mia figlia Matilde, seconda parte

Sapessi come mi hanno fatto male quelle parole, forse non pensate a sufficienza o forse semplicemente dette da un uomo, da un dottore, che nulla sapeva realmente della maternità. Matilde era mia figlia e io non potevo ucciderla né permettere che altri la uccidessero. Se una mamma permette questo, allora tutto diventa veramente lecito. Anche uccidere il primo che incontri per strada.

Ma Dio mette la verità dentro ciascuno di noi e non c’è possibilità di fraintenderla. Possiamo solo tapparci le orecchie per non sentire e chiudere gli occhi per non vedere, ma ci stiamo solo prendendo in giro.

E mentre mi parlavano io continuavo a stare in silenzio, giocherellando con il bottone del maglione grigio che anni fa mia mamma mi regalò. Mi sentivo una bambina indifesa e sperduta ma anche testarda e cocciuta nel proprio proposito.

Di che si muore? In quell’ambulatorio, attorniata dal fior fiore dei ginecologi di Padova, circondata dalle più avanzate tecnologie di diagnosi, mi ponevo questa domanda. Si muore solo di paura. Ma io non avevo paura. Potevo morire di tumore. Ma potevo morire anche per un banale incidente. Sacrificare Matilde per prolungare la mia vita…. mi risuonava nelle orecchie quel detto latino: “mors tua, vita mea”. Poche parole, sintetiche, efficace, rapide, come rapido sarebbe stato l’intervento di aborto, ma poi le sue conseguenze sul resto della mia vita? Sapevo che se avessi permesso quell’omicidio, io, la mamma di quella creatura, avrei pagato per sempre quel gesto, quella decisione. Ma io non avevo paura per me, il tumore mi spaventava meno dell’idea di uccidere mia figlia, volevo uscire da quell’ospedale e il prima possibile e confondermi con la gente per strada, sentire il sole sulla pelle e dimenticare tutto.

Di che si muore? La domanda mi balenò appena tornata a casa. Credevo allora che si morisse sempre da soli. Perchè ogni individuo fa storia a sé e a parte. Perchè si può condividere una vita insieme, le gioie ma non la morte o il senso della perdita. Questo era quello che credevo allora. Ora invce sono convinta che se credi in Dio non hai più paura di niente , neppure della morte.

E per la prima volta nella mia vita, di fronte alla possibilità che una creatura così piccola, non ancora nata potesse morire mi fu chiaro che siamo qui anche per morire, prima o poi.

Non ebbi mai dubbi, neppure per un secondo. La mia unica forza in quella situazione era che non avevo incertezze né ripensamenti.

Ero triste, quello sì, triste per quello che personalmente potevo perdere, perché rischiavo di non vedere crescere i miei figli, triste perché potevo lasciare mio marito solo a crescere bambini piccoli. Mi sentivo in colpa verso mia mamma che sarebbe stata costretta a fare la madre dei suoi nipoti.

Ma pur avendo grosse responsabilità nei confronti dei miei figli e di mio marito e di mia mamma, queste impallidivano di fronte alla mia coscienza. Come avrei potuto essere una buona moglie e una buona mamma e pormi come esempio per i mie i figli se avessi eliminato Matilde? Come avrei potuto insegnare loro i valori in cui credevo se non fossi riuscita a rispettarli quando la vita mi metteva alla prova? È così facile parlare e consigliare gli altri ma è così difficile affrontare la propria vita!

Passai notti indimenticabili chiedendo a Dio cosa volesse da me. Ricordandogli che gli avevo sempre chiesto di dare una vita meravigliosa alle persone che amavo e che in cambio prendesse la mia, se necessario.

Pensieri troppo grandi per una trentunenne.

Mi interrogavo se questa fosse una prova o una punizione. La mia mente vagava nel buio della notte, resa ancora più confusa dal fatto che dentro di me scalciava una creatura che in quel modo mi diceva che voleva vivere. Che non ero sola. Che Lei mi avrebbe reso forte. I figli rendono sempre forti i genitori!

Mi chiedevo se fosse lecito pensare che se non avessi ambito ad avere un terzo figlio tutto quello non sarebbe successo. Ma qual era la mia colpa? Ero stata egoista ad aver cercato di avere un terzo figlio? Ora ti posso dire che non si può ragionar in termini di colpa né di punizione e che ciò che viviamo è un dono di Dio, di Nostro Padre che mai ci assegna pesi più pesanti di quelli che possiamo sopportare. E detti pesi servono solo per aiutarci ad elevare lo sguardo verso il cielo. Troppo spesso noi uomini passiamo la nostra vita con lo sguardo rivolto solo alla terra.

Decisi di farmi seguire a Bologna, un istinto o il semplice fatto che all’inizio là ero andata per i primi controlli e poi la disponibilità del dottore a seguirmi nella gravidanza nonostante le incognite e il rischio.

Di giorno lavoravo nel mio studio legale fingendo che non stava capitando nulla. Ogni settima mi sottoponevo a prelievi di sangue in due ospedali diversi (per paura di errori) per controllare che il valore del BHCG non esplodesse, ciò avrebbe significato che il tumore alla placenta era andato in metastasi. Ricordo che il mio cuore quasi si fermava nell’aprire la busta dell’ospedale che conteneva il referto del mio esame del sangue.

E di notte pregavo in ginocchio ai piedi del letto di Sofia, la mia primogenita, chiedendo alla Madonna la grazia di non farmi morire e di far nascere sana la mia bambina. Le chiedevo incessantemente di salvare Matilde, di farmi soffrire se necessario ma non morire.

Ogni mese venivo ricoverata per un paio di giorni per fare tutti i controlli e nel frattempo facevo il mio conto alla rovescia nella speranza di arrivare alle settimane in cui Matilde avrebbe potuto sopravvivere anche in caso di emorragie del mio utero e di parto prematuro spontaneo.

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3 commenti

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3 risposte a “mia figlia Matilde, seconda parte

  1. Non so se sai quante lotte io ho combattuto contro l’aborto (se vai sul mio blog, alla categoria aborti, troverai parecchi scritti), ma di fronte all’aborto terapeutico ho sempre alzato le mani, non sentendomela di pronunciarmi in un senso o nell’altro, ma sempre piena di ammirazione per quelle mamme che hanno saputo dire: “Vado avanti e basta, un’altra opzione non c’è”.

    Un abbraccio.

    • grazie per il sostegno e per la tua lotta, dovremo tentare di sensibilizzare il più possibile le persone contro la cultura della morte che impera. andrò a leggere le tue pagine, stanne certa. un abbraccio, sara

    • Non è un tema facile, ma dopo tutte le esperienze che ci siamo fatto e’ lecito chiedersi cosa sua terapeutico! I dottori mostrano a volte sicurezze che di sicuro non hanno o non possono avere.

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