gruppo con bramino al seguito e mi ha mostrato il “Dunkel Weg” (la via buia)…. Mi ha detto che insieme ci andava volentieri. Già che venivo dal bar buio, perché no quindi. Parto davanti imboccando una porta fatta di pietra che scende un mezzo piano ancora più in basso nelle segrete. La via di uscita dovrebbe essere alla mia destra, quindi mi aspetto che il tunnel sia più o meno diritto. Dopo una curva c’è un’altra curva, siamo già da qualche metro nel buoni o più completo. Alla sinistra ho la mano di Matilde e con l’altra cerco di capire cosa ho davanti. Mi sento però solo nel buio e ho paura di perdere l’orientamento. Siamo sicuri di venirne fuori? Avanzo, urto con la faccia contro quello che sembra un palo messo di traverso. Mi serve un piano di emergenza. Faccio un flash con il telefono e mi rimane tutta la stanza stampata nella retina. Si al piano di sopra ci avevano detto che non si poteva, ma caspita! Dovevo capire se era uno scantinato lasciato deserto o se era qualcosa di predisposto. Per fortuna era la seconda situazione. Quello che era un palo, in realtà era un grosso ramo di un albero messo di traverso. Nella stanza ce ne sono altri messi alla rinfusa, il ricordo nella retina svanisce a poco a poco e riemergo nel buio i più fitto ma con la consapevolezza che è solo un gioco e che se non usciamo per un po’, qualcuno verrà. Avanziamo quindi e sotto i miei piedi sento anche sassi che si muovo al nostro passaggio. Cerco sempre di tenere una mano fissa sul muro per avere una direzione. A volte la mia mano scorre quindi su una parete liscia, altre volte le dita si incanalano nelle fessure che sono tipiche di un muro fatto di cemento. Mi sembra quindi che la stanza diventi un corridoio, sempre più stretto. Ora si sale anche e il pavimento è molto inclinato. I bimbi ridono e si divertono, chiamandosi a vicenda per farsi coraggio. Arrivo alla fine di quello che è diventato uno stretto corridoio in salita, quasi un imbuto. Giro l’anglo poi un altro e intravedo la luce. Siamo fuori. Fatto una volta i bambini sono incontenibili e lo rifacciamo altre due volte, anche in senso contrario. Nelle volte seguenti in realtà facciamo percorsi diversi, salendo anche su un piccolo ponte.

Dopo questa esperienza siamo tornati al bus per il viaggio di ritorno. Come ogni volta ci siamo salutati con grossi e sinceri abbracci con la promessa di rivederci presto. Quasi come fossimo sopravvissuti a un naufragio, a una strage aerea o una esondazione. In realtà siamo solo sopravvissuti ai nostri figli. Per alcuni ha significato il voltare completamente pagine nella propria vita e capirne il significato. Per altri li ha precipitati nel baratro più nero degli sconfitti del mondo.

Ho pensato e ripensato a quei momenti in cui mi trovavo al buio, con la paura di perdere l’orientamento, di mettere in pericolo i bimbi, di non farcela. A volte è come se mi sedessi sulla cima di una montagna e guardassi l’orizzonte, come se riguardassi indietro. Ho 40 anni, ho viaggiato mezzo mondo, ho perso una figlia, ho visto la vita scivolarle via. L’ho vista chiuderla in una cassa e l’ho portata in una buca in un prato bellissimo. Sono stato l’ultimo a ricoprire quella bara bianca di petali di rose gettandovi sopra una manciata di terra. Non voglio vedere l’altro mezzo mondo che mi manca perché non mi serve e mi sembra quasi di esserci già stato.
Qualsiasi esperienza che io faccia la vivo come un bambino che la fa per la prima volta, con occhi nuovi, che si sorprende di qualsiasi cosa e ha un sorriso stampato in faccia. Senza di Lui che mi ha preso e portato sulle sue spalle, non sarei mai riusciti a sopportare tutto questo vivere. Lo ringrazio ogni istante per tutto quello che Lui ha fatto in me.

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