mia figlia Matilde, terza parte

 

Lottavo per non cedere alla tristezza, lottavo per non credere alle diagnosi, per me mai certe, dei dottori, continuavo a pregare con la convinzione che Dio mi avrebbe ascoltata. A pregare un Dio che non capivo ma che ugualmente rispettavo, un Dio così lontano in quegli ambulatori dove mi facevano le ecografie.

Io e Michele non parlavamo molto. Silenziosi, timorosi di farci reciprocamente del male esprimendo con parole i timori che si celavano nel nostro cuore. Forse per lo strano convincimento che le cose che non si dicono sono meno reali e fanno meno paura.

Mia mamma dice che la parola ha un potere creativo e forse anche per questo motivo non volevo parlarne e non dissi a mia mamma la verità.

La notte prima del definitivo consulto con i medici dell’Ospedale di Bologna ,Michele mi disse che sentiva che stavamo crescendo. Trent’anni e di fronte la prospettiva di dover scegliere fra la mia vita e quella di Matilde, fra la nascita di una nuova creatura e il pericolo di far perdere la madre a Sofia e Tancredi e la moglie a Michele.

E solo tu, mio piccolo ascoltatore, nascosto nel mio ventre, solo tu puoi capire che a quei dottori che mi suggerivano di abortire, sfuggiva un particolare: nella mia pancia non c’era un feto, non c’era un ammasso di cellule, ma una bellissima bambina, con un visetto paffuto e dolcissimo, dolce come Sofia e affettuosa come Tancredi. E così all’epoca scrissi sul mio diario, nel descrivere la bambina che portavo in grembo: “una bambina silenziosa ma volitiva. Una bambina che quando sente il vento fra i capelli dice che c’è Dio lì vicino a lei. Una bambina che quando appoggia la testa sul mio petto e ascolta il battito del mio cuore sa cosa abbiamo passato insieme. Una bambina che sa guardare negli occhi e leggere ogni più segreto sentimento. Una ragazza che sogna ad occhi aperti, che si perde a guardare le nuvole che corrono veloci nel cielo. Che non ama studiare perchè non vuole restare chiusa in una stanza. Ma che canta con voce inecessante. E ama viaggiare, conoscere, muoversi e amare. Cìè una donna con tutta una vita che la aspetta, che né io né lei conosciamo ma che sarà bello scoprire, giorno per giorno, insieme. Una donna e tutta la sua vita, che i dottori vogliono toglierle. Se i dottori vedessero con i mie i occhi Matilde non parlerebbero con tanta facilità di aborto. Ma loro vedono in me solo un caso, raro e difficile sa studiare”.

Arrivai alla 36 settimana così temprata da quasi 5 mesi di inferno e di paura ma anche così rinforzata dalle preghiere e dal rapporto costante con la Madonna con cui parlavo quotidianamente che quando venni ricoverata per il cesareo programmato ero disposta a tutto. A subire l’isterectomia, la chemioterapia o emorragie di ogni tipo , arrivai a pregare anche che mi si tagliassero le gambe purchè la mia bambina nascesse sana e salva.

Io che avevo sempre considerato la maternità come qualcosa di normale e forse anche scontato mi sentivo veramente per la prima volta consapevole del suo reale significato e del compito che Dio affida alle mamme: essere strumento per donare al mondo nuove anime. E io quell’anima la volevo proteggere e veder nascere. Matilde, nascosta e protetta nella mia pancia, mi stava insegnando cos’è l’amore:quello vero. Quello che fa dimenticare se stessi e il proprio ego. Doveva arrivare Matilde perchè io potessi definitivamente spogliarmi della mia vecchia pelle per rivestire abiti nuovi e leggeri, per entrare in una nuova dimensione.

La sera prima dell’intervento telefonai a mia madre per salutarla. Lei non sapeva niente, neppure dell’intervento del giorno dopo ma volevo sentirla e salutarla ancora una volta in modo affettuoso. In fondo poteva essere l’ultima volta che ci parlavamo.

Ricordo infine il cesareo, le preparazioni effettuate all’alba del 2 luglio 2008. era la mia prima operazione. Michele arrivò presto per salutarmi. Io non avevo paura personalmente, una quiete invadeva il mio cervello. La mia anima non aveva paura.

Fu la prima volta che vidi una sala operatoria. Avevo perso la sensibilità della gambe a causa della anestesia spinale, un telo mi impediva di vedere cosa facevano i dottori. Quando mi tagliarono, la mia pressione calò improvvisamente e mi sentii svenire. Mi avevano avvertito che sarebbe potuto succedere. Il problema è che fu così rapido il calo che io non avevo la forza per dire che non mi sentivo bene. L’anestesista era però vicina a me e se ne accorse e mi avvicinò l’ossigeno e mi ripresi subito. La sensazione era stata dolce ma terribile. Ma la sua mano mi accarezzava il volto dandomi quel calore di cui necessitavo. E poi hanno estratto Matilde. Me l’ hanno fatta vedere per un secondo: Matilde, piccola nelle braccia della pediatra che la portò via d’urgenza per ricoverarla in terapia intensiva nella culla termica. Non ricordo nulla di quel primo nostro incontro, solo quel mucchietto di ossa e carnina che stava all’interno di due mani e che sfilava via veloce davanti ai miei occhi.

Mi fecero un raschiamento dell’utero per evitare che il diagnosticato tumore potesse rimanere nel mio utero. Portarono via la mia placenta per analizzarla e mi ricucirono.

quella fu la pima volta che piansi nel dare alla luce un bambino.

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2 commenti

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2 risposte a “mia figlia Matilde, terza parte

  1. Bellissime e toccanti queste pagine. Mi permetto di segnalare una mia riflessione sull’aborto postata qualche settimana fa:
    http://ilblogdibarbara.wordpress.com/2013/05/21/pensieri-sparsi-sullaborto/

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