Quello che rimane…

Sono solo a casa in questo periodo e non ho orari da seguire. Mi gestisco la sera. Torno dal lavoro, passo a prendere 2 pezzi di pane, la conserva, mi serve il latte? Poi a casa a riordinare senza orario, senza preoccuparsi della cena. Quando la luce fuori diminuisce un po’ mi accorgo del tempo che e’ passato. Attraverso la strada e infilo la porta del camposanto proprio di fronte a case e vado a trovare Virginia, la nostra bimba. Lei non e’ andate in vacanza in Italia con i fratelli, lei e’ rimasta a farmi compagnia. Le ombre si sono allungate, la sera si avvicina, entrando in questo parco si percepisce una pace incredibile. Non c’e’ nessuno e di solito posso mettermi a sedere al fianco di Virginia a pregare , guardare il cielo o semplicemente pensare. Anche ieri sera ho fatto lo steso percorso: il pane, il latte ce lo , una candela da portare a Virginia, un mobile da verniciare e finalmente da lei. Ho fatto il vialetto di ghiaia che abbiamo fatto quel giorno, quel giorno che e’ per sempre. Sono sbucato nel cimitero dei bambini e ho avuto un sussulto : un uomo stava seduto anche lui vicino alla tomba dell’ultimo bimbo della fila di Virginia. Uno degli ultimi arrivati, da quel che mi sembra sara’ arrivato 4 o 5 mesi fa’. Noi invece non si e’ piu’ matricole, sono ormai 3 anni e la croce di legni di Virginia li segna tutti. Io allora mi sono avvicinato e mi sono seduto al mio posto. Insomma sembravamo come 2 tipo in fila al supermercato o dal barbiere. Lui parlucchiava qualcosa, poi ho visto che piangeva. Io ho iniziato le mie preghiere. A un certo punto l’altro e’ partito e non ho resistito : gli ho chiesto se tutto andava bene. Lui di rimando mi ha detto che deve. Ci siamo presentati e poi capita. Capita sempre quella situazione strana e che mi e’ capitata altre volte. Per dare un’idea e’ come se io fossi stato in un paese lontano lontano e tutti parlassero una lingua incomprensibile poi a un certo punto incontro un tipo del mio paese. Lo conoscevo solo di vista ma e’ proprio del mio paese, conosce quella persona, andava anche lui in quel bar, ha studiato in quella scuola…. E si ripercorrono questi luoghi che sono luoghi dell’anima pero’. Il primo luogo e’ chiedersi come e’ stato, come e’ successo, come e’ capitato che il proprio bimbo sia volato in cielo. Il suo Matteo e’ morto di una meningite. Era stato male, lo hanno portato all’ospedale. Non hanno trovato nulla e’ tornato a casa e ha mangiato normalmente. Si e’ messo a letto e quando sono andati a vederlo era gia’ freddo, non era gia’ piu’. In 12 ore quindi e’ andato in cielo. Poi un altro posto dell’ anima : anche lui sente che doveva andare cosi’ che c’e’ un motivo, come e’ capitato a me. Anche lui ha fatto un pellegrinaggio e gli ha portato felicita’. Poi ho messo la domanda decisiva, quella che mi faceva piu’ paura per le esperienze di altre coppie che abbiamo visto attraversare situazioni del genere, ad attraversare deserti simili. Gli ho chiesto come andava con sua moglie. Gia’ la moglie, di origini italiane, di Potenza. Hanno deciso di lasciarsi. Perché? Perché lui ha visto la nostra famiglia, noi veniamo sempre insieme a trovare Virginia, noi abbiamo affrontato tutti insieme il deserto, loro no. Non ce l’hanno fatta. Ognuno ha pianto e sofferto in posti separati e per questo non possono rimanere insieme. Il tutto mi ha addolorato tanto. Ho provato a dirgli che magari poi le cose si sistemeranno. In tutto questo fiume di parole ogni tanto gli scappava una lacrima, a lui , tedesco , di quasi 2 metri di altezza: gli mancava Matteo. A un certo punto ci siamo salutati e ci siam detti che ci rivedremo di sicuro. Mi sono tornato a sedere per terra, un po’ per sentirmi piu’ vicino a Virginia.

Poi ho pensato e gli volevo dire un sacco di cose, lo volevo serene, volevo dargli di piu’, volevo fargli capire che le uniche cose che rimangono sono … l’amore che uno ha dato. Ma che significa? Belle parole ma cosa significa in concreto? Cosa mi ha lasciato Virginia? Poi … poi ho riflettuto, una folata di vento caldo un po’ piu’ forte…. Ho pensato allora quando tornavo dal lavoro ed entravo nella sua camera di ospedale. Lei mi accoglieva in maniera fantastica. Mi cercava , mi voleva li’ vicino. Anche gli ultimi giorni, quando faceva fatica a muovere qualsiasi cosa, lei sorrideva sempre quando mi vedeva, quando la accarezzavo…. e amavo prenderla in braccio, darle i baci sulla fronte. In quei momenti mi sembrava che il tempo fosse sospeso, che fossimo io e lei e basta. Ecco tutto quello che mi ha lasciato. Pesava meno di 10kg quando e’ morta, e’stata seppelita con in mano un pezzo dei lego con cui giocava. Tra qualche anno non ci sara’ piu’  nulla la’ sotto, non ci sara’ piu’ lei in quel vestitino bellissimo, non ci sara’ piu’ il lego che stringeva in mano ma l’amore che mi ha dato in quei mesi di malattia mi rimarra’ per tutta la mia vita e son sicuro, me lo porterò anche oltre. Grazie amore mio. Mi manca il tuo sorriso.

img_5532Nessun giorno cancella voi dalla memoria del tempo

E adesso la pianto li’ che scrivere con le lacrime non e’ facile.

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Agosto … moglie mia non ti conosco…

I bimbi sono in vacanza in Italia con mia moglie. Sono solo. Solo da già tre settimane. Da quasi tre settimane la casa è sola , come me.  I bimbi hanno 6 settimane di vacanze mentre io ne ho solo 3, per questo abbiamo deciso di dividerci, di portare la truppa in Italia e io ritornare in Germania.

Non c’è nessuno che corre, urla e poi piange perché uno dei fratelli gli ha fatto male.

A mezzogiorno non c’è Sara, mia moglie, che a gran voce ci chiama a mangiare anche se la pasta è ancora sul fuoco. In tutto questo silenzio ho tempo per fare quei lavori in casa che sarebbero impossibili con la truppa in casa , come ad esempio dare l’ olio al parquet. Ci abbiamo provato e immancabilmente il giorno dopo c’ era qualche impronta qui e là … anche se ci eravamo raccomandati tanto. Tra i pennelli e gli stucchi ogni tanto però mi fermo e penso. Capisco quanto sia importante la famiglia ma sopratutto quanto mi manchi Sara e il solo parlare con lei.

E adesso qui come in un film di Tarantino inizia una storia che non centra nulla con quella prima…

Le notizie rimbalzano dall’Italia e in questi giorni si parla spesso del Cocoricò di Riccione. Quel nome, quella discoteca mi riportano indietro da 20 anni o più. Si anche io andavo in discoteca, avevo i capelli lunghi e guidavamo 2 ore, dal nostro paesino vicino a Bologna, per andare a Riccione. Per andare alla festa. La parte più bella era quando ci trovavamo nel bar, nella parte preparatorio, nell’ attesa. Tutti tirati, con vestiti a volte stravaganti ci trovavamo nel bar del nostro paesino per scherzare un po’ e fare due chiacchiere. Poi via in macchina. A Lugo ci fermavamo in un altro bar, era diventato quasi come una tradizione. Autostrada e quindi arrivavamo a Riccione, al diversifico. La parte bella era appunto quella preparatoria, quella che ci portava alla festa perché tra di noi si scherzava, ci si divertiva. Eravamo tutti maschi , tutti con il pallino di trovare la ragazza. Un sabato sera di quelli andammo al Cocoricò. Mi ricordo che da fuori, in coda per entrare, si sentiva il rimbombo della musica. Dai vetri traspariva una folla ondeggiante. E poi? E Poi dentro era come essere in una marmellata di persone, si diventava una cosa unica che si muoveva al ritmo dei potenti woofer. E puntualmente mi capitava di chiedermi : ma cosa ci faccio qui? Il caldo, la musica assordante e nauseante. L’ impossibilità di scambiare parole con nessuno se non a gesti. Il buio falcato con luci stroboscopie, le facce allucinate della gente. Ma perché cavolo mi sono vestito bene? Chi mi vede qui? Sono un fantasma come tutti gli altri, spersonalizzato. Giriamo in tondo in cerca di non si sa cosa. Poi uno dei miei amici ha una grandiosa idea : non ce la fà più e io mi offro di accompagnarlo fuori. Prima di uscire ci fanno un timbro, nel caso volessimo tornare dentro.

In altre discoteche ci sono spazi all’ aperto di solito , nel Cocoricò , in quel Cocoricò di 20 anni fa no. Usciamo e andiamo a sederci in macchina per respirare un po’. Un tipo passa davanti alla nostra macchina e si mette a vomitare. Due ragazze si acquattano al fianco di un cespuglio di fronte a noi e fanno pipì per terra… si proprio lì davanti a noi. Ripensando alla strada fatta, al fatto che mi sono sposato, che sono arrivati ben 6 figli, non posso pensar altro che qualcuno da lassù mi voglia bene, che mi abbia guidato, che non ha permesso di perdermi. E adesso posso dire che quel periodo forse era necessario, era dovuto, era come metter il naso fuori per poter accorgersi che la felicità in quella baraonda, in quella marmellata di persone ondeggianti, la felicità non c’è. E’ altrove. La felicità era nelle risate tra amici al bar, gli scherzi tra di noi, il canzonarci. Poi Dio ci chiama a un tendere , a un desiderare, purtroppo allora, come oggi, i ragazzi son soli ad affrontare questo desiderio. Sono soli a capire di che cosa hanno bisogno, sono soli a capire come andare oltre e sono portati a seguire la massa. Se la massa va in discoteca a sballarsi lo fanno tutti. Lo fanno tutti anche se non si divertono se non ubriacandosi o impasticcandosi. Ci vorrebbe qualcuno , fuori dalle discoteche , a distribuire formule per la felicità, a distribuire una mappa, una proposta per cercare la felicità. Quello mi piacerebbe fare. E lo farei gratis. Chissà …. Che formula? Il Vangelo!

Buone vacanze!

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Papá, perche´ la Grecia deve uscire dall’euro?

Domanda che mi ha posto Sofia, 10 anni. Al ginnasio che frequenta qui in Germania (le scuole finiscono il 25 luglio quest’anno!) tutti i suoi compagni più grandi non parlano d’altro e per loro é scontato che la Grecia debba uscirne. Ho raccolto le idee ed ho risposto a Sofia.
Vedi ci sono due modi grosso modo di gestire l’economia di uno stato. Prendiamo ad esempio gli stati del sud Europa come la Grecia o l’Italia. Gli stati di oggi hanno come spese principali le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Poi devono importare cose che nel loro suolo non hanno e per gli stati europei si tratta di solito di prodotti legati all’energia, come il petrolio. In passato, quando uno di questi stati faceva del debito, era semplice e si stampava della moneta. Con questa moneta stampata si pagavano gli stipendi degli statali e le pensioni. La moneta però, ad esempio la lira, si svalutava un po’ e il costo che pagavamo per il petrolio, che invece si pagava sempre in dollari, cresceva un po’. Un esempio. Se la nonna aveva una pensione di 500 mila lire, dopo che l’Italia aveva stampato moneta, prendeva sempre 500mila lire ma se doveva fare il pieno alla macchina invece che 30mila lire ce ne sarebbero volute 32mila lire, non una tragedia e tutti si campava. Gli stati del sud insomma aggiustavano le loro economie svalutando la loro moneta e per questo si diceva che avevano una moneta debole.
E gli stati del nord? Quelli il debito non lo volevano pagare stampando moneta, non volevano svalutare la propria e quindi cercavano di risparmiare e aumentare la produzione interna.  Risparmiando sugli investimenti, gli abitanti di quello stato del nord, non sono portati a spendere di più. La strategia era quindi di esportare il più possibile, aumentare la produttività accrescendo le capacita tecniche dei lavoratori puntando sulla formazione e ottimizzando le risorse disponibili. Il risultato é uno stato efficiente composto da individui super specializzati nei loro singoli ruoli ma con poca propensione alla spesa, tutto o quasi deve essere esportato. Ma questi stati del nord , in questo periodo pre-euro , non erano contentissimi. Tutto filava liscio, molti lavoravano ma c’era una impuntatura: non guadagnavano tutti i soldi che pensavano di guadagnare. Gli stati del sud infatti, svalutando la loro moneta , irrompevano con prodotti nel mercato mondiale più a buon mercato rispetto a quelli del nord e minando il loro sistema improntato sull’export.  Mettiamoci in italia per un esempio. Prima dell’effetto svalutativo una fiat Tipo si vendeva a 10milioni di lire, mentre a 10mila marchi in Germania e 5mila sterline in UK. Una golf invece si vendeva a 11milioni in Italia, 10mila marchi in Germania e 5mila sterline in UK. In pratica la tipo contro la golf non ha speranze. Poi avviene la svalutazione in Italia per pagare le pensioni, gli stipendi degli statali. La lira si deprezza nei confronti di marco e sterlina. La tipo di prima costa sempre 10milioni di lire in Italia ma la golf , sempre in Italia, diventa piu cara e raggiunge i 13milioni. Le golf sono affidabili e robuste ma in Italia non si vendono tanto. In Germania il prezzo della tipo scende a 8mila marchi e anche in UK si assesta sulle 4mila sterline. La tipo é una fiat, forse poco affidabile ma costa poco e ha una linea piacevole. Di italiani in UK e Germania ce ne sono e le vendite di questa macchina si apprezzano. Il sistema produttivo tedesco calibrato per l’affidabilità, per gli optional, per un alto numero di macchine prodotte è in crisi. Gli stipendi sono troppo alti. Il futuro roseo che ci si aspettava è ingrigito. Allora si sono inventati l’euro. Si sono messe delle regole per essere virtuosi , per seguire lo stesso percorso di quei paesi del nord cosi efficienti senza chiedersi pero se a quelli del sud andava davvero bene. Ma quelli del sud hanno accettato tutto senza batter di ciglio e purtroppo senza aggiustare il loro sistema interno per essere anche loro davvero virtuosi.
E adesso? Tutti i paesi , o quasi, hanno del debito. Se questo debito è tanto grande alcuni possono stamparsi delle banconote, come hanno fatto gli USA per quasi 7 anni di fila. In Europa è diverso, in Europa nessun stato può stampare euro. Nessun stato può controllare e aggiustare le proprie spese a seconda dell’andamento economico proteggendo allo stesso tempo la parte più debole della propria popolazione. L’unica cosa che rimane da fare è aumentare la propria produttività, ridimensionare le spese, flessibilizzare i contratti, tutto questo per abbassare al massimo il costo dei prodotti di una data nazione aumentandone i profitti e puntare tutto esclusivamente sull´export. Ma noi italiani compriamo un sacco di cose dalla Cina. Tanta tecnologia dagli USA. Le macchine quasi esclusivamente dalla Germania. Cosa esporteremo? Frutta, formaggi e pasta? Cosa rimane da fare agli altri stati del sud, quelli che avevano una moneta debole? Cosa rimane alla Grecia? Come potrebbe risalire la china? Perché tutti gli stati devono comportarsi in maniera virtuosa non svalutando mai la propria moneta? Perché tutte le economie devono essere uguali? E i popoli dell’Africa? quei popoli che affermiamo dover aiutare in loco. In loco a fare cosa? Trasformeremo anche loro in consumatori? Pronti a comprare l’ultimo cellulare ma a risparmiare su libri e scuola per i figli? Tutto al servizio dell’economia e del consumismo, del produrre a piu’ non posso per non si sa quale obiettivo. Quando saremo contenti? Quando ci sentiremo arrivati? Quando tutti al mondo avranno il nostro stile di vita? Quando tutti avranno 2 macchine, una casa con 3 TV, 4 PC, 6 cellulari, i figli all’università, una crociera all’anno in posti esotici, saremo allora contenti? Oppure sentiremo ancora freddo? Quel brivido che ci assale quando pensiamo alla morte ma a quella non ci si vuol pensare, quella capita solo agli altri e allora perche’ pensare, perche pensare se c’é un dopo, se c’e’un Dio,  se ci sara’ una fine, se ci sono persone malate, persone che vivono al margine delle nostre societa’, l’unica cosa e’ , produrre , produrre, produrre. E chi non ci riesce? Pech … come dicono qui in Germania.
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Congedo parentale , o anche detto “Elternzeit”.

Ebbene si , ci sono dentro anche io. Da quando e’ nata Beatrice sono in “congedo parentale”. Definizione difficilissima in italiano ma il significato reale invece in Germania all’atto pratico e’ molto semplice. In pratica la mamma e il papa’ hanno 14 mesi da gestire. Ci sono dei minimi e massimi mesi di congedo da prendere e il minimo per il papa’ sono 2. Questi 2 lunghissimi mesi possono essere presi all’interno dei 14 mesi dopo la nascita del bimbo. Possono essere goduti insieme oppure spezzati, come ho fatto io. Quindi , rinunciando a un po’ di stipendio, ho un mese di congedo parentale adesso e un altro mese il prossimo anno. E’ il nostro terzo bambino nato in Germania, contro i 3 nati in Italia. Per i primi due nati qui non ho mai preso in considerazione l’ipotesi di stare a casa dal lavoro. Troppo impegnato in progetti nuovi, troppo impegnato su me stesso per capire cosa mi perdevo. E adesso invece? Ora che ci sono dentro? La sveglia non e’ cambiata : 6.35 tutte le mattine. Facciamo colazione tutti insieme come solito. Sara la prepara e io mi occupo di scrostare dal letto un paio di ghiri che abbiamo in casa e che non riescono mai a scendere da soli dallo stesso. Alle 7:30 sono tutti pronti per andare a scuo9la, a parte Annamaria che purtroppo, a 2 anni, non puo’andare ancora all’asilo. Porto Sofia al ginnasio , torno a casa e faccio una passeggiata con il cane. La mattina scivola via con qualche lavoretto in casa, il giardino da curare e cullare Beatrice quelle poche volte che richiede affetto. Poi all’una tornano tutti a casa. Dopo pranzo li porto a musica, a nuoto, faccio i compiti con loro. Sofia non capisce i grafici delle precipitazioni, Tancredi fa’ matematica, Matilde che legge o disegna. In tutto questo Annamaria come scheggia impazzita che si arrampica sul divano, disegna per terra o da qualche pizzicotto a un fratello. Cosa c’e’ di meglio? Finalmente non sono piu’ concentrato su di me, finalmente posso seguire nei mini particolari la loro giornata. Adoro poi portarli alla scuola di musica. L´ambiente li’ e’ fantastico. I nostri 3 bimbi più grandi hanno tutti lezione negli stessi giorni e nell’atrio della scuola e’ stato ricavato un bar con tavoli per sorseggiare caffè e per fare i compiti. Noi ci accampiamo li’, in attesa delle varie lezioni. Sara mi ha fatto la lista con i vari orari per mandare i 3 alle varie lezioni. Osservo l’orologio posto al centro dell’atrio.

Gli studenti trascinano sule spalle il loro strumento. Gli insegnati sono molto affabili e hanno tutti sempre un sorriso pronto. Io mi sento come nuovo, dato che di solito tocca a Sara accompagnare la truppa a scuola di musica. Conosco pochissime persone e le prime volte , dal mio congedo parentale, tanti mi fanno gli auguri. Riconoscono i miei bimbi, chiedono come sta’ la nuova arrivata, mi stringono la mano.

Cosa ci può’ essere di meglio di fare il papa’ a tempo pieno? Di partecipare alle loro vite?

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Un’occasione mancata.

Un’ altra occasione mancata, un’ altra occasione per cambiare buttata al vemto. Ricevo ogni tanto una mail con la copertina dell’espresso. Quella di un paio di settimane fa’ scorsa tuona: Renzi, siamo pronti a ripartire dalla famiglia. Caspita, penso, ci siamo! Finalmente hanno capito che il PIL di un paese è proporzionale alla sua natalita’ , finalmente vareranno aiuti alle famiglia come fanno in Francia e qui in Germania. Apro la mail per lggere la copertina e il mondo mi crolla addosso. Nel sottotitolo infatti si dice che Renzi e soci sono pronti a varare leggi per le famiglia di fatto, le famiglie gay, quelle miste, ecc… Ma sono quelle le priorita del paese? 

Ah beh ma hanno fatto il bonus bebè. 80 € al mese per tre anni, 80 € per ogni filglio. Il confronto rispetto a dove viviamo, la Germania, è impietoso: qui ci danno 180€ al mese a figlio e fino a 18 anni. Poi se il figlio (il bebè) vuole studiare viene esteso fino ai 25. 
Ma perché un’occasione persa? Ho sentito le condizioni per accedere a questo bonus. In pratica la domanda deve essere presentata entro 90 gg dalla nascita del piccolo, tramite internet o telefono all’INPS, solo per bimbi nati tra il 1 gennaio 2015 e il 31 divembre 2017 e con una soglia di reddito sotto ai 25mila euro. Se poi il reddito è sotto ai 7mila la cifra si raddoppia e diventa 160€. Questo vale per bambini nati o adottati fino al compimento del terzo anno. 

Bello. Facciamo due conti allora. Prendiamo una famiglia ‘normale’ che oggi non lo è più ma fa lo stesso), composta da due genitori. Questi devono avere un reddito inferiore a 25mila euro. Lordi. Quindi in tasca gli arrivano 14mila euro? In due? Che sono , netti all’anno 7mila a testa e al mese poco più di 500€. Quindi questa famiglia prima di avere un figlio vive con 500€ a testa. E con tutti quei soldi che ci fanno? Un affitto di 500€ al mese? Imu, asporto rifiuti, luce, metano ed acqua? E poi che rimane? E quegli 80€ , per tre anni che dopo il bambino fa reddito, cambieranno qualcosa? E sempre questa famiglia poi deve avere un pc con allacciamento a internet per compilare il modulo on-line, tutto compreso in quei 500€ a testa. 
Che occasione si è persa quindi? Gli 80€ sono pochi? I tre anni non bastano? Non bastano magari a chi addotta dato che di solito il bambino non glielo danno a km zero? Si forse ma il mio appunto non è solo su questo. Arrivammo in Germania nel tardo 2010. La prima cosa da fare era registrarsi in comune, con inglese e uno stentato tedesco durato al massimo 15 minuti. 

Qualche mese dopo mi sono presentato alle 7:30 di mattina, prima del lavoro, all’ufficio per il Kindergeld della nostra città con i certificati di nascita dei nostri bimbi. Davanti all’ufficio non c’erano code, solo un’altro ragazzo prima di me. Lui entra e dopo dieci minuti é il mi turno. Entro in un grande ufficio con una piccola scrivania bianca alla quale è seduta una signora. Dopo i saluti di rito mostro i certificati di nascita italiani in formato europe. Controlla il modulo di richiesta, composto da una paio di facciate e che ho pre compilato con l’aiuto dei miei colleghi, e dopo 5 minuti sono in strada , in tempo per entrare al lavoro senza troppo ritardo. E che è successo? Il mese successivo hanno iniziato i versamenti per gli allora nostri tre figli , compresi di tutti gli arretrati da quando li abbiamo registrati nel suolo tedesco.
Arrivò Virginia e dopo un paio di giorni dalla sua nascita mi ripresentai nello stesso ufficio, alla stessa signora, sta volta con certificato di nascita tedesco. Sempre dopo pochi minuti ero in strada e da li a un mese il versamento mensile comprendeva anche il suo. Una anno dopo Virginia salì in cielo. Che successe alla quota del suo Kindergeld? Per pudore, per pigrizia, per non voler spiegare, sperando che se ne accorgessero da solo non facemmo nulla a riguardo. Sapevamo che prima o poi ce ne dovevamo occupare ma rimase un problema aperto almeno per sei mesi. Poi un giorno Sara ricevette una telefonata, era la signora dell’ufficio del Kindergeld, seduta nella sua piccola scrivania in quella stanza grande. Al telefono con calma faceva le condoglianze e ci diceva che ci avevano pagato 6 mesi di troppo il Kindergeld di Virginia. Si dispiaceva tanto di dovercelo ricordare e che se ci era scappato di mente capiva benissimo e ci proponeva di restituire in unica soluzione o a rate. Fatto il versamento in unica soluzione tutto si chiuse li. 
Spero che da queste nostre esperienze si capisca cosa voglio dire. Per avere il Kindergeld non abbiamo avuto nessun termine, non abbiamo avuto paura di perderlo o di essere fuori dal reddito, non abbiamo fatto file chilometriche. Abbiamo semplicemente portato i certificati di nascita. Tutte quei balzelli, quegli ostacoli che ci sono in italia qui non esistono. Tutti quelle procedure costituiti da moduli che sembrano ostacoli messi a posta per fregare un po’ di gente, per lasciare fuori i meno furbi o i meno informati. Possibile che nessuno faccia i conti di tutta questa burocrazia? Che nessuno capisca che con meno moduli si risparmia un sacco. Si risparmia nel tempo in cui bisogna idearli, nel tempo di chi li deve compilare, nel tempo e denaro che 

Che ci sia sempre un termine , che passato quello non si ha più il famoso diritto acquisito? Che non si noti che se si mettono tutti questi ostacoli poi ci devono essere controllori che a sua volta costano? Non sarebbe meglio risparmiare i soldi per i controlli e darli alle famiglie? 
Già le famiglie. Perché con tutti i soldi che ci danno qui diventiamo ricchi, compriamo yacht in paradisi fiscali. Perché è quello che si vuole evitare in italia, giusto? I soldi che ci dà lo stato tedesco li impieghiamo per gli sport dei bimbi, per le lezioni di musica, per i libri, la biblioteca. I soldi dello stato tedesco quindi si trasformano magicamente in PIL, vengono riversati sulla stessa economia tedesca e vanno nelle tasche di altri lavoratori. Invece purtroppo i soldi che vengono accentrati in Italia in mano a pochissimi, non fanno PIL e anzi sono difficili da spendere. Vi immaginate coppie senza figli con stipendi da 2 o 3centomila euro all’anno? 15mila euro al mese? Mille euro di affitto e poi? Cosa se ne fanno degli altri 14mila? In banca? Sotto al materasso? E li che l’economia non si muove e il divario tra i poveri e i ricchi aumenta, dato che la fame di soldi e potere dell’uomo è infinita.

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È arrivata!

19 giugno 2015, ore 11 e 40 , tutto preparato, tutto liscio come l’olio. Con il terzo cesareo è arrivata la nostra sesta figlia, Beatrice. I dottori non avevano dubbi: la paure era che la bimba diventasse troppo pesante. Sara dal canto suo non ce la faceva più a portarla.  Quando la vedo è piena di sangue una sostanza giallastra. Pesa 3090grammi. Come solito hanno sbagliato a pesarla, doveva essere 3400grammi o giù di li. Tutte le infermiere e i dottori ci fanno i complimenti, aggiungendo qualche commento in italiano.
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Beatrice

Il nome , Beatrice, lo avevamo deciso da tempo. Poi un mese fa la conferma che non viene da noi. Abbiamo viso in tv una serata su Dante, dove Franco Nembrini interpretava la Divina Commedia. È stata per me e Sara una folgorazione. Subito ad acquistare i DVD e quindi i libri. E quindi la conferma che Beatrice era il nome giusto.
Beatrice adesso sta li nel suo lettino, dorme ignara. Inconsapevole. Lei non sa in quale famiglia è capitata. Quando siamo tutti nella stanza per vederla è una baraonda. Qualche bimbo si nasconde negli armadi, altri due che vogliono averla in braccio litigano,  noi adulti che parliamo. In mezzo a quel fracasso lei dorme tranquilla. Tranquilla al mondo. Tranquilla alle guerre , alle rivolte, allo sbarco degli immigrati, alla fame e all’obesità nel mondo. Mettere al mondo un figlio oggi è una sfida o forse un atto d’incoscienza. Allora mi rivedo a quindici anni, sulla piattaforma nella piscina del mio paese. Il cielo azzurro sopra di me e una distesa di acqua blu sotto. Io che osservo quella calma massa blu. Voglio tuffarmi, tuffarmi di testa da 5 metri di altezza, é la prima volta che ci provo. Compio con la mente il tuffo una decina di volte. Una decina di volte vedo la superficie dell’acqua che si avvicina e la sensazione fredda sulla schiena. Dove posso sbagliare? Pensare, le preoccupazioni fanno sbagliare, fanno compiere errori. In quel momento queste preoccupazioni si dissolvono e la volontà si trasforma in gesto. Corro , salto in alto e mi piego verso il basso affrontando con fiducia il futuro. La calma massa blu. Consapevole che tutto andrà bene.
Dopo qualche secondo sono sotto al pelo dell’acqua felice. E allora fare figli è una scelta , una scelta di Fede, una scelta nel futuro. Una scelta che dice che qualcuno sarà li a sorreggerci a confortarci, anche quando non sarà facile. Anche quando non ci sono vie di uscita, Lui ci aprirà un portone.

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La buona scuola

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Tutti ne scrivono , tutti ne parlano, tutti dicono la loro. E io? E io e Sara che abbiamo 4 belve scatenate da domare e un’altra in arrivo? Che scuola vogliamo? Si, abitiamo in Germania da ormai 5 anni e … e quindi? Saremo abituati bene? E invece…. invece pensiamo di girare le vele , di virare stretto e far rotta al Bel Paese proprio a causa della scuola tedesca. Ma come? Non sono la locomotiva d’Europa? Il faro a cui tutti puntano? E già.. ma a guidare la locomotiva mica si deve conoscere Dante, mica si deve sapere la capitale dell’Inghilterra o da dove nasce il Nilo. No, per guidare la locomotiva bisogna avere un buon badile e tanti muscoli. Tanti muscoli per riempire il badile di carbone e gettarlo nella caldaia. E quando ci si sente allegri , si tira la cordicella per far fare al treno il caratteristico fischio. E dove sta andando il Bel Paese da noi agognato?

 

Leggo dal documento “La buona scuola – Emilia Romagna” , a riguardo le strategie per collegare la scuola al lavoro :

puntare sulle competenze trasversali,
che per loro natura sono utilizzate in qualsiasi
ambito professionale ( leadership, capacità di
parlare in pubblico, conduzione di

nozioni legali di base, ecc….); sviluppare
atteggiamenti, comportamenti, capacità
relazionali, creatività; rafforzare le competenze
di base: irrobustire, insomma, la debolezza dei
profili in uscita dei nostri studenti, spesso
rimproveratoci dal mondo aziendale, evitando
tuttavia l’appiattimento sulla contingenza,
considerato che nei cinque anni del percorso
scolastico, che sono un periodo lungo per il
mondo del lavoro, le contingenze mutano.
Tutto bello ma siamo sicuri di dove stiamo andando? Ci vogliono tutti leader? E se uno leader non lo vuole essere? Lo mettiamo nel rusco (come si dice a Bologna)? Qui stride il confronto con la Germania. I teutonici di leader ne fanno pochi, a volte li importano. Perché ne fanno pochi? Perché numericamente ne servono pochi. Servono molti più operai che sappiano programmare una fresa o un tornio che uomini in giacca e cravatta che sfornano slide a iosa. Di quelli ne servono una decina per un´azienda di 2 mila dipendenti. Da questo confronto si vede la brutalità del sistema tedesco, l´estremo pragmatismo che poi pervade il popolo stesso. Questo viene dalla quarta elementare , quando i pargoli hanno 10-11 anni, selezionato , incanalato, spinto e influenzato. Se un bambino non ha voglia di far di conto e impegnarsi sulla grammatica tedesca, non e´un problema, non e´ una tragedia, non si ferma il mondo , non viene bollato come rifiuto della società, come ameba succhia soldi. Viene incanalato su una scuola un po più professionale, gli viene data la possibilità di trovare sfogo in materie piu´ pratiche. Se quello e´ veramente quello che vuole, il ragazzo rimarrà su quel binario fino ad essere portato a lavorare in azienda, formandosi in azienda. Se poi nell’azienda stessa dimostrerà che e´bravo che lavora bene con gli altri, l´azienda di solito gli fa un contratto e lui e´ sistemato quasi per la vita. Perché non va per noi allora la scuola tedesca? In fin dei conti trovano un lavoro a tutti, non scartano proprio nessuno. Loro lo hanno capito da tempo e non mi capacito come non lo abbiano capito in Italia. Hanno capito che il PIL , che sembra l’unica cosa che conta, sia direttamente proporzionale al numero di persone che lavorano e quindi in un certo senso anche alla natalità. La Merkel lo dice una settimana si e una pure in TV o alla radio : in Germania non si fanno figli. Ma non lo dice perché vuole coccolarsene un po’? Perché si vuole sentire nonna? Lo dice proprio petche vede il PIL tedesco da qui a 20 anni precipitare nel baratro. Vede da qui a 20 anni una forza lavoro risicata, non più in grado di sostenere il badile, di far procedere la locomotiva. E via allora ad aiuti alle famiglie… ma questo e’un altro capitolo e perché non copiamo i tedeschi da questo aspetto mi rimane oscuro.
In fondo quindi non siamo contenti della scuola tedesca ma neanche dell’ Italiana, possibile che non si possa trovare una mezza misura? Una scuola Italiana dove i giovani ingegneri sappiano chi fosse Dante ma al tempo stesso cosa sia una fresa e che l’abbiano addirittura utilizzata prima di entrare in azienda? Secondo me quindi e’ giusto cercare di sfruttare le varie caratteristiche di ogni studente ma al tempo stesso una base umanistica e’ da preservare , da tenere assolutamente diffidando di tutta quella tecnologia che si pensa la panacea di tutti i mali e di tutte le creatività perdute. Queste sono solo balle nella bocca dei nostri politici : negli USA , sono tanto creativi, perché lo stato investe un sacco di soldi a fondo perduto per l’innovazione. Poi si ritrovano tra le mani l’invenzione del mouse o della grafica per computer e non sanno che farsene per anni fino a che uno Steve Jobs passeggiando per questi famosi laboratori ha capito cosa farne. Invece da noi e’ diverso, si dice che dobbiamo sviluppare la creatività e con due stecchi di legno un po’ di spago uscire nel mondo e far fuori tutti. Ma per fare la buona scuola dei bambini creativi ci vorrebbero i… si e’ vero ci vorrebbero i bambini… E quindi? Quindi dovremmo avere una natalità maggiore forse?Ma non basta assumere i prof precari che tutto va a posto? Ma se poi non sono più precari insegneranno sicuramente meglio a meno bambini , dato che quelli stanno sparendo.  E per aumentare la natalità italiana che facciamo? Sempre con la creatività?

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