Un’occasione mancata.

Un’ altra occasione mancata, un’ altra occasione per cambiare buttata al vemto. Ricevo ogni tanto una mail con la copertina dell’espresso. Quella di un paio di settimane fa’ scorsa tuona: Renzi, siamo pronti a ripartire dalla famiglia. Caspita, penso, ci siamo! Finalmente hanno capito che il PIL di un paese è proporzionale alla sua natalita’ , finalmente vareranno aiuti alle famiglia come fanno in Francia e qui in Germania. Apro la mail per lggere la copertina e il mondo mi crolla addosso. Nel sottotitolo infatti si dice che Renzi e soci sono pronti a varare leggi per le famiglia di fatto, le famiglie gay, quelle miste, ecc… Ma sono quelle le priorita del paese? 

Ah beh ma hanno fatto il bonus bebè. 80 € al mese per tre anni, 80 € per ogni filglio. Il confronto rispetto a dove viviamo, la Germania, è impietoso: qui ci danno 180€ al mese a figlio e fino a 18 anni. Poi se il figlio (il bebè) vuole studiare viene esteso fino ai 25. 
Ma perché un’occasione persa? Ho sentito le condizioni per accedere a questo bonus. In pratica la domanda deve essere presentata entro 90 gg dalla nascita del piccolo, tramite internet o telefono all’INPS, solo per bimbi nati tra il 1 gennaio 2015 e il 31 divembre 2017 e con una soglia di reddito sotto ai 25mila euro. Se poi il reddito è sotto ai 7mila la cifra si raddoppia e diventa 160€. Questo vale per bambini nati o adottati fino al compimento del terzo anno. 

Bello. Facciamo due conti allora. Prendiamo una famiglia ‘normale’ che oggi non lo è più ma fa lo stesso), composta da due genitori. Questi devono avere un reddito inferiore a 25mila euro. Lordi. Quindi in tasca gli arrivano 14mila euro? In due? Che sono , netti all’anno 7mila a testa e al mese poco più di 500€. Quindi questa famiglia prima di avere un figlio vive con 500€ a testa. E con tutti quei soldi che ci fanno? Un affitto di 500€ al mese? Imu, asporto rifiuti, luce, metano ed acqua? E poi che rimane? E quegli 80€ , per tre anni che dopo il bambino fa reddito, cambieranno qualcosa? E sempre questa famiglia poi deve avere un pc con allacciamento a internet per compilare il modulo on-line, tutto compreso in quei 500€ a testa. 
Che occasione si è persa quindi? Gli 80€ sono pochi? I tre anni non bastano? Non bastano magari a chi addotta dato che di solito il bambino non glielo danno a km zero? Si forse ma il mio appunto non è solo su questo. Arrivammo in Germania nel tardo 2010. La prima cosa da fare era registrarsi in comune, con inglese e uno stentato tedesco durato al massimo 15 minuti. 

Qualche mese dopo mi sono presentato alle 7:30 di mattina, prima del lavoro, all’ufficio per il Kindergeld della nostra città con i certificati di nascita dei nostri bimbi. Davanti all’ufficio non c’erano code, solo un’altro ragazzo prima di me. Lui entra e dopo dieci minuti é il mi turno. Entro in un grande ufficio con una piccola scrivania bianca alla quale è seduta una signora. Dopo i saluti di rito mostro i certificati di nascita italiani in formato europe. Controlla il modulo di richiesta, composto da una paio di facciate e che ho pre compilato con l’aiuto dei miei colleghi, e dopo 5 minuti sono in strada , in tempo per entrare al lavoro senza troppo ritardo. E che è successo? Il mese successivo hanno iniziato i versamenti per gli allora nostri tre figli , compresi di tutti gli arretrati da quando li abbiamo registrati nel suolo tedesco.
Arrivò Virginia e dopo un paio di giorni dalla sua nascita mi ripresentai nello stesso ufficio, alla stessa signora, sta volta con certificato di nascita tedesco. Sempre dopo pochi minuti ero in strada e da li a un mese il versamento mensile comprendeva anche il suo. Una anno dopo Virginia salì in cielo. Che successe alla quota del suo Kindergeld? Per pudore, per pigrizia, per non voler spiegare, sperando che se ne accorgessero da solo non facemmo nulla a riguardo. Sapevamo che prima o poi ce ne dovevamo occupare ma rimase un problema aperto almeno per sei mesi. Poi un giorno Sara ricevette una telefonata, era la signora dell’ufficio del Kindergeld, seduta nella sua piccola scrivania in quella stanza grande. Al telefono con calma faceva le condoglianze e ci diceva che ci avevano pagato 6 mesi di troppo il Kindergeld di Virginia. Si dispiaceva tanto di dovercelo ricordare e che se ci era scappato di mente capiva benissimo e ci proponeva di restituire in unica soluzione o a rate. Fatto il versamento in unica soluzione tutto si chiuse li. 
Spero che da queste nostre esperienze si capisca cosa voglio dire. Per avere il Kindergeld non abbiamo avuto nessun termine, non abbiamo avuto paura di perderlo o di essere fuori dal reddito, non abbiamo fatto file chilometriche. Abbiamo semplicemente portato i certificati di nascita. Tutte quei balzelli, quegli ostacoli che ci sono in italia qui non esistono. Tutti quelle procedure costituiti da moduli che sembrano ostacoli messi a posta per fregare un po’ di gente, per lasciare fuori i meno furbi o i meno informati. Possibile che nessuno faccia i conti di tutta questa burocrazia? Che nessuno capisca che con meno moduli si risparmia un sacco. Si risparmia nel tempo in cui bisogna idearli, nel tempo di chi li deve compilare, nel tempo e denaro che 

Che ci sia sempre un termine , che passato quello non si ha più il famoso diritto acquisito? Che non si noti che se si mettono tutti questi ostacoli poi ci devono essere controllori che a sua volta costano? Non sarebbe meglio risparmiare i soldi per i controlli e darli alle famiglie? 
Già le famiglie. Perché con tutti i soldi che ci danno qui diventiamo ricchi, compriamo yacht in paradisi fiscali. Perché è quello che si vuole evitare in italia, giusto? I soldi che ci dà lo stato tedesco li impieghiamo per gli sport dei bimbi, per le lezioni di musica, per i libri, la biblioteca. I soldi dello stato tedesco quindi si trasformano magicamente in PIL, vengono riversati sulla stessa economia tedesca e vanno nelle tasche di altri lavoratori. Invece purtroppo i soldi che vengono accentrati in Italia in mano a pochissimi, non fanno PIL e anzi sono difficili da spendere. Vi immaginate coppie senza figli con stipendi da 2 o 3centomila euro all’anno? 15mila euro al mese? Mille euro di affitto e poi? Cosa se ne fanno degli altri 14mila? In banca? Sotto al materasso? E li che l’economia non si muove e il divario tra i poveri e i ricchi aumenta, dato che la fame di soldi e potere dell’uomo è infinita.

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È arrivata!

19 giugno 2015, ore 11 e 40 , tutto preparato, tutto liscio come l’olio. Con il terzo cesareo è arrivata la nostra sesta figlia, Beatrice. I dottori non avevano dubbi: la paure era che la bimba diventasse troppo pesante. Sara dal canto suo non ce la faceva più a portarla.  Quando la vedo è piena di sangue una sostanza giallastra. Pesa 3090grammi. Come solito hanno sbagliato a pesarla, doveva essere 3400grammi o giù di li. Tutte le infermiere e i dottori ci fanno i complimenti, aggiungendo qualche commento in italiano.
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Beatrice

Il nome , Beatrice, lo avevamo deciso da tempo. Poi un mese fa la conferma che non viene da noi. Abbiamo viso in tv una serata su Dante, dove Franco Nembrini interpretava la Divina Commedia. È stata per me e Sara una folgorazione. Subito ad acquistare i DVD e quindi i libri. E quindi la conferma che Beatrice era il nome giusto.
Beatrice adesso sta li nel suo lettino, dorme ignara. Inconsapevole. Lei non sa in quale famiglia è capitata. Quando siamo tutti nella stanza per vederla è una baraonda. Qualche bimbo si nasconde negli armadi, altri due che vogliono averla in braccio litigano,  noi adulti che parliamo. In mezzo a quel fracasso lei dorme tranquilla. Tranquilla al mondo. Tranquilla alle guerre , alle rivolte, allo sbarco degli immigrati, alla fame e all’obesità nel mondo. Mettere al mondo un figlio oggi è una sfida o forse un atto d’incoscienza. Allora mi rivedo a quindici anni, sulla piattaforma nella piscina del mio paese. Il cielo azzurro sopra di me e una distesa di acqua blu sotto. Io che osservo quella calma massa blu. Voglio tuffarmi, tuffarmi di testa da 5 metri di altezza, é la prima volta che ci provo. Compio con la mente il tuffo una decina di volte. Una decina di volte vedo la superficie dell’acqua che si avvicina e la sensazione fredda sulla schiena. Dove posso sbagliare? Pensare, le preoccupazioni fanno sbagliare, fanno compiere errori. In quel momento queste preoccupazioni si dissolvono e la volontà si trasforma in gesto. Corro , salto in alto e mi piego verso il basso affrontando con fiducia il futuro. La calma massa blu. Consapevole che tutto andrà bene.
Dopo qualche secondo sono sotto al pelo dell’acqua felice. E allora fare figli è una scelta , una scelta di Fede, una scelta nel futuro. Una scelta che dice che qualcuno sarà li a sorreggerci a confortarci, anche quando non sarà facile. Anche quando non ci sono vie di uscita, Lui ci aprirà un portone.

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La buona scuola

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Tutti ne scrivono , tutti ne parlano, tutti dicono la loro. E io? E io e Sara che abbiamo 4 belve scatenate da domare e un’altra in arrivo? Che scuola vogliamo? Si, abitiamo in Germania da ormai 5 anni e … e quindi? Saremo abituati bene? E invece…. invece pensiamo di girare le vele , di virare stretto e far rotta al Bel Paese proprio a causa della scuola tedesca. Ma come? Non sono la locomotiva d’Europa? Il faro a cui tutti puntano? E già.. ma a guidare la locomotiva mica si deve conoscere Dante, mica si deve sapere la capitale dell’Inghilterra o da dove nasce il Nilo. No, per guidare la locomotiva bisogna avere un buon badile e tanti muscoli. Tanti muscoli per riempire il badile di carbone e gettarlo nella caldaia. E quando ci si sente allegri , si tira la cordicella per far fare al treno il caratteristico fischio. E dove sta andando il Bel Paese da noi agognato?

 

Leggo dal documento “La buona scuola – Emilia Romagna” , a riguardo le strategie per collegare la scuola al lavoro :

puntare sulle competenze trasversali,
che per loro natura sono utilizzate in qualsiasi
ambito professionale ( leadership, capacità di
parlare in pubblico, conduzione di

nozioni legali di base, ecc….); sviluppare
atteggiamenti, comportamenti, capacità
relazionali, creatività; rafforzare le competenze
di base: irrobustire, insomma, la debolezza dei
profili in uscita dei nostri studenti, spesso
rimproveratoci dal mondo aziendale, evitando
tuttavia l’appiattimento sulla contingenza,
considerato che nei cinque anni del percorso
scolastico, che sono un periodo lungo per il
mondo del lavoro, le contingenze mutano.
Tutto bello ma siamo sicuri di dove stiamo andando? Ci vogliono tutti leader? E se uno leader non lo vuole essere? Lo mettiamo nel rusco (come si dice a Bologna)? Qui stride il confronto con la Germania. I teutonici di leader ne fanno pochi, a volte li importano. Perché ne fanno pochi? Perché numericamente ne servono pochi. Servono molti più operai che sappiano programmare una fresa o un tornio che uomini in giacca e cravatta che sfornano slide a iosa. Di quelli ne servono una decina per un´azienda di 2 mila dipendenti. Da questo confronto si vede la brutalità del sistema tedesco, l´estremo pragmatismo che poi pervade il popolo stesso. Questo viene dalla quarta elementare , quando i pargoli hanno 10-11 anni, selezionato , incanalato, spinto e influenzato. Se un bambino non ha voglia di far di conto e impegnarsi sulla grammatica tedesca, non e´un problema, non e´ una tragedia, non si ferma il mondo , non viene bollato come rifiuto della società, come ameba succhia soldi. Viene incanalato su una scuola un po più professionale, gli viene data la possibilità di trovare sfogo in materie piu´ pratiche. Se quello e´ veramente quello che vuole, il ragazzo rimarrà su quel binario fino ad essere portato a lavorare in azienda, formandosi in azienda. Se poi nell’azienda stessa dimostrerà che e´bravo che lavora bene con gli altri, l´azienda di solito gli fa un contratto e lui e´ sistemato quasi per la vita. Perché non va per noi allora la scuola tedesca? In fin dei conti trovano un lavoro a tutti, non scartano proprio nessuno. Loro lo hanno capito da tempo e non mi capacito come non lo abbiano capito in Italia. Hanno capito che il PIL , che sembra l’unica cosa che conta, sia direttamente proporzionale al numero di persone che lavorano e quindi in un certo senso anche alla natalità. La Merkel lo dice una settimana si e una pure in TV o alla radio : in Germania non si fanno figli. Ma non lo dice perché vuole coccolarsene un po’? Perché si vuole sentire nonna? Lo dice proprio petche vede il PIL tedesco da qui a 20 anni precipitare nel baratro. Vede da qui a 20 anni una forza lavoro risicata, non più in grado di sostenere il badile, di far procedere la locomotiva. E via allora ad aiuti alle famiglie… ma questo e’un altro capitolo e perché non copiamo i tedeschi da questo aspetto mi rimane oscuro.
In fondo quindi non siamo contenti della scuola tedesca ma neanche dell’ Italiana, possibile che non si possa trovare una mezza misura? Una scuola Italiana dove i giovani ingegneri sappiano chi fosse Dante ma al tempo stesso cosa sia una fresa e che l’abbiano addirittura utilizzata prima di entrare in azienda? Secondo me quindi e’ giusto cercare di sfruttare le varie caratteristiche di ogni studente ma al tempo stesso una base umanistica e’ da preservare , da tenere assolutamente diffidando di tutta quella tecnologia che si pensa la panacea di tutti i mali e di tutte le creatività perdute. Queste sono solo balle nella bocca dei nostri politici : negli USA , sono tanto creativi, perché lo stato investe un sacco di soldi a fondo perduto per l’innovazione. Poi si ritrovano tra le mani l’invenzione del mouse o della grafica per computer e non sanno che farsene per anni fino a che uno Steve Jobs passeggiando per questi famosi laboratori ha capito cosa farne. Invece da noi e’ diverso, si dice che dobbiamo sviluppare la creatività e con due stecchi di legno un po’ di spago uscire nel mondo e far fuori tutti. Ma per fare la buona scuola dei bambini creativi ci vorrebbero i… si e’ vero ci vorrebbero i bambini… E quindi? Quindi dovremmo avere una natalità maggiore forse?Ma non basta assumere i prof precari che tutto va a posto? Ma se poi non sono più precari insegneranno sicuramente meglio a meno bambini , dato che quelli stanno sparendo.  E per aumentare la natalità italiana che facciamo? Sempre con la creatività?

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Amore mio, grazie!

Grazie, è l’unica parola che oggi mi viene in mente.

Grazie, ha un suono dolce amaro, qui di fronte alla croce che porta il tuo nome. Tre anni, tre anni sono passati e oggi il cielo azzurro festeggia il tuo compleanno in cielo.

L’altra sera Tancredi piangeva perchè gli manchi tanto. E così a noi tutti. E la nostra vita si divide fra sorrisi e lacrime.

Grazie perchè non è più come prima. Grazie per averci scelti. Grazie che non permetti che il dolore si trasforni in un sentimento che non accetta di essere curato. Grazie per le tante volte che sei venuta a trovarci. per tutti gli incidenti stradali che mi hai evitato, richiamando la mia attenzione al momento giusto.Grazie per aver protetto papà l’anno scorso quando una macchina lo ha investito ma tu hai attutito il colpo. Grazie per tutte le volte che un piccolo sussurro nelle mie orecchie mi ricorda un’incombenza che stavo per dimenticare. Grazie per averci mostrato il cielo con il tuo dito rivolto verso l’alto e perchè oggi lo possiamo guardare con occhi nuovi, Grazie per ogni sorriso a caro prezzo che facciamo, per l’amore  che nasce e si rinnova nella nostra famiglia. Grazie per averci insegnato che cosa è l’accoglienza. Grazie, per aver imparato a dire grazie, anche a te, nonostante lo dica fra il sorriso e le lacrime. Grazie per aver reso la nostra famiglia speciale: un angelo ci ha visitato! E perdona le lacrime che ancora non vogliono smettere di scendere ma è grande il vuoto che hai lasciato qui. Tu , tanto piccola ma già così grande che riempivi una stanza con il tuo luminoso sorriso!

Non ti dimenticheremo mai, non ti lasceremo mai veramnete andare via dalla nostra famiglia, ma tu, per favore, non dimenticarti di noi e di tutto il bene che ti abbiamo voluto e che ancora ti vogliamo. Mi manca stringerti fra le miei braccia ma so che Qualcuno, migliore di me, non ti fa mancare niente. Salutami il nonno e tutti i nostri cari che hanno la fortuna di essere lì con te. E non smettere mai di indicarci la via giusta per arrivare da te.

La tua mamma

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A crepar di maggio…


Il cielo azzurro, di un azzurro speciale. Aria tersa e nessuna nuvola. Il meccanismo che Dio ci ha creato si muove attorno a me. Tutto sembra perfetto, tutto è perfetto a maggio. Che a crepar di maggio ci vuol troppo coraggio, come in quella canzone di De Andre. Anche Virginia è morta di maggio. Anche per lei tutto intorno era perfetto: i prati di un verde brillante e pieni di fiori e ancora in cielo un azzurro stupendo fatto di miliardi di sfumature. E la vita va avanti. Ma avanti dove? Che senso ha? Ci muoviamo nello spazio, che senso ha andare solo avanti? E dove sarebbe questo avanti? È questo il nostro scopo della vita? Andare avanti? Raggiungere la pensione? E poi mi accorgo che faccio parte di tutto questo, di tutto questo meccanismo e che è un meccanismo che ho scelto io, una strada che ho voluto percorrere fino in fondo. Ho deciso io di lottare, ho deciso io di mettermi di traverso al destini, al destini di Virginia  per poi all’ultimo accorgermi che lei voleva andare, che lei non era qui per troppo tempo, che lei voleva tornare al Padre e insegnarci a vivere. Allora tutto questo prende forma, ha un senso. Tutta questa composizione fatta di gioie e dolori, fatta di alti e bassi che è la vita ho un senso, ha un motivo di essere vissuta. Il motivo principale è proprio l’interazione che abbiamo con gli altri, il relazionarsi che non deve essere più un aggredire o un difendersi ma deve trasformarsi in un’accoglienza continua. In un cercare di capire, di rendersi umili e piccoli per capire che quando l’altro alza il pugno per colpire, ha un buco nel cuore, ha una ferita lacerante e se riuscissimo un giorno a sanare quella ferita, quel pugno si trasformerebbe in una carezza. Ma quanta fatica, quanta incomprensione, quanta banalità, quanta arroganza. Ma tutto fa parte della stessa trama , tutto fa parte di quel meccanismo che ci ostiniamo a non capire, a non vedere, che continuami ad opporvici. E a. Maggio mi accorgo sempre di come l’inverno sia davvero passato e di tutta la fortuna che il buon Dio ci ha dato.

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L’informazione uccide.

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Ho rivisto un po’ di volte il famoso video dell’ISIS dove i taglia-gole portano le loro vittime sulla spiaggia. La colonna procede lentamente, sembra quasi vadano a fare un picnic o una scampagnata. Le persone vestite di arancione camminano calme, hanno facce tranquille. Poi inizia la sceneggiata del tipo con il coltello che lo punta alla telecamera come uno scafato attore di Hollywood. I tipi in arancione sono in ginocchio ma sembrano estremamente calmi e tranquilli. Mi son chiesto più volte : ma lo sanno quello che gli capiterà? Come fanno ad essere cosi tranquilli? Non e’ che non sanno assolutamente nulla? Forse li hanno drogati? Forse non sanno che ci sono persone, mostri, che sono pronti a tagliargli la gola?

Nell’era di twitter e face book , possibile che ci sia qualcuno nel mondo che non sappia cosa sta succedendo? Ebbene penso che la disinformazione uccide. Quei poveretti ignoravano contro a cosa stavano andando.

Ogni tanto chiedo a qualche collega , tedesco, cosa ne pensano di questi pazzi che girano video a tagliar gole.

Loro sgranano gli occhi, cercano di capire meglio poi dopo 10 minuti iniziano a realizzare di cosa sto parlando e raramente hanno visto in TV i famosi video. E l’attentato di Parigi? Si , quello lo conoscono, la capitale francese dista 5 ore di macchina dalla nostra città e l’eco sui media e’ stato enorme. I piu’ hanno commentato che sono stati dei pazzi, che non hanno idea del perché, liquidando la discussione in pochi minuti. Solo il collega turco ha approfondito , accennando che l’occidente ha violentato parecchie volte il medio oriente e questi sono i risultati.

E se domani sbarcassero qui quelli dell’ISIS? Se domani il tipo che fa pizza e kebab si nascondesse dietro a un fazzoletto nero, prendesse un coltello e si mettesse a inseguirci? Se tirasse fuori un Kalashnikov? La media dei miei colleghi avrebbe la faccia inerme di quei poveri cristiani trucidati sulla spiaggia, sarebbero pecore pronte a farsi macellare senza nemmeno saperne il motivo. Vestiti anche loro nelle tute arancioni con facce fiduciose in attesa che qualcuno esca dicendo che e’ una candid camera. La maggior parte dei colleghi vive alla giornata, si lascia vivere, mette da parte le notizie che non piacciono ed e’ come se rifiutasse la realtà perché troppo scomoda , troppo ruvida, troppo sporca, troppo macabra, troppo impegnati sul lavoro, troppo impegnati sul’hobby, troppo impegnati in palestra. Semplicemente troppo.

La vita non la possiamo ignorare, non la possiamo nascondere, sbucherà sempre fuori sta a noi scegliere di vivere sul serio o girarci dall’altra parte ma prima o poi dovremmo chiederci … Ma stiamo vivendo davvero?

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Il mondo che vogliamo.

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L’oggi cambia in continuazione. Quello che e’ adesso, tra qualche tempo non e’ piu´. Il mondo e’ stato stravolto dai mezzi di comunicazione, e’ stato rimpicciolito. Noi occidentali ci troviamo in questo che e’ diventato come una piccola scatola. Una scatola dove tutto rimbalza a velocità supersonica contro le pareti della stessa e viene riflesso nella stessa. Ma dove sta andando questa scatola? Dove stiamo andando? La TV rimbalza filmati di poveri disgraziati che su delle bagnarole cercano di raggiungere l Europa. La vedono come la terra promessa, come il futuro, il loro sogno.

Ma noi i nostri sogni dove li abbiamo messi? La nostra terra promessa dov’è?  Siamo anche noi su una bagnarola , abbiamo anche noi un sogno in testa? Dove sono finiti i discorsi sull’uguaglianza la fraternità , su un posto dove abitare in cui non c’e’ povertà e fame? Erano tutti tanti bei propositi ma sono stati travolti dal capitalismo. Oggi non siamo per quello che proviamo , per quello che sappiamo o pensiamo ma per quello che facciamo per quello che abbiamo.

E adesso i sogni sono creare una app che faccia arricchire, un’idea per una aggeggio elettronico che si venda a milioni, non c’e’altro. Raggiungere uno status quo, un arrivare alla pensione prima del tempo. E’questo il nostro obiettivo? Vogliamo essere tutti americani? Lavorare per arrivare , per sentirci arrivati e in questo percorso non importa se calpestiamo , travolgiamo, distruggiamo un po’di persone sono danni collaterali, in fondo tutti accettano di combattere in questo dannato scatola-mondo e quindi tutti devono accettarne le conseguenze. Ma… spetta un attimo e quelli che arrivano sui barconi? Anche loro hanno accettato il gioco al massacro? Il gioco del capitalista? Anche loro hano un’idea per una nuova app? O forse loro non capiscono perché le granaglie che prima non costavano nulla ora non se le possono permettere. A noi servono per farci la benzina biologica e farci sentire un più puliti ma loro non riescono piu’ a mangiare. Loro sui barconi, la crisi i fine 2008 non l’hanno sentita. Per loro la vita non e’cambiata per colpa di qualcuno che ha giocato sporco in borsa e ha fatto cadere il castello di carte delle nostre banche. Loro sui barconi scappano, sono la’ perché se non scappano gli tagliano la gola o li bombardano. Loro che scappano da guerre causate da noi , da guerre combattute con armi made in Italy, Germany …. Loro sui barconi che seguono un sogno e sono disposti a morire per non far provare ai loro figli quello che hanno provato loro. Loro che noi invece non vogliamo, non li vogliamo accogliere, non abbiamo posto, non abbiamo lavoro, non abbiamo amore, non facciamo più figli,  non abbiamo fede, non abbiamo misericordia…. Se l’unico obiettivo , se quello a cui tendiamo e’il capitalismo più’ estremo, non dobbiamo stupirci degli “scarti” che facciamo ma sopratutto , non dobbiamo stupirci di diventare scarti noi stessi.

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