Mia figlia Matilde

Martedì 2 luglio mia figlia Matilde festeggerà 5 anni. 5 anni che potevano non esserci. Per consiglio medico mia figlia non sarebbe dovuta nascere… e così invece il 2 luglio in questa casa si festeggia non solo un compleanno, ma la vita, la carità, l’amore e l’accoglienza. E voglio condividere con chi legge la storia della mia terza gravidanza. La ho scritta in un libro, il titolo è “la nostalgia del ritorno”. In questo libro mi rivolgo al mio quinto figlio che ancora era nella mia pancia e racconto la mia storia, la storia della nostra famiglia e descrivo i componenti della nostra famiglia. Il libro è stato scritto nei mesi successivi alla morte di Virginia quando ero incinta di quella che sarebbe diventata Annamria, la nostra quinta figlia. Prima o poi deciderò di pubblicarlo, per il momento vi faccio leggere le pagine relative a Matilde, la mia terza figlia. Per questioni di lunghezza, la pubblico a puntate. Spero la troverete interessante e vi farà pensare.

PRIMA PARTE

 

il fanciullo è innocenza, oblio,

un nuovo inizio,

un gioco,

una ruota che gira su se stessa:

una santa affermazione”

Nietzsche

Ricordo che l’incubo è iniziato con una ecografia al quarto mese durante la quale il ginecologo dell’ospedale della mia città mi disse che la placenta appariva strana e non lo convinceva. Mi mandò ad un centro specializzato a Bologna per fare una ecografia tridimensionale. Ci andai accompagnata da Michele. Ricordo che ci fece vedere tutte le parti e tutti gli ossicini della creatura che cresceva dentro di me. Ci mostrò il visetto in tridimensione e disse che era una bella bambina.

Ricordo poi la stanza buia, ricordo lo sguardo ad un tratto serio della ginecologa, ricordo che si interruppe più volte e ci mandò fuori varie volte per telefonare ad un collega con il quale si consultava. Ci fece entrare dopo una lunga attesa e ci disse che molto probabilmente avevo un tumore alla placenta. Rivedo Michele che si accascia su se stesso e lo sdraiano su un lettino. Ricordo poco di me e delle mie sensazioni. Sembrava che parlassero della vita di un altro e che la morte o la sua eventualità non mi riguardasse. Fissavo la dottoressa dritta in volto e nel buoi di quella stanza sentivo solo un grande silenzio. Adesso solo forse capisco che era il mio spirito a provare questo senso di distacco, lo stesso che ho rivisto in questi ultimi mesi nello sguardo sereno di Virginia. Al nostro spirito non può capitare nulla di male, la malattia non la riguarda né la morte del corpo che la ospita. Il mio pensiero era per Michele, lo vedevo così impotente di fronte ad un dolore così grande. Non so quali pensieri passassero per la sua testa: la paura di rimanere vedovo, di perdermi, la paura che io prendessi decisioni contro di me o al contrario contro suo figlio che portavo in grembo…

Uscimmo muti da quella stanza con in mano solo un’altra data per un nuovo controllo presso il ginecologo capo del reparto: un luminare.

Ci andai e mi disse le stesse cose: probabile mola vescicolare con feto coesistente. Una di quelle eventualità rare ma possibili. Ed era capitata a me . Rischio di metastasi del tumore per la mamma e di morte fetale. Il rischio principale era il mio. La preoccupazione dei medici era tutta rivolta a me. Forse perchè in un modo dove gli aborti arrivano a 40.000.000 all’anno, questo non faceva di certo la differenza ed anzi rientrava tra quelli che la legge italiana “perdona” alle coscienze delle donne e degli uomini e legalizza. E consigliava vivamente di interrompere la gravidanza. Io ascoltavo quell’uomo vestito con un camice bianco con lo sguardo serio e la voce bassa. Guardavo i suoi occhi buoni ma non riuscivo a soffermarmi su nessuna parola di quelle che mi venivano dette. Mi sentivo immensamente fragile di fronte a quella diagnosi. Uscii da quel colloquio con la certezza che non sarei riuscita ad interrompere la gravidanza ma persa nella disperazione in cui mi sentivo affondare.

Piansi , questo lo ricordo, piansi per il dispiacere. Sono sensazioni e sentimenti indelebili nella mia mente. Una notizia così capitava proprio quando mi stavo innamorando della vita, forse per la prima volta veramente iniziavo a sentirmi a mio agio in qeusto mondo, nella esistenza che mi stavo creando in mezzo alle creature che erano capitate nella mia vita. Che beffa! Se ci pensi.

Superato il primo shock, presi il telefono in mano e chiamai mio cugino medico di Padova e raccontata la diagnosi, lui mi fissò un appuntamento rapidissimo presso un’equipe di ginecologi della mia città natale.

Mi feci accompagnare da mia zia alla quale fui obbligata a raccontare tutto. Mi piangeva il cuore perché non volevo rattristarla e aggiungere altra sofferenza a quelle che già aveva vissuto nella sua vita.

I dottori furono molto gentili. Non mi fecero aspettare. Mi presentavo con un biglietto da visita di tutto riguardo: una malattia rara da poter studiare e vedere in prima persona. Ero sdraiata sul lettino con il mio pancione scoperto e ricoperto da quella fredda gelatina che viene usata per far scorrere meglio lo strumento dell’ecografia. Ero circondata da professori e medici universitari dagli sguardi fissi sul monitor. Nessun sorriso rassicurante. Bisbigli. Tutti proponevano la medesima diagnosi già sentita o addirittura ventilavano l’ipotesi di malformazioni del cuore della bambina che portavo in grembo. Medesima prognosi: rischi per entrambe ma sopratutto per me di emorragie e di tumore. Ricordo le ultime parole che mi disse il capo dell’equipe che mi esaminò: “se fossi mia figlia, oggi stesso ti farei ricoverare per interrompere all’istante la gravidanza. Hai già due figli e in futuro ne potrai fare ancora. Ma è da incoscienti portare a termine questa gravidanza”.

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