mia figlia Matilde, ultima parte

 

Sono rimasta bloccata a letto un giorno e mezzo e non sono potuta andare a vedere la mia bambina che si trovava ancora in terapia intensiva sotto controllo per uno stress respiratorio. Evento normale, dicevano i dottori, per un prematuro di 36 settimane. Papà era però con lei e mi portava le sue foto in culla termica. Era tutta nuda e dormiva serena e pacifica. E io ero preoccupata per quella forzata lontananza. Me l’avevano tolta prematuramente e il mio corpo soffriva la separazione. Era ancora una parte di me.

E poi il momento atteso quando arrivò in camera nel suo lettino, vestita con i vestiti che le avevo scelto e che non sapevo se mai li avrebbe potuto indossare. Vestiti estivi perchè era luglio e faceva caldo. Potevo vedere le sue gambette magre e storte. I suoi occhi sporgenti. Erano i lineamenti di una prematura. Non era bella ma era salva e stava bene. La attaccai al seno nella speranza che quella unione interrotta venisse in un qualche modo ricucita e il latte arrivò subito. Tutto il mio corpo era a sua disposizione : riconosceva quella parte e ne cercava il contatto e la proteggeva e la avvolgeva in un estremo tentativo di riappropriarsene. Fu un momento magico anche se la stanchezza dell’operazione e gli antidolorifici che assumevo non mi permisero di essere realmente lucida e presente a quel miracolo che si stava verificando nella mia vita.

Seguirono poi le Tac, gli esami a tutti i miei organi e la biopsia alla mia placenta.

La diagnosi si era rivelata erronea, nessuna mola, nessun tumore. Solo una necrosi parziale della placente e una displasia della stessa. Forse avrei dovuto essere arrabbiata con quei dottori che mi avevano terrorizzata per mesi con diagnosi assurde. Ma la felicità e la riconoscenza di aver fatto nascere Matilde ebbero il sopravvento. Né mi sentii neppure per un attimo un eroe. Ero semplicemente una mamma che aveva lottato per il suo bimbo. Quell’ospedale pullulava di donne che come me lottavano in silenzio e speravano, speravano giorno e notte per salvare la vita di una nuova creatura. Ma di queste storie di cui è pieno il mondo non si parla. Non fanno notizia, ne fanno vendere quotidiani alle imprese giornalistiche.

Tornammo a casa con la nostra bambina. Michele guidava la nostra auto e io a l suo fianco , con la pancia dolorante per i punti, non facevo altro che voltarmi indietro per vedere, sul chicchetto posto sul sedile posteriore, quel fagottino minuscolo che beatamente dormiva. Non mi sembrava vero di uscire dall’ospedale e tornare a casa con quella creatura che a detta dei dottori non sarebbe dovuta nascere. Ma a parte ringraziare a San Luca la Madonna per l’aiuto o forse la grazia ricevuta, la vita con il suo intenso ritmo, con tre bambini piccoli e il lavoro, ci avvolse e travolse senza darci il tempo per riflettere abbastanza sull’esperienza vissuta.

Solo molto dopo mentre mi trovavo all’ospedale Kemperhof con la mia quarta figlia, Virginia, sono tornata a ripensare alla mia terza gravidanza perchè un pensiero continua a ossessionarmi per colpa della mia labile e debole memoria. Promisi in quei lontani e angosciosi mesi alla Madonna che se avesse salvato Matilde avrei provato a dare alla luce un quarto figlio che sarebbe stato dedicato a Lei. Lo feci? È solo immaginazione? Non ricordo, la mente umana è così complicata che a volte non riusciamo più a distinguere il reale dal sognato. E se anche lo avessi solo sognato non è forse che durante i sogni capita spesso di parlare con gli Angeli o con Dio? Fatto sta che la mia quarta figlia l’abbiamo chiamata Virginia Maria in onore della Vergine Maria, madre di Dio. E poi mi sono detta tante volte, durante le operazioni subite da Virginia e le notti insonni passate a vegliare su di lei , che se mi avessero asportato l’utero in seguito al cesareo eseguito per far nascere Matilde, Virginia non sarebbe mai nata ( e neppure tu saresti ora nel mio ventre… ) Era un pensiero atroce che non implicava affatto che se fossi tornata indietro avrei sperato che mi togliessero la possibilità di procreare o che avrei evitato, comunque, di procreare. Era soltanto un pensiero che comportava altre mille domande. Perché Dio mi aveva donato Virginia con quella malattia così terribile? Perché mi aveva risparmiato dal mio personale tumore per farmi diventare madre ancora una volta ma di una creatura così malata e fragile? Non meritavo forse un premio per il coraggio dimostrato per come avevo affrontato la gravidanza di Matilde? La parola “punizione” attraversò la mia mente tante volte ma ogni volta la rifiutavo sentendo che tale non era. Guardavo il viso di Virginia e quella parola svaniva immediatamente. No, ero sicura, non era una punizione e infatti il mio animo non ha provato rancore neppure per un momento.

E l’attesa di Matilde altro non era stata che un altro passaggio della mia vita verso una ben definita direzione che allora mi era ancora ignota. E solo ora mi è chiaro che non meritavo premi per il modo in cui avevo affrontato la gravidanza di Matilde, non avevo fatto nulla di eccezionale. La matita, come dice Madre Teresa di Calcutta, non ha alcun merito. È l’Artista che va ammirato e lodato.

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